The Last House aveva tutti gli ingredienti per diventare uno di quei thriller Netflix che inizi per curiosità e finisci senza renderti conto dell’ora. Una famiglia improvvisamente intrappolata dentro casa, una pioggia misteriosa, nessuna possibilità di comunicare con l’esterno e qualcosa di inquietante che sembra impedire a chiunque di uscire. Aggiungete Wagner Moura e Greta Lee come protagonisti e Louis Leterrier alla regia e le premesse diventano ancora più interessanti.
Per una buona parte del film, infatti, funziona.
Poi The Last House decide che una bella idea semplice non gli basta più e comincia ad aggiungere spiegazioni, simbolismi, svolte e stranezze fino a rendere molto meno interessante ciò che inizialmente funzionava benissimo.
Ed è un peccato enorme.
Il film, disponibile su Netflix dal 7 agosto 2026, dura circa 110 minuti ed è scritto da Matthew Robinson.
L’inizio di The Last House è la parte migliore del film
La premessa è immediata.
Una famiglia di quattro persone scopre di essere rimasta completamente sigillata nella propria abitazione. Fuori continua a cadere una strana pioggia e qualsiasi tentativo di capire cosa stia succedendo porta più domande che risposte.
Internet e comunicazioni diventano inutilizzabili. Uscire sembra impossibile.
Rimane quindi una sola priorità: sopravvivere.
Ed è proprio durante questa prima parte che The Last House mi ha conquistato.
La paura nasce da situazioni estremamente semplici. Quanto cibo abbiamo? Quanto durerà questa situazione? Che cosa è successo ai vicini? Possiamo fidarci di ciò che vediamo fuori dalle finestre?
Sono domande molto più efficaci di qualsiasi creatura digitale.
La casa diventa progressivamente più claustrofobica e Leterrier riesce a sfruttare bene gli spazi. All’inizio sai poco quanto i protagonisti e questa mancanza di informazioni rende ogni dettaglio sospetto.
Mi è tornato in mente più volte 10 Cloverfield Lane. Non perché i due film raccontino la stessa storia, ma perché entrambi partono da una paura semplicissima: essere chiusi dentro un posto senza sapere se il pericolo maggiore sia fuori oppure dentro.
Solo che 10 Cloverfield Lane sapeva benissimo quanto fosse prezioso quel dubbio.
The Last House molto meno.
Wagner Moura e Greta Lee meritavano una sceneggiatura migliore
Uno dei motivi per cui il film rimane guardabile anche nei suoi momenti peggiori sono Wagner Moura e Greta Lee.
Moura possiede naturalmente quella capacità di sembrare contemporaneamente determinato e sull’orlo di perdere il controllo. In un film costruito sulla pressione psicologica è una qualità perfetta.
Greta Lee riesce invece a rendere credibili diversi momenti familiari che, sulla carta, rischierebbero di sembrare piuttosto generici.
Il problema è che entrambi devono combattere contro una sceneggiatura che frequentemente li costringe a prendere decisioni abbastanza assurde.
Ci sono scene nelle quali mi sono chiesto seriamente perché qualcuno dovrebbe comportarsi in quel modo.
Capisco che in una situazione estrema nessuno reagirebbe sempre razionalmente. È anche questo il bello di un survival thriller.
Ma c’è una differenza tra un personaggio che sbaglia perché è terrorizzato e uno che sbaglia perché lo sceneggiatore ha bisogno che succeda qualcosa cinque minuti dopo.
The Last House supera quella linea più di una volta.
Il salto temporale poteva essere una grande idea
A un certo punto il film compie una scelta narrativa importante, già suggerita anche dal materiale promozionale: il tempo passa e la prigionia non dura qualche giorno.
Questa è forse l’idea che mi incuriosiva maggiormente.
Come cambia una famiglia dopo anni trascorsi nello stesso spazio?
Come si cresce senza conoscere più il mondo esterno?
Come cambiano i rapporti tra genitori e figli?
Il film prova ad affrontare queste domande, ma non le approfondisce quanto avrebbe potuto.
Ci sono passaggi interessanti sulla routine, sulla sopravvivenza e sul modo in cui le persone riescono ad adattarsi persino a una situazione assurda. Poi però arriva continuamente qualcosa che sposta l’attenzione altrove.
