Diciamocelo subito: se hai aperto questo articolo è perché qualcuno ti ha mandato il link del documentario su Netflix con su scritto “devi vederlo” e tu hai risposto “sì certo” sapendo già che avresti cercato prima un riassunto su internet per capire di cosa si tratta senza doverti sedere novanta minuti davanti a qualcosa che ti darà il mal di stomaco. Non è un giudizio. È una comprensione profonda della natura umana e del modo in cui funziona il true crime nel 2026.
Milano, 2014: una storia che ancora fa impressione
La coppia dell’acido – Follia criminale è un documentario del 2021, disponibile su Netflix, che racconta una storia vera ambientata a Milano tra il 2014 e il 2015. I protagonisti sono Alexander Boettcher, trent’anni all’epoca dei fatti, e Martina Levato, ventitré anni. Due storie di partenza diverse, e vale la pena dirlo con precisione perché spesso si fa confusione.
Boettcher era un broker immobiliare di origini tedesche, cresciuto in un palazzo di viale Campania a Milano, da una famiglia benestante. Lavorava in Borsa, amava la palestra e le discoteche, era stato persino candidato alle elezioni regionali lombarde del 2013 nella lista di Giulio Tremonti. Prima di Martina era sposato con un’ex modella croata. Insomma, uno che nella vita aveva avuto tutto abbastanza comodo.
Martina Levato invece veniva da Bollate, comune nell’hinterland milanese, dove viveva con i genitori. Studentessa di economia alla Cattolica e di marketing alla Bocconi, brillante, ambiziosa. Era lei quella della Milano bene, o almeno di quella che aspirava a esserlo, e l’università era la porta d’ingresso. I due si erano conosciuti nel maggio 2013, avevano avuto una frequentazione inizialmente solo fisica, poi si erano separati, poi erano tornati insieme, poi tutto era precipitato in qualcosa che non ha nessun nome ordinario.
La relazione e il meccanismo che si è messo in moto
Boettcher aveva un carattere dominante, per usare un eufemismo educato. Aveva inciso la lettera “A” sul viso e sulla coscia di Martina, come fosse di sua proprietà. Martina nel memoriale scritto in carcere raccontò di pratiche di dominazione, di essere stata costretta a chiamarlo “papà”, di botte con la cinghia. Lui dal canto suo ha sempre negato tutto e accusato lei.
Quello che è certo è che insieme svilupparono quello che gli esperti chiamano disturbo psicotico condiviso, una specie di delirio a due in cui la realtà smette di essere quella degli altri e diventa qualcosa di costruito tra le quattro mura di una relazione malata. La follia che Boettcher aveva elaborato era questa: Martina era contaminata dai suoi ex, dai ragazzi che aveva frequentato prima di lui, e doveva purificarsi. Il metodo di purificazione scelto era l’acido solforico.
Le vittime, una per una
La prima aggressione ufficialmente contestata risale al maggio 2014, quando Martina tentò di evirare con un coltello Antonio Margarito, un compagno dell’università Cattolica con cui si era appartata in macchina. La cosa emerse solo durante il processo.
Il 2 novembre 2014, alle cinque e mezza del mattino in periferia nordovest di Milano, fu aggredito Stefano Savi, venticinque anni. Era stato scambiato per qualcun altro, l’obiettivo era un fotografo di nome Giuliano Carparelli, ma Savi gli assomigliava e si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Si ritrovò con l’acido sul corpo senza sapere nemmeno il motivo. Nonostante le ustioni e gli anni di cure, Savi ha dichiarato più volte di non volersi nascondere per il resto della vita, che si sarebbe laureato e sarebbe andato avanti. Una forza che la maggior parte di noi non sarebbe sicura di avere.
Il 28 dicembre 2014 toccò a Pietro Barbini, ventitré anni, che quella sera era tornato da una vacanza a Cortina con la famiglia. Aveva ricevuto strane telefonate da un sedicente corriere che sosteneva di avere un pacco da Parigi per lui. Si fece accompagnare dal padre in via Carcano perché quelle telefonate non lo convincevano del tutto. Il padre era ancora in macchina quando Martina gli lanciò addosso due litri di acido. Boettcher lo inseguì con un martello e fu bloccato dal padre di Barbini, che lo immobilizzò a terra aspettando la polizia. Fu questo il momento in cui la storia esplose.
Il processo, le condanne, quello che è successo dopo
Il processo fu lungo e si articolò in più tronconi. Alla fine, la Corte di Cassazione ha condannato entrambi in via definitiva con una leggera riduzione rispetto all’appello: Boettcher a 21 anni di reclusione, Martina Levato a 19 anni e 6 mesi. L’associazione per delinquere fu esclusa, ma le condanne per lesioni gravissime sono definitive.
In aula, nel corso del tempo, tra i due era calato un gelo visibile. Martina si è dichiarata pentita e ha accusato Boettcher di essere il vero responsabile, di averla manipolata e trascinata in tutto quello. Lui ha sempre negato, ribaltando le accuse. I giudici nelle motivazioni della sentenza hanno scritto che da parte di entrambi non c’è stata alcuna forma di pietà verso le vittime e che il grado di perversione era ripugnante. Boettcher ha definito il figlio Achille, nato nel 2015 dalla loro relazione, “la cosa più bella che abbia fatto nella mia vita.” I tribunali non hanno ritenuto questa affermazione sufficiente a garantirgli la responsabilità genitoriale: il bambino è stato dichiarato adottabile, la Cassazione ha confermato la decisione e ha respinto anche il ricorso dei nonni materni.
Vale la pena guardarlo?
Il documentario dura un’ora e ventisei minuti, ha un discreto 6.8 su IMDB, ed è costruito nel modo classico del true crime italiano: materiale d’archivio, interviste agli avvocati di entrambe le parti, testimonianze delle vittime, qualche spiegazione psicologica per cercare di dare un senso a quello che senso non ha del tutto. La critica ricorrente è quella della freddezza da telegiornale, di un tono che non riesce a rendere pienamente il peso di quello che racconta.
Ma la storia regge da sola, senza bisogno di regia ambiziosa. Non hai bisogno di grandi effetti per raccontare qualcosa di questo genere: i fatti bastano, e in questo caso i fatti sono già abbastanza pesanti da tenerti sveglio più a lungo di quanto avessi programmato. Guardarlo con la luce spenta sconsigliato. In compagnia, con qualcosa di leggero da fare subito dopo, è il formato giusto.
Nel frattempo loro due stanno scontando le loro pene. Le vittime stanno cercando di andare avanti, chi con più forza di chi. E il bambino nato in mezzo a tutto questo sta crescendo da qualche parte, sperabilmente lontano da questa storia. Che è, in fondo, l’unica parte della vicenda in cui è lecito sperare che le cose vadano davvero bene.


