Wind Chill è tra le aggiunte recenti di Netflix e, se l’hai appena visto, c’è una buona probabilità che tu sia arrivato ai titoli di coda con la stessa faccia di chi pensa: “Aspetta un attimo, ma quindi che cosa è successo davvero?”. Ed è normale. Perché il film, uscito nel 2007, parte come un thriller da viaggio sbagliato, poi diventa un horror soprannaturale e, nel finale, ti lascia volutamente con più di un dubbio. Su Netflix viene presentato come la storia di due universitari che, tornando a casa per le vacanze, restano bloccati su una strada isolata infestata dalle anime di chi è morto lì. In Italia è arrivato tra le novità di inizio aprile.
Il film è diretto da Gregory Jacobs e ha come protagonisti Emily Blunt, Ashton Holmes e Martin Donovan. Una curiosità che già dice qualcosa del tono del film è che i due protagonisti non hanno nemmeno un nome vero: nei crediti sono semplicemente Girl e Guy. Non è una scelta buttata lì. Serve a rendere la storia più astratta, più da incubo, quasi come se questi due potessero essere chiunque.
La trama, detta in modo semplice, è questa. Una studentessa universitaria deve tornare a casa per Natale e trova un passaggio tramite il classico sistema di bacheca del campus. Alla guida c’è un ragazzo che frequenta la sua stessa università e che, fin da subito, conosce più cose su di lei di quante dovrebbe. Lei non si fida, lui è gentile ma anche un po’ inquietante, e il film gioca bene proprio su questa ambiguità iniziale: il vero pericolo è lui o c’è altro? A un certo punto il ragazzo lascia l’autostrada e prende una scorciatoia su una strada secondaria costellata di croci. Lì arriva l’incidente. Una macchina compare dal nulla, lui sterza per evitarla, i due finiscono fuori strada e restano bloccati nella neve, in mezzo al nulla. Da quel momento il film cambia pelle.
Ed è qui che Wind Chill diventa interessante, ma anche un po’ scivoloso. Perché non punta sul classico horror rumoroso, non corre, non ti spiega tutto subito. Preferisce lavorare sul freddo, sull’isolamento, sulla sensazione di essere finiti in un posto sbagliato dove il tempo si è rotto. La strada non è solo pericolosa: è infestata. A perseguitarli compare un poliziotto d’altri tempi, aggressivo, ambiguo, quasi fuori dal tempo. Pian piano si capisce che quel tratto di strada è legato a una lunga sequenza di morti violente e sparizioni, molte delle quali riconducibili proprio a quel poliziotto corrotto.
Una delle cose più riuscite del film, secondo me, è che per buona parte della storia non capisci mai fino in fondo dove finisca la realtà e dove inizi il delirio da ipotermia. E il film ci gioca apposta. Il freddo è talmente forte che i personaggi vedono cose, si addormentano, si risvegliano, perdono il senso del tempo. Però il film non ti sta dicendo che è tutto un’allucinazione. Ti sta dicendo qualcosa di più sottile: che in quel posto il soprannaturale esiste, ma l’ipotermia lo rende ancora più difficile da decifrare. Quindi sì, ci sono sequenze che sembrano sogni o visioni, ma il cuore del racconto resta quello di una strada maledetta dove i morti non se ne sono mai andati.
Arriviamo allora al punto che interessa di più: il finale spiegato bene.
La lettura più lineare è questa. Dopo l’incidente, il ragazzo è messo peggio di quanto lasci intendere. A un certo punto la ragazza riesce perfino a contattare il 911 usando un vecchio telefono collegato a un palo, ma quando torna alla macchina scopre che lui è già morto. Questo è il primo snodo decisivo, perché da lì in poi tutto cambia: il ragazzo non è più semplicemente uno dei due sopravvissuti, ma diventa anche lui parte di quel mondo sospeso tra i vivi e i morti che abita la strada.
Subito dopo compare uno spazzaneve, guidato da un uomo che spiega l’origine della maledizione. Racconta che negli anni Cinquanta un poliziotto corrotto uccideva persone su quel tratto di strada, che nel 1953 aveva fatto uscire di strada una giovane coppia e che da allora, ogni Natale, quel posto continuava a reclamare vittime. Racconta anche di preti trovati congelati nel 1961. Insomma, la strada non è solo un luogo pericoloso: è un cimitero aperto, un punto in cui la violenza si è accumulata fino a lasciare un segno fisico.