Avevano costruito una situazione psicologicamente affascinante.
Serviva soltanto il coraggio di restarci dentro.
Poi The Last House vuole spiegare troppo
Il vero problema arriva nella seconda metà.
Più The Last House cerca di spiegare il proprio mistero, meno il mistero diventa interessante.
È uno di quei casi nei quali avrei preferito sapere meno.
Il film comincia ad allargare il proprio discorso e prova a inserire temi legati alla famiglia, alla paura dell’altro, all’istinto di sopravvivenza e al rapporto dell’uomo con ciò che non comprende.
Argomenti potenzialmente ottimi.
Il problema è che vengono messi insieme senza abbastanza precisione.
In alcuni momenti sembra un horror claustrofobico. Poco dopo vuole diventare fantascienza. Poi arriva il dramma familiare. Successivamente torna l’azione.
Il cambio di tono sarebbe anche interessante se le varie anime riuscissero a convivere meglio.
Invece ho avuto spesso la sensazione di vedere più film che litigavano per occupare lo stesso spazio.
Alcune decisioni dei personaggi sono involontariamente divertenti
Poi arriviamo al problema più divertente.
Ci sono decisioni talmente discutibili che per qualche secondo The Last House rischia di trasformarsi involontariamente in una commedia.
Non farò esempi per evitare spoiler.
Diciamo soltanto che in almeno un paio di situazioni ho pensato: “Avete passato anni a sopravvivere e questa sarebbe la vostra idea migliore?”.
Il film pretende che prendiamo molto seriamente determinate scelte, ma non sempre ci riesce.
Ed è un peccato, perché la tensione dei primi minuti funzionava proprio grazie alla credibilità della situazione.
Più avanti quella credibilità viene sacrificata per portare la storia verso una conclusione più grande.
Non necessariamente migliore.
Il finale è la parte che mi ha convinto meno
Senza raccontare cosa succede, il terzo atto rappresenta per me il principale limite del film.
La storia prova a dare un significato più ampio a ciò che abbiamo visto e introduce risposte che dovrebbero cambiare la nostra prospettiva.
Personalmente hanno ottenuto l’effetto opposto.
Più capivo, meno ero interessato.
Avrei preferito un film maggiormente concentrato sulla famiglia intrappolata, sulla scarsità delle risorse e sulla paura di ciò che esiste fuori.
La parte iniziale aveva una forza quasi elementare.
Casa.
Famiglia.
Pioggia.
Nessuna uscita.
Bastava questo.
Gli ultimi trenta minuti sembrano invece convinti che fosse necessario trasformare quella semplicità in qualcosa di molto più ambizioso.
Non lo era.
The Last House è brutto? Non proprio
La cosa frustrante è che non riesco nemmeno a considerarlo un film completamente riuscito male.
Visivamente funziona. L’atmosfera iniziale è ottima. Moura e Lee sono bravi. Alcune idee sulla sopravvivenza domestica sono interessanti e per buona parte della durata volevo capire cosa sarebbe successo.
Quindi il film riesce comunque a intrattenere.
Ma è uno di quei casi nei quali continuo a pensare alla versione migliore che avrei potuto vedere.
Con una sceneggiatura più semplice, meno voglia di spiegare e personaggi scritti con maggiore coerenza, The Last House avrebbe potuto diventare uno dei thriller Netflix più interessanti dell’anno.
Invece rimane un buon concept intrappolato dentro un film che progressivamente perde la propria direzione.
Ironico, considerando la trama.
La Recensione
The Last House
The Last House parte molto bene grazie a una premessa semplice e inquietante, un’ottima atmosfera claustrofobica e due protagonisti come Wagner Moura e Greta Lee. Più il film procede, però, più la sceneggiatura complica inutilmente il mistero. Il terzo atto è confuso, alcune decisioni dei personaggi sono difficili da prendere sul serio e le spiegazioni finali indeboliscono ciò che inizialmente funzionava.
PRO
- La premessa è ottima e cattura immediatamente.
- La prima parte costruisce bene tensione e claustrofobia.
CONTRO
- La sceneggiatura diventa sempre più confusa.
- Alcune scelte dei protagonisti sembrano fatte soltanto per far avanzare la trama.
- Il film cambia tono troppo spesso.


