Uno dei più grandi capolavori della storia del cinema è finalmente sbarcato su Netflix. Toro Scatenato (Raging Bull), il film del 1980 diretto da Martin Scorsese con un monumentale Robert De Niro, è ora disponibile sulla piattaforma di streaming e sta facendo riscoprire a migliaia di spettatori perché questo film è considerato uno dei vertici assoluti della settima arte.
Ma dietro le quinte di questo capolavoro in bianco e nero si nasconde una storia di ossessione, autodistruzione e rinascita che supera qualsiasi sceneggiatura. Una storia fatta di trasformazioni fisiche estreme, dipendenze dalla cocaina, ossa rotte sul set e un regista convinto di stare girando il suo ultimo film prima di morire. Benvenuti nel dietro le quinte di Toro Scatenato, dove la linea tra finzione e realtà si è dissolta completamente.
La trasformazione fisica più estrema di sempre
Quando parliamo di attori che si sono trasformati radicalmente per un ruolo, il nome di Robert De Niro viene sempre in mente. Ma quello che fece per Toro Scatenato stabilì un record che resistette per sette anni, fino a quando Vincent D’Onofrio non prese 35 chili per Full Metal Jacket nel 1987.
De Niro doveva interpretare Jake LaMotta, il celebre pugile italoamericano soprannominato “il Toro del Bronx”, in due fasi completamente diverse della sua vita: prima come atleta muscoloso e scattante durante la carriera pugilistica negli anni Quaranta, poi come uomo obeso e decaduto negli anni Sessanta, quando LaMotta era diventato un intrattenitore mediocre nei nightclub di New York.
La produzione fu organizzata in modo controintuitivo. Scorsese decise di girare prima le scene con De Niro ingrassato, poi avrebbe sospeso le riprese per permettere all’attore di dimagrire, allenarsi e costruire il fisico di un pugile professionista. Ma come si fa a prendere 30 chili in pochi mesi quando si è già un adulto in forma?
La MGM mandò De Niro in un tour gastronomico tra Francia e Nord Italia con un’unica regola: mangiare senza limiti. L’attore consumava almeno mezzo chilo di pasta al giorno diviso tra pranzo e cena, accompagnato da frullati proteici e pasti giganteschi a ogni ora. “I primi sette chili vanno da soli ed è divertente”, avrebbe raccontato De Niro in seguito, “ma poi diventa un vero sacrificio”.
L’attore venne seguito dal leggendario culturista Franco Columbu, amico di Arnold Schwarzenegger, che aveva il compito di monitorare la sua salute durante questa folle trasformazione. Ma nemmeno Columbu poteva prevedere quello che sarebbe successo.
Quando il metodo recitativo diventa pericoloso
Dopo alcuni mesi di abbuffate incontrollate, De Niro era aumentato di circa 27-30 chili (le fonti oscillano tra queste cifre). Il suo peso era schizzato a livelli pericolosi e il suo corpo cominciò a ribellarsi. L’attore sviluppò gravi problemi di respirazione, non riusciva più a mantenere una postura corretta e persino parlare diventava faticoso.
Le scene con il LaMotta ingrassato furono girate in pochissimi ciak. De Niro letteralmente non riusciva a sostenere fisicamente le riprese per più di pochi minuti alla volta. Il suo addome era talmente gonfio che inglobava l’immagine stessa del personaggio, creando quella presenza scenica gigantesca e tragica che vediamo nel film.
Ma il sacrificio valse la pena. La performance di De Niro è considerata una delle più intense della storia del cinema e gli valse l’Oscar come Miglior Attore Protagonista. Quando il vero Jake LaMotta vide il film, chiese alla sua ex moglie Vicki: “Ero veramente così?”. La risposta fu lapidaria: “Peggio“.
Dopo le riprese, Columbu continuò a seguire De Niro per fargli perdere i 30 chili accumulati e poi ricostruire il suo tono muscolare per le scene da pugile. Un processo lungo e doloroso che dimostra fino a che punto un attore può spingersi per la propria arte.
Martin Scorsese: 49 chili, cocaina e la convinzione di morire
Ma De Niro non fu l’unico a rischiare la vita durante la lavorazione di Toro Scatenato. Anzi, per certi versi la sua trasformazione fisica impallidisce di fronte a quello che stava passando il regista Martin Scorsese.
