The Last of Us viene definita una serie tratta dall’omonimo videogioco, ma in molti passaggi sembra quasi il rifacimento in carne e ossa di qualcosa che esisteva già. Le inquadrature, i dialoghi, i movimenti dei personaggi e perfino alcuni silenzi riproducono con grande precisione il lavoro di Naughty Dog. Il risultato è tecnicamente impeccabile, ma lascia aperta una domanda: adattare significa ricreare oppure trasformare?
Dal punto di vista più semplice, quella di HBO è senza dubbio un’adattamento. La storia è passata da un videogioco a una serie televisiva, Joel ed Ellie hanno nuovi interpreti e il pubblico non controlla più direttamente il viaggio. Pedro Pascal e Bella Ramsey prendono il posto di Troy Baker e Ashley Johnson, mentre le fasi esplorative e gli scontri vengono condensati in episodi pensati per essere guardati.
La sensazione di trovarsi davanti a un remake nasce però dalla natura del materiale originale. Il primo The Last of Us, pubblicato nel 2013, era già costruito come un grande racconto cinematografico. Le scene narrative avevano regia, montaggio, recitazione tramite acquisizione dei movimenti e dialoghi molto curati. Il giocatore partecipava all’azione, ma non poteva cambiare il percorso emotivo di Joel ed Ellie o il finale della storia.
La serie, quindi, non deve inventare una forma visiva partendo da parole stampate. Possiede già un modello molto dettagliato da riprodurre.
La prima stagione segue il videogioco con una fedeltà che, in alcuni momenti, diventa quasi letterale. La morte di Sarah, l’incontro con Ellie, il destino di Tess, l’agguato durante il viaggio e l’arrivo all’ospedale delle Luci vengono ricostruiti mantenendo spesso lo stesso ritmo e dialoghi molto simili. La vicinanza al gioco è stata apprezzata da molti spettatori e ha contribuito all’ottima accoglienza: la prima stagione conserva il 96% di recensioni positive su Rotten Tomatoes.
Per chi non ha mai giocato, questa precisione non rappresenta un problema. Ogni svolta arriva per la prima volta e conserva intatto il proprio impatto. Chi conosce il gioco, invece, può trovarsi ad aspettare una scena già vista, sapendo come sarà composta e quale battuta arriverà pochi secondi dopo.
La morte di Tess è un esempio evidente. La serie modifica alcuni dettagli, ma la situazione, il luogo e la funzione narrativa restano molto vicini all’originale. Lo spettatore che conosce il gioco non viene invitato a riscoprire il personaggio attraverso un’altra prospettiva. Assiste soprattutto alla versione dal vivo di una sequenza già impressa nella memoria.
Questo non significa che la scena sia realizzata male. Anna Torv è convincente e il momento mantiene una forte tensione. Il limite riguarda la sorpresa. La fedeltà diventa una qualità tecnica, ma può ridurre la curiosità narrativa.
Il confronto con un romanzo aiuta a capire la differenza. Ogni lettore immagina ambienti, volti e movimenti in maniera personale. Un regista che adatta un libro deve scegliere una forma visiva e, attraverso quelle decisioni, produce inevitabilmente una nuova interpretazione. The Last of Us partiva invece da un’opera che aveva già stabilito come illuminare una stanza, dove posizionare i personaggi e quanto dovesse durare uno sguardo.
La presenza di Neil Druckmann tra i creatori della serie ha rafforzato ulteriormente questa continuità. L’autore del videogioco ha scritto e diretto alcuni episodi, lavorando insieme a Craig Mazin. La serie nasce quindi anche dalla volontà di chi aveva già raccontato quella storia, non dallo sguardo completamente diverso di un nuovo autore.
La scelta ha molti vantaggi. Il mondo non viene trattato con superficialità, i personaggi mantengono le proprie motivazioni e la serie evita quei cambiamenti casuali che hanno rovinato numerosi adattamenti di videogiochi. La fedeltà, però, rischia di trasformarsi in prudenza.
Il terzo episodio della prima stagione dimostra quanto la serie possa diventare potente quando decide di cambiare. La storia di Bill e Frank prende un percorso quasi completamente diverso rispetto al gioco. Bill non è più soltanto un sopravvissuto amareggiato che aiuta Joel ed Ellie. Il racconto segue per anni la sua relazione con Frank, trasformando due personaggi secondari in protagonisti di una storia d’amore completa.
L’episodio non tradisce il senso di The Last of Us. Parla ancora di perdita, paura e del motivo per cui vale la pena continuare a vivere. Lo fa però attraverso materiale nuovo, costruito sfruttando il tempo e le possibilità della televisione. Proprio questa libertà lo ha reso uno degli episodi più celebrati della serie.
Bill e Frank mostrano che essere fedeli non significa ripetere ogni avvenimento. Si può cambiare il percorso e restare coerenti con i temi. La serie trova una propria identità proprio quando smette di usare il gioco come una sequenza di immagini da ricreare.
Anche altre aggiunte funzionano bene. L’apertura dedicata agli studi sul fungo, la spiegazione iniziale sui rischi di una pandemia e alcune scene ambientate prima del crollo ampliano il mondo senza contraddire il racconto originale. Sono momenti pensati per la televisione, non copie di parti già giocate.
La seconda stagione ha continuato ad adattare The Last of Us Part II, concentrandosi sulla prima parte della storia e preparando il cambio di prospettiva che caratterizzerà la terza. La serie è stata rinnovata e i prossimi episodi daranno maggiore spazio ad Abby, interpretata da Kaitlyn Dever.
Proprio la struttura del secondo gioco offre alla produzione l’occasione per osare di più. Part II racconta gli stessi eventi attraverso persone che si considerano nemiche, costringendo il giocatore a rivedere le proprie convinzioni. La televisione può riorganizzare le prospettive, approfondire personaggi secondari e cambiare l’ordine degli avvenimenti senza cancellare il senso della storia.
Neil Druckmann ha inoltre ridotto il proprio coinvolgimento creativo prima della terza stagione, mentre Craig Mazin continuerà a guidare l’adattamento. Questo cambiamento potrebbe aumentare la distanza dal videogioco, anche se HBO sta ancora seguendo la trama della seconda parte.
Definire The Last of Us un remake non significa quindi bocciarla. La serie è recitata molto bene, possiede una grande cura visiva e ha dimostrato che un videogioco può essere portato in televisione senza essere semplificato o trattato come un prodotto inferiore.
Il dubbio riguarda ciò che avrebbe potuto fare in più. Se la versione originale era già fortemente cinematografica, limitarsi a ricrearla con attori reali rischia di offrire soprattutto una sostituzione: Pedro Pascal al posto di Troy Baker, Bella Ramsey al posto di Ashley Johnson e scenografie fisiche al posto di quelle digitali.
L’adattamento diventa più interessante quando aggiunge un nuovo significato, non soltanto un nuovo volto.
La storia di Bill e Frank ha mostrato la strada. La terza stagione potrà decidere se percorrerla con maggiore coraggio oppure continuare a ricostruire fedelmente scene che milioni di giocatori conoscono già.
Secondo voi The Last of Us è un vero adattamento oppure un remake televisivo dei videogiochi? Scrivete la vostra opinione nei commenti.


