C’è una cosa che fai quando sei su Netflix alle undici di sera e non riesci a deciderti. Scorri, scorri, scrolli ancora un po’, passi due volte davanti alle stesse cose, e a un certo punto il tuo cervello si arrende e clicca su qualcosa solo per non dover più scegliere. È in quel preciso momento di debolezza neuronale che Netflix ti propone il Ben-Hur del 2016, e tu, che magari hai qualche vago ricordo del Ben-Hur del 1959 visto con tuo padre o tuo nonno, pensi: “Oh, Ben-Hur. Quello con le bighe. Bello.” E clicchi.
Fermati. Respira. Leggi prima questo articolo.
Due film, stesso nome, nessuna parentela spirituale
Il Ben-Hur del 1959 è uno di quei film che esistono in una categoria a parte, quella in cui metti Le iene, 2001 Odissea nello spazio e Il Padrino: opere che hanno ridefinito quello che il cinema poteva fare, e che chiunque abbia mai tenuto in mano una telecamera ha studiato, citato, o almeno finto di aver visto per sembrare più colto a cena. Charlton Heston nei panni di Giuda Ben-Hur, la corsa delle bighe che dura quasi dieci minuti e che ancora oggi fa venire l’ansia, una produzione faraonica da 15 milioni di dollari del 1959, quando 15 milioni di dollari equivalevano più o meno al PIL di un paese di medie dimensioni. Undici premi Oscar, record rimasto imbattuto per decenni. Un film che si guardava e si usciva dalla sala sentendosi diversi.
Il Ben-Hur del 2016 è un film che esiste.
La corsa delle bighe, versione aggiornata per chi non vuole aspettare
Il problema fondamentale del remake del 2016 non è che sia brutto nel senso tecnico della parola. Le riprese sono decenti, i costumi sono accurati, la ricostruzione di Roma antica ha la sua utilità scenografica. Il problema è che cerca di raccontare la stessa storia del 1959 con la stessa intensità emotiva, usando però il linguaggio del cinema d’azione contemporaneo, che è un linguaggio costruito sull’abbondanza. Più tagli di montaggio, più CGI, più musica nei momenti sbagliati, più tutto tranne il tempo. Il cinema d’azione moderno ha una paura viscerale del silenzio e della lentezza, due cose che nel film del 1959 erano strumenti narrativi precisi, usati con la consapevolezza di chi sa che la tensione si costruisce aspettando, non accelerando.
La corsa delle bighe del 1959 fa venire il fiatone perché ci arrivi dopo due ore abbondanti di storia, di tradimento, di prigione, di galere romane. Quando Heston sale sul carro, sai già tutto di quell’uomo e hai già deciso da che parte stai. La corsa delle bighe del 2016 fa venire la stessa sensazione che hai guardando un videogioco ben fatto: tecnicamente impressionante, emotivamente neutro.
Timur Bekmambetov e l’arte di spendere bene i soldi degli altri
Il film è diretto da Timur Bekmambetov, regista kazako noto soprattutto per Wanted, quello con Angelina Jolie che piegava i proiettili in curva, e per Abraham Lincoln: Vampire Hunter, che è esattamente quello che sembra e non si scusa per niente. Bekmambetov è un regista che sa gestire l’azione, ha un occhio visivo interessante, e non ha mai preteso di fare Bergman. Il punto è che Ben-Hur non è Wanted. Non è un film in cui puoi piegare i proiettili in curva e andare avanti, è una storia su vendetta, redenzione e fede che richiede un certo peso specifico. Peso che il film del 2016 non riesce mai a trovare completamente, non per mancanza di impegno ma per una questione di approccio di fondo.
Il budget era di 100 milioni di dollari. Ne ha incassati 94 in tutto il mondo. Per capire la proporzione: il film del 1959 costò 15 milioni e ne incassò oltre 90 solo nel primo anno, in un’epoca in cui i biglietti costavano pochi centesimi. Il confronto economico è quasi crudele quanto quello artistico.
Jack Huston e il peso ingrato del confronto
Jack Huston, che interpreta Ben-Hur nel remake, è un bravo attore che in Boardwalk Empire aveva dimostrato di saper fare cose notevoli. Qui si trova nella situazione più scomoda che possa capitare a un interprete: prendere il posto di Charlton Heston in un ruolo iconico, sapendo che chiunque guarderà il film avrà quella sovrapposizione mentale costante. Non è colpa sua. È colpa della scelta di fare un remake di qualcosa che non aveva nessun bisogno di essere rifatto.
Morgan Freeman è nel cast con i dreadlock bianchi nei panni di un mercante di cavalli, e la sua presenza ha tutto il sapore della scelta fatta per dare al film un po’ di quella gravità che faticava a trovare da solo. Morgan Freeman con i dreadlock bianchi in un peplum ambientato nell’antica Giudea è una di quelle cose che o non ti fai nessuna domanda o non smetti più.
Gesù è nel film, ma in modo diverso da come ricordi
Anche nella versione del 2016 c’è Gesù, interpretato da Rodrigo Santoro, che il grande pubblico italiano ricorda soprattutto come il faraone Serse in 300. Gesù che è stato Serse è uno di quei dettagli del casting che ti fanno capire che il mondo del cinema è molto più piccolo di quanto sembri, e che le strade degli attori si incrociano in modi che nessuno aveva pianificato. Nel film del 1959 la scelta di non mostrare mai il volto di Cristo aveva una forza narrativa e spirituale precisa. Nel 2016 Gesù ha un volto, delle scene, delle battute, e la cosa funziona in modo diverso, né meglio né peggio, semplicemente diverso e con meno del peso simbolico che aveva prima.
Perché guardarlo lo stesso, però
Detto tutto questo, il Ben-Hur del 2016 su Netflix ha una sua ragione di esistere, che è esattamente quella che dicevamo all’inizio: le undici di sera, il cervello che non decide più, il bisogno di vedere qualcosa che non richieda troppo sforzo ma non sia nemmeno completamente vuoto. Per quello funziona. È un film d’azione in costume con una storia che conosci già, girato con competenza, abbastanza lungo da tenerti sveglio quanto basta e abbastanza spettacolare da non farti annoiare durante le scene d’azione.
Il problema sorge se vai a letto dopo averlo visto e pensi di aver visto Ben-Hur. Non l’hai visto. Hai visto un film che si chiama Ben-Hur e racconta la stessa storia, il che è diverso nello stesso modo in cui una fotografia del Colosseo è diversa dal Colosseo. La fotografia può essere bellissima. Non è il Colosseo.
Il consiglio che nessuno ti ha chiesto
Se vuoi guardare il Ben-Hur del 2016 su Netflix, guardalo. Ci sono momenti visivamente notevoli, la corsa delle bighe è spettacolare anche nella versione aggiornata, e non è uno di quei film che ti fanno pentire di aver sprecato due ore. Ma se non hai mai visto quello del 1959, quella è la tua priorità. Lo trovi su varie piattaforme, dura tre ore e quarantaquattro minuti, e richiede un pomeriggio libero e un minimo di predisposizione a lasciarti trascinare da qualcosa di lento e enorme.
Il film del 1959 è il tipo di opera che, anche se non ti piacciono particolarmente i peplum, ti fa capire cosa significa fare cinema con l’ambizione di dire qualcosa che duri. Il 2016 è il tipo di film che, finito, cerchi già il prossimo da guardare.
Uno dei due lo ricorderai tra vent’anni. Indovina quale.


