Attenzione, spoiler. Da qui in poi l’articolo racconta nel dettaglio il finale di Nulla da perdere, il film Netflix con Nawell Madani disponibile dall’8 luglio. Se non l’hai ancora visto fino in fondo, ti conviene fermarti qui e tornare dopo aver recuperato il film per intero.
Da dove parte la storia
Prima di arrivare al finale, vale la pena ricordare brevemente da dove parte la storia. Jada, interpretata dalla stessa Nawell Madani, è un’istruttrice di boxe che per anni ha provato senza successo ad avere un figlio insieme al compagno Paul, interpretato da Guillaume Gouix. Dopo aver scoperto che i due sono biologicamente incompatibili, la coppia ricorre a una donazione di embrioni, e nasce così Naël. Dieci anni più tardi Jada e Paul si sono lasciati, e la donna cresce il bambino da sola con l’aiuto della madre Nadia. Quando a Naël viene diagnosticata una leucemia particolarmente aggressiva, la chemioterapia non basta, e il professor Bonfanti, il medico che segue il caso, comunica alla famiglia che l’unica possibilità concreta è un trapianto di midollo osseo.
La scoperta della famiglia di Agnes
Attraverso la signora Durand, referente del centro dove Jada e Paul avevano effettuato la donazione di embrioni, Jada scopre che esiste un’altra famiglia che ha ricevuto embrioni dagli stessi donatori. Si tratta di Agnes e suo marito Romain, genitori di un bambino, Adrien, che risulta quindi geneticamente collegato a Naël come una sorta di fratello per parte dei donatori biologici. Sulla carta, Adrien potrebbe essere un donatore di midollo compatibile, ma la famiglia rifiuta inizialmente di rinunciare al proprio anonimato per ragioni personali, dato che Romain non ha mai detto al figlio di essere stato concepito attraverso una donazione. È un dettaglio non secondario della sceneggiatura, che affida allo stesso attore, Paul Fouré, sia il ruolo di Naël che quello di Adrien, sottolineando visivamente il legame genetico tra i due bambini.
La decisione estrema di Jada
Di fronte al rifiuto della famiglia e ai tempi lunghissimi delle procedure ufficiali, con le condizioni di Naël che peggiorano di giorno in giorno, Jada prende una decisione improvvisa e drastica, quella di prendere in ostaggio l’intero reparto di oncologia pediatrica dell’ospedale in cui il figlio è ricoverato. La sua richiesta è semplice nella forma ma enorme nella sostanza, verificare la compatibilità di Adrien come donatore, portarlo in ospedale, procedere con l’operazione per salvare Naël, e solo allora rilasciare tutti gli ostaggi. È il momento in cui il film abbandona definitivamente i toni del dramma familiare per trasformarsi in un vero e proprio thriller da sequestro, con la polizia che circonda rapidamente l’edificio.
L’assedio e il colpo di scena con l’agente in borghese
Una volta scattato l’allarme, le forze speciali, guidate da un comandante, circondano l’ospedale, mentre un negoziatore prova a dialogare con Jada per convincerla a desistere. Anche la madre di Jada, Nadia, si presenta al perimetro di sicurezza nel tentativo di farla ragionare, ma la donna resta irremovibile. La tensione sale ulteriormente quando le forze dell’ordine decidono di introdurre nel reparto un agente sotto copertura, travestito da padre di uno dei piccoli pazienti, con l’obiettivo di avere la meglio su Jada dall’interno. Il piano fallisce, e Jada, spinta dall’istinto e dall’addestramento da pugile, riesce a colpire per prima l’agente, sparandogli allo stomaco. Da quel momento la sua posizione cambia radicalmente agli occhi delle autorità, passando da sequestratrice disperata a potenziale assassina di un poliziotto, un’escalation che rende ancora più incerto l’esito della vicenda.
Come si risolve la situazione
Mentre fuori la tensione con le forze dell’ordine raggiunge il punto più alto, dentro l’ospedale le condizioni di Naël peggiorano rapidamente, restringendo sempre di più la finestra di tempo utile per l’operazione. È a questo punto che Agnes chiama direttamente il reparto per parlare con il professor Bonfanti, dicendosi pronta ad aiutare Jada, ma comunicando che suo marito Romain continua a rifiutarsi di rivelare al figlio Adrien la verità sulle proprie origini, un ostacolo che rischia di far saltare tutto proprio negli ultimi istanti utili. Alla fine, secondo la ricostruzione più dettagliata della vicenda, è l’intero personale dell’ospedale, ormai schierato dalla parte di Jada, ad aiutarla a uscire di nascosto dalla struttura per incontrare personalmente Agnes e convincerla a portare avanti la decisione. Naël riesce così a ricevere il trapianto in tempo grazie al midollo di Adrien, e sopravvive.
