Diciamocelo subito: quando Damon Albarn annuncia un nuovo album dei Gorillaz, il mondo della musica si ferma ad ascoltare. E stavolta ha fatto le cose in grande, molto in grande. “The Mountain”, il nuovo disco della band virtuale più famosa del pianeta, non è solo il successore di “Cracker Island” del 2023, ma un vero e proprio manifesto di cosmopolitismo musicale che promette di ridefinire ancora una volta cosa significhi fare musica nell’era globale.
L’album, in uscita il 20 marzo 2025 sotto la nuova etichetta Kong dei Gorillaz stessi, è un progetto mastodontico che ha richiesto registrazioni in location sparse per tutto il mondo: dallo Studio 13 di Albarn a Londra fino ai suoi studi nel Devon, passando per Mumbai, Nuova Delhi, Rajasthan, Varanasi in India, Ashgabat in Turkmenistan, Damasco in Siria, Los Angeles, Miami e New York. Una vera e propria spedizione sonora che riflette l’approccio sempre più internazionale del progetto.
Ma la vera rivoluzione di “The Mountain” sta nel suo multilinguismo radicale: per la prima volta nella storia dei Gorillaz, un album presenta brani in ben cinque lingue diverse – arabo, inglese, hindi, spagnolo e yoruba. È una scelta coraggiosa che dimostra come Albarn non abbia paura di spingere i confini della world music oltre ogni limite immaginabile, creando un ponte sonoro tra culture diverse che raramente dialogano nello stesso spazio artistico.
Un cast di collaboratori da capogiro
Se c’è una cosa che i Gorillaz sanno fare meglio di chiunque altro, è orchestrare collaborazioni che sulla carta sembrano impossibili ma che nei fatti funzionano alla perfezione. “The Mountain” non fa eccezione, anzi: alza ulteriormente l’asticella con una lista di ospiti che fa venire le vertigini.
Troviamo i Sparks nel singolo di lancio “Happy Dictator”, una scelta che dimostra quanto Albarn apprezzi l’approccio sperimentale della coppia Mael. Poi ci sono gli Idles in “The God of Lying”, un incontro tra il post-punk bristoliano e l’universo Gorillaz che promette scintille, e Johnny Marr degli Smiths che compare ben quattro volte nell’album, confermando il suo status di chitarrista più richiesto d’Inghilterra.
Ma forse l’aspetto più affascinante del disco è la presenza di voci dal passato: Bobby Womack, Dave “Trugoy the Dove” Jolicoeur, Dennis Hopper, Mark E. Smith dei Fall, il rapper di Detroit Proof e Tony Allen. È una tecnica che Albarn aveva già sperimentato, ma qui assume dimensioni quasi archeologiche, come se “The Mountain” fosse un museo sonoro dove passato e presente convivono nello stesso spazio temporale.
La produzione tra tradizione e innovazione
Dal punto di vista produttivo, “The Mountain” vede al lavoro un dream team che unisce veterani e nuove leve. Oltre ad Albarn stesso, troviamo James Ford (Arctic Monkeys, Haim), Samuel Egglenton, Remi Kabaka Jr. e l’argentino Bizarrap, fenomeno del rap latino che porta nel progetto la sua esperienza nel mondo delle freestyle sessions.
La scelta di registrare in location così diverse non è solo una questione di esotismo: ogni ambiente ha contribuito con la sua impronta acustica specifica, creando un album che letteralmente suona come un viaggio intorno al mondo. Le registrazioni in India, in particolare, hanno permesso di catturare sonorità tradizionali che difficilmente si possono ricreare in studio, mentre le sessioni in Siria aggiungono una dimensione geopolitica che non può essere ignorata.
Il tour e il ritorno dal vivo
Dopo l’annuncio dell’album, i Gorillaz hanno svelato anche le date del tour britannico e irlandese che partirà a marzo 2025. Si tratta di un ritorno alle origini per la band, che porterà “The Mountain” nei principali palazzetti del Regno Unito, culminando con il concerto evento al Tottenham Hotspur Stadium di Londra il 20 giugno.
La presenza dei Sparks e di Trueno come ospiti speciali in diverse date dimostra quanto Albarn voglia replicare dal vivo la dimensione collaborativa dell’album. È un approccio che richiede una produzione complessa ma che garantisce un’esperienza live unica, dove ogni concerto diventa un evento irripetibile.
Un album che guarda al futuro
“The Mountain” si posiziona come un statement artistico che va oltre la semplice raccolta di canzoni. È un manifesto di come la musica possa diventare un linguaggio universale capace di abbattere barriere geografiche, linguistiche e culturali. In un’epoca in cui il dibattito sull’appropriazione culturale è sempre più acceso, Albarn sceglie la strada della collaborazione autentica, lavorando direttamente con artisti locali nei loro territori di origine.
L’album promette di essere uno dei progetti più ambiziosi dell’anno, capace di ridefinire ancora una volta cosa significhi essere una band nell’era digitale. I Gorillaz continuano a essere pionieri non solo dal punto di vista musicale, ma anche in termini di modello artistico e di distribuzione, dimostrando che l’innovazione passa sempre attraverso la volontà di mettersi in discussione.
Il 20 marzo 2025 scopriremo se “The Mountain” riuscirà davvero a scalare le vette che si è prefissato.
Cosa ne pensi di questo approccio così internazionale? Credi che il multilinguismo in musica sia il futuro o rischia di disperdere l’identità artistica? Quale collaborazione ti incuriosisce di più? Raccontaci la tua nei commenti!


