Ci sono serie che sulla carta sembrano impeccabili e poi nella pratica lasciano con qualche dubbio. Un Classico Americano, disponibile su MGM+ tramite Apple TV dall’11 aprile in Italia, è esattamente questo tipo di produzione: un progetto con tutti gli ingredienti giusti che però non sempre riesce a usarli nel modo giusto, e che alla fine si posiziona in quello spazio ambiguo tra “vale la pena vederla” e “capisco chi l’ha mollata a metà”.
La premessa, che funziona meglio del risultato
Richard Bean è una star di Broadway, vincitore di Tony Award, con un narcisismo proporzionale al talento. La serie si apre con lui nei panni di Re Lear a critica favorevole, finché una stroncatura sul New York Times non lo fa perdere completamente: ubriaco di martini, affronta il critico in persona, gli strappa il bastone e gli recita Shakespeare in faccia. Il video diventa virale, Richard viene messo fuori dalla produzione, e l’unica soluzione che riesce a immaginare è tornare nella sua città natale in Pennsylvania, dove un piccolo teatro a conduzione familiare sta lentamente morendo. Decide di salvarlo mettendo in scena lui stesso un grande classico del teatro americano.
La premessa ha tutto quello che serve per funzionare: il personaggio scomodo costretto a fare i conti con un passato che ha deliberatamente evitato, i rancori accumulati in una famiglia piccola, l’ex fidanzata diventata sindaco che ora è sposata con il fratello. C’è materiale. Il problema è come viene sviluppato.
Cosa funziona
Kevin Kline è la ragione principale per guardare questa serie, e lo sarebbe anche se tutto il resto non reggesse. Richard Bean sulla carta è il classico protagonista insopportabile che il pubblico dovrebbe odiare mentre lo segue, e Kline trova esattamente il punto di equilibrio tra il ridicolo e il comprensibile che quel tipo di personaggio richiede. Lo fa senza urlare, senza esagerare, con quella qualità specifica della commedia di qualità in cui il personaggio non sa di essere comico e voi sì.
Tony Shalhoub nei panni di Alvy, l’agente storico di Richard, funziona ogni volta che è in scena. Il formato da mezz’ora a episodio è una scelta sensata per il tipo di storia che viene raccontata, perché non lascia il tempo di accorgersi dei vuoti narrativi prima che l’episodio sia già finito. E la produzione teatrale che Richard mette in scena, Our Town, ha un rapporto con la storia che viene raccontata abbastanza evidente ma non privo di intelligenza: un attore in declino che torna alle origini e mette in scena uno spettacolo sulla vita ordinaria e sul tempo che passa.
Cosa non funziona
Il problema principale di Un Classico Americano è che Richard Bean è praticamente l’unico personaggio a cui la serie ha dato un interno riconoscibile. Tutti gli altri esistono principalmente in funzione di lui, e si vede. Laura Linney interpreta Kristen, ex fidanzata di Richard e attuale moglie del fratello Jon, con la precisione tecnica che le è propria, ma il personaggio è scritto in modo abbastanza piatto: né il matrimonio con Jon né il rapporto con Richard vengono trattati con la specificità che meriterebbero, e il risultato è che Linney fa un ottimo lavoro con materiale che non è all’altezza di lei.
Jon Tenney ha lo stesso problema moltiplicato: il fratello è quasi un fondale narrativo su cui Richard proietta le sue dinamiche invece di essere un personaggio con una sua storia. La nipote Miranda, che sogna una vita nel teatro, è scritta in un modo che suona più come la versione che un adulto ha dei giovani di oggi che come una persona vera.
La serie funziona meglio quando si concentra sul rapporto tra Richard e il piccolo teatro, peggio quando deve gestire le relazioni familiari attorno a lui. E visto che quelle relazioni occupano una parte significativa degli otto episodi, il risultato è discontinuo.
Una produzione con una storia complicata alle spalle
Vale la pena sapere che Un Classico Americano ha avuto una gestazione di tre anni: MGM+ aveva annunciato il progetto nel 2022 e il via libera definitivo è arrivato solo nel gennaio 2025. Durante le riprese, iniziate in New Jersey nel giugno dello stesso anno, uno degli attori del cast, Harris Yulin, è morto per un arresto cardiaco prima di girare le sue scene. Il suo ruolo è stato recastato con Len Cariou. Queste cose non si menzionano per aggiungere peso al giudizio sulla serie, ma perché fanno parte di quello che la serie è diventata, e perché spiegano in parte quella sensazione di qualcosa che non gira sempre in modo del tutto fluido.
Su IMDB la media è attorno al 6, che nel linguaggio delle piattaforme significa che una parte del pubblico l’ha apprezzata e una parte l’ha trovata sotto le aspettative. Non è una bocciatura netta, è quella via di mezzo un po’ frustrante che capita quando un progetto ha potenziale ma non lo realizza del tutto.
Guardare o non guardare
Dipende molto da cosa cercate. Se vi basta Kevin Kline in forma per mezz’ora a episodio, la risposta è sì senza troppi dubbi. Se volete una serie corale che tratti tutti i personaggi con la stessa cura che riserva al protagonista, probabilmente rimarrete con la sensazione che qualcosa mancasse.
Otto episodi da trenta minuti. Totale: quattro ore di televisione. Il rapporto tra impegno richiesto e quello che offre è almeno onesto.
Voi che l’avete già vista: ha rispettato le aspettative o siete rimasti con qualche riserva?