La seconda metà degli anni Settanta era stata un periodo di estremi per Scorsese. Da una parte il trionfo assoluto: la Palma d’Oro a Cannes per Taxi Driver e la consapevolezza di aver realizzato un instant-classic. Dall’altra il baratro: i due film successivi, New York, New York (1977) e L’ultimo valzer, pur essendo oggi considerati opere preziose, all’epoca furono stroncati da critica e pubblico.
Il risultato fu una spirale di autodistruzione spaventosa. Scorsese sprofondò in una grave depressione accompagnata da una dipendenza devastante dalla cocaina mischiata a psicofarmaci. Il regista passava intere giornate a letto in completo stato di apatia. Il suo peso crollò a 49 chili, un numero terrificante per un uomo adulto.
Nel settembre 1978, Scorsese venne ricoverato d’urgenza per un’emorragia interna causata da overdose. I medici gli dissero chiaramente che se avesse continuato così sarebbe morto nel giro di pochi mesi. In quel momento, sdraiato in un letto d’ospedale, Scorsese era convinto che la sua carriera fosse finita. Aveva 36 anni.
De Niro salva Scorsese: “Devi ripulirti e girare questo film”
Ed è qui che entra in gioco Robert De Niro. L’attore, che aveva letto l’autobiografia di Jake LaMotta già sul set de Il Padrino – Parte II, era ossessionato dall’idea di portare quella storia sullo schermo. Aveva persino ricevuto una copia autografata del libro dallo stesso LaMotta, con una dedica eloquente: “Per l’unico attore al mondo che potrebbe ritrarre la mia vita pazza“.
De Niro fece visita a Scorsese in ospedale e lo mise alle corde: “Devi ripulirti e devi girare questo film!“. Per anni aveva cercato di convincere il regista, che però non ne voleva sapere. “Non capisco niente di boxe, per me è come una partita fisica a scacchi”, aveva risposto Scorsese.
Ma in quel letto d’ospedale, qualcosa cambiò. Scorsese vide in Jake LaMotta uno specchio della propria autodistruzione. Un uomo che aveva raggiunto la vetta del successo solo per buttare via tutto a causa dei propri demoni interiori. Decise che Toro Scatenato sarebbe stato il suo ultimo film, il suo testamento cinematografico prima di ritirarsi definitivamente.
Iniziò così un processo di riabilitazione fisico e mentale. Scorsese dovette letteralmente scegliere tra il cinema e la morte. Scelse il cinema, e ci regalò uno dei capolavori più importanti della storia.
Il set maledetto: costole rotte e sangue di cioccolato
Le riprese di Toro Scatenato furono complicate sotto ogni punto di vista. A causa dei problemi di asma di Scorsese, in alcune scene fu addirittura suo padre, Charles Scorsese, a sostituirlo dietro la macchina da presa.
Ma l’episodio più doloroso coinvolse Joe Pesci, che interpretava Joey, il fratello-manager di Jake LaMotta. Pesci all’epoca lavorava in un ristorante nel Bronx, dopo il fallimento del suo unico film da protagonista, “The Death Collector” del 1976. Furono Scorsese e De Niro a contattarlo personalmente, colpiti proprio dalla sua performance in quel film dimenticato.
Durante le riprese di una scena di sparring che doveva trasformarsi in una vera zuffa, De Niro ruppe una costola a Joe Pesci. Non fu un incidente di scena: la violenza era vera, i colpi erano veri. E se guardate attentamente il film, potete vedere la vera smorfia di dolore di Pesci in quella sequenza. L’attore continuò a recitare nonostante il dolore lancinante, in perfetto stile method acting.
Per rendere ancora più realistiche le scene sul ring, Scorsese fece scelte tecniche radicali. Fu usato cioccolato liquido al posto del sangue (che in bianco e nero rendeva meglio del sangue finto tradizionale), mentre per gli effetti sonori dei pugni vennero schiacciati meloni, pomodori e angurie. Furono anche inseriti dei colpi di fucile per enfatizzare l’impatto dei pugni più violenti.
Perché il bianco e nero? La verità nascosta
Una delle domande più frequenti su Toro Scatenato riguarda la scelta del bianco e nero. Perché Scorsese decise di girare un film nel 1980 in bianco e nero, quando il colore era ormai lo standard da decenni?
La risposta ufficiale è sempre stata: autenticità storica. I filmati e le foto degli incontri di LaMotta negli anni Quaranta erano in bianco e nero, quindi il film doveva esserlo. Inoltre, Scorsese voleva differenziarsi visivamente da Rocky e dagli altri film di boxe dell’epoca.
