Immagina la scena: sei Arnold Schwarzenegger, hai appena finito di girare Conan il distruttore, sei già abbastanza famoso nel mondo del bodybuilding e stai cercando di sfondare come attore. Ti arriva una proposta per un film di fantascienza a basso budget diretto da un regista praticamente sconosciuto. Durante un’intervista, un giornalista nota le scarpe strane che indossi e ti chiede a cosa servano. La tua risposta? “Oh, un film di m*a che sto facendo, occuperà un paio di settimane”**.
Quel “film di m***a” era Terminator. E quella risposta sarebbe diventata una delle gaffe più epiche della storia di Hollywood, perché quel film non solo lanciò definitivamente la carriera di Arnold, ma divenne uno dei cult più iconici della storia del cinema, incassando 80 milioni di dollari a fronte di un budget ridicolo di appena 6,4 milioni. Un rapporto costi-benefici da sogno che avrebbe fatto impallidire qualsiasi produttore.
Ma come si arriva a definire “di m***a” quello che sarebbe diventato il film della propria vita? La risposta è semplice: né Arnold né tantissimi altri a Hollywood avevano la minima idea di cosa stesse per succedere.
L’idea nata da un’indigestione di gamberetti
Per capire la storia di Terminator, bisogna tornare indietro ai primi anni ’80, quando James Cameron non era nessuno. Stava promuovendo il suo primo film, Piraña paura, e si trovava a un party a Roma. Fece quello che fanno tutti quando si ritrovano in contesti sociali troppo eleganti per loro: si strafogò fino a star male.
Quella sera, nella sua camera d’albergo, in preda al delirio febbrile causato dall’indigestione, Cameron ebbe un incubo. Sognò un teschio di metallo che usciva dalle fiamme tenendo in mano dei coltelli da cucina. Come Bram Stoker prima di lui (che dopo un’indigestione sognò Dracula), Cameron capì di aver trovato qualcosa di speciale. Quella visione divenne il punto di partenza per scrivere la sceneggiatura di Terminator.
Ma c’era un problema: Cameron era un emerito sconosciuto. Chi avrebbe mai finanziato un film di fantascienza scritto da un tipo che aveva appena fatto un flop con Piraña paura?
Il dollaro che cambiò Hollywood
Per realizzare il suo sogno (o meglio, il suo incubo), Cameron dovette vendere letteralmente l’anima al diavolo. O meglio, vendere i diritti del film per un solo dollaro alla produttrice Gale Anne Hurd, che all’epoca era sua moglie. La condizione? Che fosse lui, e solo lui, a dirigere il film.
Un dollaro. Per i diritti di quello che sarebbe diventato uno dei franchise più redditizi della storia del cinema. Ogni volta che pensi di aver fatto un cattivo affare nella vita, ricordati di James Cameron e del suo dollaro.
Con quell’accordo in tasca, Cameron e Hurd si misero al lavoro per convincere qualcuno a finanziare il progetto. Alla fine riuscirono a mettere insieme i soldi da Hemdale Film Corporation, HBO e Orion Pictures. Ma il budget restava misero: 6,4 milioni di dollari per fare un film di fantascienza. Per darti un’idea, oggi con quella cifra a malapena giri uno spot pubblicitario decente.
Cameron non voleva Arnold (e Arnold non voleva Terminator)
Ecco la parte più assurda della storia. Gli studios volevano Arnold Schwarzenegger per il film, ma lo vedevano nel ruolo di Kyle Reese, il soldato buono mandato dal futuro per proteggere Sarah Connor. Cameron invece lo voleva come protagonista del film… o meglio, non lo voleva proprio.
Il regista aveva un’idea molto precisa di chi dovesse interpretare il Terminator: il suo amico Lance Henriksen. Henriksen ci credeva talmente tanto che si presentò all’incontro con i produttori sfondando la porta a calci, truccato come un robot danneggiato. Mise anche soldi di tasca propria per finanziare il progetto. Ma non bastò.