Il destino di Jada e Paul dopo l’assedio
Sul fronte sentimentale, Paul, che nel corso dell’assedio finisce per affiancare Jada diventando di fatto complice delle sue azioni, vede il proprio rapporto con lei ricomporsi proprio grazie a quell’esperienza estrema vissuta insieme. Meno chiaro, e non a caso più discusso dalla critica internazionale, resta invece il destino giudiziario di Jada. Il film non mostra in modo esplicito conseguenze legali concrete per una donna che, va ricordato, ha sequestrato un intero reparto ospedaliero e ferito un agente delle forze dell’ordine, lasciando intendere piuttosto un contesto in cui nessuno, tra pazienti, personale sanitario e persino le stesse autorità, sembra realmente intenzionato a perseguirla una volta salva la vita del bambino. Proprio questo aspetto è stato indicato da diversi critici come il punto più debole della sceneggiatura, capace di indebolire, con un finale forse fin troppo consolatorio, la forza del messaggio di denuncia costruito nella parte centrale del film.
Cosa vuole raccontare davvero il film
Al di là dell’escalation da thriller della parte finale, Nulla da perdere costruisce il proprio impianto attorno a un tema molto concreto, quello della difficoltà quasi strutturale nel trovare donatori di midollo osseo compatibili, un problema che colpisce in modo ancora più marcato i pazienti di origine mista o appartenenti a minoranze etniche, storicamente meno rappresentati nei registri internazionali dei donatori. Il film sceglie deliberatamente di non costruire un vero antagonista, ma di mettere Jada di fronte a un sistema lento e burocratico più che malvagio, un ostacolo che risulta proprio per questo ancora più difficile da combattere e da perdonare. È la stessa domanda racchiusa nel titolo internazionale del film, Nothing to Lose, a guidare l’intera narrazione, quella su fin dove sia disposto a spingersi un genitore quando non ha più nulla da perdere.
Il legame personale di Nawell Madani con la storia
Un altro elemento che aiuta a comprendere il tono scelto per il film riguarda la vita privata della stessa Nawell Madani. La regista e protagonista ha raccontato pubblicamente, anche in una recente intervista televisiva, il proprio lungo percorso per diventare madre, un cammino segnato da diversi tentativi di fecondazione andati storti prima della nascita della figlia. Questo vissuto personale spiega perché la prima metà del film, quella dedicata al desiderio di maternità di Jada e alle difficoltà della coppia, sia costruita con un livello di dettaglio e di sincerità superiore rispetto a quanto ci si aspetterebbe da un semplice espediente narrativo, e perché la parte finale, più vicina ai codici del cinema di genere, sia stata scritta insieme a sceneggiatori esperti proprio per bilanciare l’intimità della prima parte con la tensione della seconda.
Perché il finale del film funziona (e dove convince meno)
Guardando la vicenda nel suo complesso, il punto di forza del finale resta la capacità di tenere lo spettatore sospeso fino all’ultimo, alternando la tensione dell’assedio ospedaliero ai momenti più intimi tra Jada e Naël attraverso il vetro del reparto di isolamento. È proprio in quei passaggi, più che nelle sequenze d’azione vere e proprie, che il film trova il proprio equilibrio migliore, restituendo con onestà la disperazione di una madre che si sente abbandonata da un sistema incapace di rispondere in tempo utile a un’emergenza reale. Dove il finale convince meno, come già evidenziato da buona parte della critica internazionale, è nella gestione delle conseguenze delle azioni di Jada, lasciate volutamente ai margini per non appesantire la chiusura della storia con un epilogo giudiziario che avrebbe probabilmente stonato con il tono più caldo scelto per gli ultimi minuti di pellicola.
Il paragone con Quel pomeriggio di un giorno da cani
Diversi critici internazionali hanno accostato la seconda metà di Nulla da perdere a Quel pomeriggio di un giorno da cani, il classico di Sidney Lumet del 1975 con Al Pacino, per la struttura da assedio costruita attorno a un protagonista spinto a un gesto estremo da un bisogno disperato più che da un reale intento criminale. Il paragone, per quanto lusinghiero, ha finito anche per penalizzare il film agli occhi di parte della critica, che ha sottolineato come la costruzione della tensione nella seconda parte non raggiunga la stessa intensità del suo modello di riferimento, complice anche una prima ora dedicata quasi interamente al percorso di Jada e Paul verso la genitorialità, con un ritmo giudicato da alcuni fin troppo disteso rispetto all’accelerazione improvvisa della parte finale.
Le reazioni discordanti del pubblico e della critica
Il giudizio complessivo sul film resta piuttosto diviso. Da un lato diversi spettatori hanno apprezzato l’interpretazione intensa di Nawell Madani e la capacità della storia di restituire con onestà l’angoscia di un genitore davanti alla malattia di un figlio, premiando il film con un buon riscontro di pubblico nei giorni successivi all’uscita. Dall’altro lato, una parte della critica ha invece messo in evidenza proprio la virata improvvisa verso il thriller, giudicata poco credibile nello sviluppo, insieme a un finale che rischia di apparire eccessivamente consolatorio rispetto alla gravità delle azioni compiute dalla protagonista nel corso dell’assedio.
Tu hai già visto il finale di Nulla da perdere? Facci sapere nei commenti cosa ne pensi della scelta di lasciare in sospeso le conseguenze legali per Jada, e se anche per te indebolisce il messaggio di fondo del film o se lo trovi comunque coerente con il tono della storia.