Ma c’è anche una verità più prosaica, rivelata dallo stesso Scorsese nel commentario del DVD. Quando guardarono i primi provini a colori con De Niro che sparring sul ring, qualcosa non funzionava. Fu Michael Powell, il leggendario regista britannico diventato mentore e amico di Scorsese, a capire il problema: era il colore dei guantoni che disturbava l’immagine.
Ma c’era anche un altro motivo tecnico: il sangue. Con tutta quella violenza sul ring, il film rischiava di essere stroncato dalla censura anche con il rating R. Dovettero cambiare il colore dei guantoni in un marrone spento per renderli più accettabili, ma il problema del sangue rimaneva. In bianco e nero, invece, potevano mostrare tutta la brutalità che volevano.
La tecnica rivoluzionaria: una sola telecamera contro Hollywood
Scorsese fece un’altra scelta radicale che andava contro tutte le convenzioni del cinema di boxe dell’epoca. Mentre Rocky e gli altri film del genere usavano più telecamere contemporaneamente per catturare l’azione da angolazioni diverse, Scorsese usò una sola macchina da presa.
Questa scelta costrinse il team a ripensare completamente la coreografia degli incontri. Ogni movimento doveva essere perfetto, ogni angolazione studiata nei minimi dettagli. Vennero girate così tante scene sul ring che, secondo i membri della troupe, ci si potevano realizzare una decina di film solo con quel materiale.
Il risultato fu una rappresentazione della boxe mai vista prima e mai più replicata. Le scene sul ring di Toro Scatenato sono considerate le migliori mai girate nella storia del cinema, tanto che ogni regista che si è poi cimentato con il genere ha dovuto confrontarsi con questo modello inarrivabile.
De Niro e Pesci: tre mesi da coinquilini per diventare fratelli
Per raggiungere quel livello di autenticità nel rapporto tra i due fratelli LaMotta, De Niro e Joe Pesci fecero qualcosa di estremo anche per gli standard del method acting: vissero insieme per tre mesi prima dell’inizio delle riprese.
I due attori condivisero un appartamento, mangiarono insieme, discussero insieme, litigarono come veri fratelli. Quando finalmente arrivarono sul set, non dovevano più fingere di essere fratelli: si comportavano naturalmente come tali. Questa chimica è palpabile in ogni scena del film.
Il sequel mai fatto (o quasi)
La storia di Toro Scatenato non finisce nel 1980. Nel 2012 iniziò la produzione di un sequel basato sul secondo libro autobiografico di Jake LaMotta. Il titolo iniziale era ovviamente “Toro Scatenato 2”, ma la MGM fece causa sostenendo che non poteva essere utilizzato in alcun modo il titolo originale.
La produzione dovette cambiare nome in “The Bronx Bull” (2016), un film indipendente con un budget ridicolo rispetto all’originale, che venne accolto malissimo dalla critica e ignorato dal pubblico. Una dimostrazione che certi capolavori non si possono replicare.
Un film che salvò due vite
Toro Scatenato vinse due Oscar (Miglior Attore per De Niro e Miglior Montaggio per Thelma Schoonmaker) su otto nomination totali. All’epoca la critica fu divisa: alcuni denunciarono l’eccessiva violenza e la “difficoltà” del personaggio di LaMotta, altri ne lodarono il sapiente montaggio e la regia visionaria.
Col tempo, però, il film è diventato unanimemente riconosciuto come uno dei capolavori assoluti del cinema americano. Nel 1990 è stato inserito nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso per la sua importanza culturale, storica ed estetica.
Ma al di là dei premi e dei riconoscimenti, Toro Scatenato rimane il film che salvò due vite: quella di Martin Scorsese, strappato dalla depressione e dalla droga, e quella artistica di Robert De Niro, che con questa performance dimostrò di essere il più grande attore della sua generazione.
Ora che il film è disponibile su Netflix, una nuova generazione può scoprire questo capolavoro e capire cosa significa davvero sacrificare tutto per l’arte. Perché Toro Scatenato non è solo un film sulla boxe: è un film sulla redenzione, sull’autodistruzione e sulla capacità dell’essere umano di rialzarsi anche quando sembra impossibile.
Hai già visto Toro Scatenato su Netflix? Cosa ne pensi della trasformazione fisica di De Niro e della storia dietro le quinte? Lascia un commento e raccontaci la tua opinione su uno dei film più estremi mai realizzati!