Gli studios insistevano per Arnold. E Cameron? Pianificò letteralmente di incontrarlo solo per litigare con lui e poi riferire alla produzione che non era adatto al ruolo. Un piano geniale, no?
Peccato che non funzionò. Durante l’incontro, Arnold cominciò a parlare di come avrebbe interpretato il cattivo, del modo in cui un cyborg si muove, di come dovrebbe comportarsi. Cameron rimase così colpito che iniziò a disegnare la sua faccia su un block notes e gli chiese di smettere di parlare e restare fermo.
Alla fine dell’incontro, Cameron tornò dai produttori e disse: “Arnold non interpreterà Reese. Interpreterà un Terminator infernale”. E Arnold, che aveva accettato l’incontro quasi per caso, disse semplicemente: “Fidati di me”.
Ma anche lui era scettico. Tanto scettico che quando un giornalista gli chiese delle scarpe strane che indossava (erano per il film), rispose con quella frase che sarebbe diventata leggendaria: “Oh, un film di m*a che sto facendo, occuperà un paio di settimane”**.
Gli altri che dissero no (e se ne pentirono amaramente)
Prima di Arnold, il ruolo del Terminator venne offerto a una sfilza di attori che rifiutarono. Sylvester Stallone disse no. Mel Gibson pure. Gli studios proposero persino O.J. Simpson, ma Cameron lo rifiutò dicendo che “non sembrava abbastanza credibile come killer”.
Ironia della sorte, dieci anni dopo O.J. sarebbe stato accusato dell’omicidio della moglie Nicole Brown e dell’amico Ronald Lyle Goldman. Forse Cameron aveva visto qualcosa che gli altri non vedevano, o forse era solo il destino che giocava brutti scherzi.
Anche per il ruolo di Kyle Reese ci fu una giostra di rifiuti. Sting disse no perché Cameron non era abbastanza famoso. Furono considerati Christopher Reeve, Matt Dillon, Kurt Russell, Bruce Springsteen e persino Tommy Lee Jones. Alla fine presero Michael Biehn, che fece un lavoro strepitoso.
Perfino Sarah Connor avrebbe potuto avere un volto diverso. Prima di Linda Hamilton furono considerate Jennifer Jason Leigh, Melissa Sue Anderson, Rosanna Arquette e Lea Thompson. Ma nessuna convinse Cameron quanto Linda.
L’allenamento robotico di Arnold
Una volta scelto per la parte, Arnold prese il ruolo tremendamente sul serio. Per un mese intero maneggiò pistole ogni giorno. Durante le prime due settimane, si allenò a smontare e rimontare armi bendato, finché i movimenti non diventarono completamente automatici. Doveva muoversi come una macchina, non come un umano.
E c’è un altro dettaglio inquietante: Arnold evitava deliberatamente Linda Hamilton e Michael Biehn sul set. Non voleva socializzare con loro, non voleva provare simpatia o altri sentimenti verso le due persone che il suo personaggio era stato mandato a uccidere. Metodo Stanislavskij portato all’estremo: se sei un killer robotico, non puoi avere amici.
Il risultato? Una performance così iconica che ancora oggi, quando pensi a un cyborg assassino, vedi la faccia di Arnold Schwarzenegger.
Riprese da guerriglia urbana
Con un budget così ridotto, Cameron dovette inventarsi ogni trucco possibile per realizzare il film. La sua tecnica preferita? Il “guerrilla filmmaking”, come lo chiamava lui. In pratica: arrivare velocemente in un posto, girare la scena e scappare prima che arrivasse la polizia.
Molte delle persone che vedi in alcune scene di Terminator sono cittadini normali che non sapevano di essere in un film. Cameron non aveva i permessi per girare, quindi faceva tutto di nascosto.