Poi succede un’altra cosa strana: il poliziotto riappare, lo spazzaneve finisce fuori strada, si vedono le auto bruciate del 1953 e i fantasmi dei preti che, invece di salvare il poliziotto, lo condannano lasciandolo morire. A quel punto sembra che il film stia andando verso una resa dei conti definitiva tra vittime e carnefice. Ma non è così semplice, perché subito dopo la ragazza si “risveglia” di nuovo in macchina accanto al corpo del ragazzo. Questa è la parte che manda in crisi molti spettatori.
La spiegazione più convincente è che il film, in quel momento, stia sovrapponendo più livelli di realtà. Quello che vede la ragazza è reale nel senso soprannaturale del film, ma non lineare nel senso cronologico. Sta entrando e uscendo da uno spazio infestato in cui passato e presente si toccano. Il risveglio in macchina non annulla ciò che abbiamo visto prima, ma ci mostra che lei è ancora intrappolata in quel luogo, come se la strada continuasse a trascinarla dentro il suo ciclo di morti e apparizioni.
Ed ecco il punto finale, quello più importante: il ragazzo torna come fantasma, ma non come minaccia. Anzi. La aiuta. La guida attraverso la vecchia casa dei preti fino alla stazione di servizio, cioè verso una via d’uscita. Questo vuol dire che lui è morto, sì, ma non è diventato uno spirito ostile come il poliziotto. In un film dove quasi tutte le presenze sono aggressive o perdute, lui diventa l’unico morto che conserva una forma di umanità e protegge qualcuno. È anche l’unica vera chiusura emotiva del film. Ore dopo, infatti, vediamo i soccorritori caricare il suo cadavere e una paramedica assistere la ragazza, che è viva. Quindi il finale, per dirla in modo secco, è questo: lui muore, lei si salva, la strada resta maledetta.
Il motivo per cui il finale confonde è che il film non usa il soprannaturale come una porta da aprire e chiudere con ordine. Non ti dice: adesso siamo nella realtà, adesso siamo nel mondo dei fantasmi. Fa convivere le due cose. E secondo me lo fa anche bene, se entri nel suo gioco. Se invece cerchi una spiegazione matematica scena per scena, rischi di innervosirti.
C’è poi un’altra curiosità che aiuta a capire il tono del film: Wind Chill è stato girato in Canada, con le scene universitarie alla University of British Columbia e gli esterni nei dintorni di Peachland, nella British Columbia. Anche questa scelta pesa. La neve qui non è solo scenografia. È proprio il motore dell’angoscia. Il film non ti spaventa con mostri che saltano fuori ogni tre minuti. Ti spaventa con il freddo, con l’isolamento e con il fatto che il corpo, a un certo punto, non risponde più.
Un’altra cosa interessante è che il film dura circa 90 minuti. E gli fa bene. Non ha tempo di gonfiarsi, di spiegare troppo, di aggiungere sottotrame inutili. Parte con due personaggi, una macchina, una strada e il gelo. E resta lì. È un horror piccolo, quasi minimalista, ma proprio per questo ha una sua identità. Non è perfetto, perché la sceneggiatura ogni tanto traballa e alcune transizioni sembrano più confuse che misteriose, però l’atmosfera resta forte. E poi vedere oggi una Emily Blunt ancora prima della fase da star totale ha il suo fascino.
Quello che rende Wind Chill più interessante adesso, con il suo arrivo su Netflix, è che non è il solito horror da catalogo messo lì a fare numero. È uno di quei film che magari molti si erano persi nel 2007 e che oggi possono essere recuperati meglio, soprattutto da chi ama gli horror invernali, le ghost story e i film in cui il confine tra colpa, desiderio e morte resta sempre un po’ sfocato. Anche il fatto che sia ambientato poco prima di Natale aggiunge un tono strano, quasi da favola guasta.
Quindi, tirando le somme: Wind Chill racconta di una strada infestata da vecchi omicidi, di due ragazzi che ci finiscono dentro per errore e di uno di loro che, una volta morto, diventa l’unico a poter aiutare l’altra a uscire. Il finale non dice che “era tutto un sogno”, non dice nemmeno che tutto quello che vediamo accade in modo lineare. Dice una cosa più inquietante: in certi luoghi la violenza resta, si ripete, si mescola al presente, e per uscirne non basta sopravvivere fisicamente. Serve anche qualcuno che ti indichi la strada.


