Il film tedesco con i cani sulle Alpi è in cima alla classifica di Netflix in Italia da giorni e chiunque lo abbia visto ne sta parlando. Mangia prega abbaia – commedia tedesca disponibile su Netflix dal 1° aprile – ha conquistato il pubblico italiano con una formula semplice ma efficace: cinque proprietari di cani con i propri problemi, un addestratore misterioso sulle Alpi del Tirolo, e la graduale scoperta che il problema non sono mai i cani. Sono sempre i padroni.
Se hai già visto il film e vuoi capire meglio cosa è successo nel finale, o se stai cercando di decidere se vale la pena guardarlo, questo articolo fa per te. Attenzione: ci sono spoiler su tutta la storia, finale compreso.
Chi sono i cinque protagonisti e cosa nascondono
Il film costruisce cinque storie parallele, ognuna con la sua logica precisa. La cosa più riuscita è che ogni cane è uno specchio del proprio padrone – non per magia, ma per un meccanismo psicologico che il film racconta in modo abbastanza credibile.
Ursula è una politica europea che ha adottato la cagnolina Brenda non per affetto ma per interesse. Qualche settimana prima aveva detto in diretta televisiva, credendo che le telecamere fossero spente, di detestare i cani e di non considerare normale chi li tiene come unica compagnia. Le telecamere però erano ancora accese, e quelle parole erano finite in onda. Per rimediare allo scandalo, il suo staff le aveva consigliato di adottare un cane, nella speranza che qualche foto con Brenda potesse ripulire la sua immagine. Ursula arriva al workshop sulle Alpi con un nome falso – dice agli altri che il cane è di un’amica disabile che non poteva venire – e con zero intenzione di creare un legame vero con l’animale. Brenda la adora. Lei non lo ricambia.
Babs ha un cane enorme di nome Torsten che la trascina letteralmente per le strade della città. Il problema di Babs è che ha attraversato anni difficili sul piano della salute mentale, è rimasta sola, e ha imparato a considerare il rifiuto degli altri come qualcosa di inevitabile. Questa paura di essere abbandonata si è trasferita nel modo in cui tratta Torsten: non riesce a dargli ordini con fermezza perché teme che il cane possa smettere di volerle bene. Lo tratta come un essere umano da coccolare anziché come un animale che ha bisogno di guida. Torsten, nel frattempo, fa quello che vuole.
Helmut e Ziggy sono una coppia sposata con un piccolo Yorkshire Terrier di nome Gaga – che era il cane di Ziggy prima del matrimonio. Il problema è che Ziggy, inconsciamente, non ha mai smesso di considerare Gaga solo suo, e ha sempre fatto in modo sottile di tenere Helmut lontano dal cane. Gaga non fa altro che replicare questo messaggio: aggredisce Helmut ogni volta che si avvicina. Helmut, dal canto suo, ha paura che Ziggy, ora che ha avviato una propria attività redditizia, diventi indipendente e lo lasci. Due persone che si amano ma che stanno ciascuna proteggendo il proprio territorio, con un cane in mezzo che fa da arbitro involontario.
Hakan è il personaggio più complicato. Poliziotto, freddo, sempre distaccato. Arriva al workshop con la sua cagna Roxy, un pastore belga che tiene sempre con la museruola – non perché Roxy abbia mai morso qualcuno, ma come forma di punizione. Roxy era stata un cane da servizio dei corpi speciali, e quando era andata in pensione Hakan l’aveva affidata al fratello minore Emre, che lavorava come guardia di sicurezza. Una notte dei criminali avevano assalito il posto che Emre stava controllando. Roxy, spaventata, si era nascosta invece di intervenire. Emre era morto. Hakan non ha mai perdonato il cane.
Chi è davvero Nodon e perché il finale funziona
Nodon è il personaggio attorno a cui ruota tutta la seconda parte del film. Si presenta come un addestratore leggendario di origini celtiche, con una storia elaborata su anni trascorsi a vivere con un branco di lupi nel territorio selvaggio. Ha una barba folta, un aspetto imponente, un modo di parlare che sembra uscito da un documentario sulla natura. Il suo fascino funziona su quasi tutti i partecipanti al workshop.
La verità è molto più semplice e molto più simpatica. Nodon si chiama Simon. È il figlio della signora che gestisce la locanda Reisinger sulle Alpi del Tirolo, dove si svolgono i tre giorni di workshop. Alcuni anni prima, la locanda stava perdendo clienti e rischiava la chiusura. Simon, che era effettivamente un bravo addestratore di cani, aveva capito che nessuno sarebbe venuto fin lassù per un corso tenuto da un ragazzo qualunque della zona. Aveva quindi inventato il personaggio di Nodon – barba posticcia, storia mitologica, nome celtico – come strumento di marketing per portare turisti alla locanda di sua madre.
Quando Ursula e gli altri scoprono la verità, la reazione iniziale è di rabbia. Ursula in particolare si sente beffata e vuole rendere pubblica la storia. Ma nel frattempo è successa una cosa: una frana ha travolto Ursula durante una passeggiata in montagna, e a trovarla e segnalare il punto esatto dove si trovava sono stati proprio i cani. Brenda aveva abbaiato senza sosta sopra il punto dove Ursula era caduta. Roxy aveva guidato il gruppo fino a lei. È stato Simon, fuori dal personaggio di Nodon, a scalare la montagna nelle condizioni peggiori per portarla in salvo.
Questo ribalta il giudizio su di lui. Simon aveva usato una finzione, sì. Ma era un bravo addestratore, aveva aiutato concretamente tutte e cinque le persone al workshop, aveva salvato Ursula rischiando in prima persona. I cinque decidono di non rivelare niente a nessuno.
Due mesi dopo, tutti si ritrovano in un parco della città. Babs e Torsten superano il test che avrebbero determinato se il cane poteva restare con lei. Hakan toglie la museruola a Roxy e le mostra affetto per la prima volta. Helmut e Ziggy hanno smesso di farsi la guerra. Ursula ha perso il seggio in parlamento ma ha tenuto Brenda.
L’ultima scena ritrae un nuovo gruppo di partecipanti che arrivano alla locanda Reisinger per il prossimo workshop. Tra loro c’è Bill Kaulitz, il cantante dei Tokio Hotel, con il suo cane. Nodon fa la sua entrata scenografica e Bill – come tutti gli altri prima di lui – ci cade completamente.
Perché il film funziona nonostante i suoi limiti
Mangia prega abbaia non è un film che cambierà la tua idea sul cinema. I personaggi sono costruiti attorno a un’unica caratteristica ciascuno, i momenti comici non sempre atterrano, e la struttura è talmente prevedibile che già alla mezz’ora sai come andrà a finire per ognuno di loro.
Eppure funziona. Funziona perché la premessa di fondo è vera: i cani rispecchiano i loro padroni. Funziona perché i paesaggi del Tirolo austriaco sono bellissimi e la fotografia li valorizza in modo generoso. Funziona perché alcune delle storie – quella di Babs in particolare, e quella di Hakan – hanno una profondità emotiva che il film non si aspettava di riuscire a trasmettere. E funziona perché i cani, semplicemente, sono irresistibili.
Pensi che il finale di Mangia prega abbaia sia riuscito, oppure ti aspettavi qualcosa di più coraggioso dalla risoluzione della storia di Nodon? E se avessi scoperto che il tuo addestratore di fiducia aveva inventato tutta la sua storia, lo avresti perdonato sapendo che i risultati erano stati reali? Scrivilo nei commenti.


