Non so bene perché mi sia tornata in mente proprio lei. Forse colpa di qualche spezzone visto a caso, forse nostalgia da vigilia di Mondiale, forse il bisogno di ricordarmi che l’Italia, una volta, sul campo, qualcosa combinava. Fatto sta che a un certo punto mi riaffiora un titolo: Il colore della vittoria. Miniserie Rai, inizi anni Novanta, Mondiale 1934, fascismo, maglia azzurra, Claudio Amendola, Nancy Brilli, Vittorio Pozzo. E subito mi scatta una domanda: com’è possibile che chi ama il calcio italiano non ne parli quasi mai?
Se vivi di Nazionale, di racconti storici, di polemiche da bar condite di “ai miei tempi”, secondo me questa miniserie la devi vedere. Con affetto, con spirito critico, ma la devi vedere.
Come ci sono finito (di nuovo) dentro
Io me la ricordavo appena: due puntate, Raiuno, vista da ragazzino, poco prima di Italia ’90. Una di quelle cose che pensi di aver sognato. Poi ritrovi i nomi, le facce, le scene, e ti rendi conto che Il colore della vittoria aveva un’ambizione chiara: usare la storia del primo titolo mondiale azzurro per raccontare anche un pezzo di Paese.
Non è solo una storia di pallone. È una storia di uomini, di scelte, di paure, di compromessi, di retorica di regime che entra ovunque, anche nello spogliatoio. E di un allenatore che cerca di tenere insieme tutto senza trasformarsi in ventriloquo del potere.
Di cosa parla Il colore della vittoria
La miniserie mette al centro la cavalcata dell’Italia verso la Coppa Rimet del 1934, ma lo fa filtrando gli eventi attraverso alcuni personaggi chiave. Il più evidente è Attilio Ferraris IV, interpretato da Claudio Amendola in versione duro, orgoglioso, istintivo, con quella faccia da uno che sembra sempre a un passo dal mandare tutti al diavolo e un attimo dopo si gioca la partita della vita.
Accanto a lui trovi:
- Dorina (Nancy Brilli), figura affettiva che porta in scena desideri, fragilità, momenti privati;
- compagni di squadra sospesi tra disciplina e ribellione;
- dirigenti e funzionari che ricordano in ogni momento che, sopra il calcio, c’è il regime che guarda e giudica.
Il campo non è mai soltanto il campo: è una vetrina. Ogni vittoria è un messaggio politico, ogni esitazione sembra quasi un affronto. E questa tensione la senti, scena dopo scena, senza bisogno di discorsi pesanti.
Vittorio Pozzo: l’interpretazione che resta
La cosa che mi è rimasta più impressa, rivedendo il tutto con la testa di oggi, è Vittorio Pozzo. Il commissario tecnico non è un figurante. È una presenza forte, composta, lontana dagli allenatori caricaturali.
La serie costruisce un Pozzo:
- esigente, nel modo in cui parla ai giocatori;
- severo, ma non disumano;
- coerente, nelle scelte tecniche e morali;
- vigile, capace di muoversi nel clima del fascismo senza trasformare la Nazionale in teatrino.
Il bello è che questa interpretazione ti fa sentire il peso del contesto senza ridurre Pozzo a slogan ambulante. Lo vedi discutere, osservare, difendere i suoi; lo vedi scegliere in base alle idee, non solo per compiacere qualcuno. Nel rapporto con Ferraris, nello sguardo sul gruppo, nel modo in cui attraversa le partite, diventa davvero il perno narrativo.
Se ti interessa la storia della Nazionale, questo Pozzo vale già il recupero.
Tra storia e invenzione: cosa prendere e cosa lasciare
Attenzione però: Il colore della vittoria è una fiction, non un manuale di storia. Si prende libertà, fonde figure reali e personaggi inventati, accentua contrasti, taglia pezzi di cronaca per dare ritmo.
Ci sono licenze che saltano all’occhio, ma che fanno parte del gioco:
- alcune dinamiche di convocazione rese più teatrali;
- situazioni di spogliatoio “abbellite” rispetto alla realtà;
- semplificazioni nelle partite più tese, come quelle contro la Spagna;
- qualche caratterizzazione forzata di giocatori e dirigenti.
Se parti aspettandoti una ricostruzione millimetrica ti innervosisci. Se la prendi per quello che è, un racconto che usa il calcio per parlare di un’epoca, allora inizi a divertirti e a ragionare.
Anzi, il confronto tra quello che vedi sullo schermo e quello che sai della storia vera diventa un esercizio interessante: ti fa capire quanto ci piaccia romanzare i nostri trionfi.
Perché, se ami il calcio italiano, devi guardarla
Arriviamo al punto. Perché insisto tanto con questo “devi”? Perché Il colore della vittoria è una di quelle opere che ti aiutano a capire da dove arriva la retorica azzurra che ancora oggi respiriamo.
Se ami il calcio italiano, ti serve per almeno quattro motivi:
- perché offre un ritratto forte di Pozzo, allenatore che guida, tiene insieme, decide con calma e fermezza;
- perché mostra come il fascismo usasse il calcio come cassa di risonanza, senza bisogno di urlarlo in ogni scena;
- perché ti fa vedere la Nazionale come gruppo di uomini veri, con difetti, paure, orgoglio, non solo come figurine leggendarie;
- perché, rivista oggi, racconta anche il modo in cui nei primi anni Novanta pensavamo al nostro passato calcistico.
Non è una serie moderna, certo. I ritmi sono lenti, il gusto è televisivo, i dialoghi ogni tanto fanno sorridere. Ma proprio per questo ha un fascino particolare: è un ponte tra il mito del 1934 e l’Italia che si preparava a Italia ’90, quando ci sentivamo ancora padroni in casa nostra almeno sul prato verde.
Un pezzo di memoria calcistica da non perdere
Per me “Il colore della vittoria” è esattamente questo: un frammento di memoria collettiva che rischia di sparire nel rumore di piattaforme, trailer, serie usa e getta. Recuperarla oggi significa guardare il nostro rapporto con la maglia azzurra da un’altra angolazione.
Guardala con calma, con occhio curioso, sapendo che qualche dettaglio non torna ma che tante intuizioni, soprattutto sul clima e sulle persone, colpiscono ancora. E poi dimmi se anche tu non resti incollato a quel Pozzo severo e dignitoso, alle sue scelte, al modo in cui tiene tutti in riga mentre fuori lo Stato vuole solo vittorie da esibire.
Io la mia l’ho detta. Ora tocca a te: se l’hai vista, se la ricordi, se ti viene voglia di recuperarla, scrivilo nei commenti e raccontami la tua.