Ma la cosa più folle? Cameron svegliava Arnold alle 3 del mattino per incontrarlo in qualche location già in costume, girare velocemente una scena e andarsene prima che qualcuno se ne accorgesse. Immagina Arnold Schwarzenegger vestito da Terminator che gira per Los Angeles alle tre di notte mentre una troupe improvvisata cerca di catturare la scena perfetta prima dell’alba.
Per l’ultima scena, dove Sarah guida verso il deserto, Cameron doveva aspettare che il calore creasse delle increspature nell’aria per dare quell’effetto di “futuro incombente”. Mentre aspettavano, arrivò un poliziotto. La produttrice Gale Anne Hurd lo convinse che stavano girando un progetto per l’università UCLA e lui li lasciò finire. Un bluff da manuale.
I trucchi low-budget che sembravano fantascienza
La pistola con il mirino laser che vedi nel film? Era vera, ma la tecnologia del 1984 non permetteva i diodi laser che usiamo oggi. Arnold doveva usare un laser a elio-neon con un alimentatore esterno che attivava manualmente. Praticamente aveva un pacco batterie nascosto da qualche parte e doveva fare finta che il laser funzionasse da solo.
Il camion cisterna che esplode alla fine del film? Un modellino. Non un vero camion da 18 ruote. E il fumo che esce dal Terminator schiacciato nella pressa idraulica? Fumo di sigaretta soffiato dalla troupe durante le riprese.
Con pochissimi soldi, Cameron riuscì a creare effetti che sembravano costare milioni. E funzionarono alla grande.
Il successo che nessuno si aspettava
Il film uscì nelle sale americane il 26 ottobre 1984. Fu proiettato in 1.005 cinema e nel primo weekend incassò oltre 4 milioni di dollari, piazzandosi al primo posto del botteghino per due settimane consecutive. Alla fine, tra Stati Uniti e resto del mondo, arrivò a 78 milioni di dollari di incasso.
Per un film che era costato 6,4 milioni, era un trionfo assoluto. Ma soprattutto, era la nascita di una leggenda.
Arnold Schwarzenegger divenne una superstar globale. James Cameron divenne uno dei registi più pagati di Hollywood. E quel “film di m***a” che avrebbe dovuto occupare “un paio di settimane” diede vita a un franchise con sei film, serie TV, fumetti, videogiochi e un posto fisso nell’immaginario collettivo.
L’ombra del plagio
Non tutto fu rose e fiori, però. Lo scrittore di fantascienza Harlan Ellison accusò Cameron di plagio, sostenendo che Terminator copiava da episodi di The Outer Limits che lui aveva scritto negli anni ’60. La causa andò in tribunale e Cameron perse. Oggi, tutte le nuove copie del film citano Ellison nei titoli di coda.
Ma anche questa controversia non scalfì il successo del film. Anzi, probabilmente contribuì a renderlo ancora più leggendario.
La lezione di Arnold (e di Cameron)
Quindi, cosa ci insegna questa storia? Che non puoi mai sapere quando stai facendo qualcosa di speciale. Arnold pensava fosse un film di m***a. Cameron lo aveva venduto per un dollaro. Gli studios lo avevano finanziato con quattro soldi. Eppure, quella combinazione di talento, follia, incoscienza e fortuna creò uno dei film più iconici di sempre.
E Arnold? Beh, ha imparato la lezione. Da quel momento in poi non ha più definito “di m***a” nessun film prima che uscisse nelle sale. Anche se, ammettiamolo, alcuni dei suoi film successivi forse meritavano quella definizione molto più di Terminator.
Oggi, a 40 anni di distanza, Terminator resta un capolavoro. E quella frase di Arnold durante l’intervista? È diventata una delle gaffe più amate della storia di Hollywood. Perché ci ricorda che anche le superstar sbagliano, anche i geni hanno dubbi, e a volte i film più importanti nascono nei modi più improbabili.
Tu l’hai mai visto Terminator? E cosa ne pensi del fatto che Arnold lo definisse “un film di m***a”? Raccontacelo nei commenti.


