C’è una scena che nessuna docuserie riuscirà mai a rendere davvero giustizia, e non è quella del gol alla punizione contro l’Inghilterra ai Mondiali del 2002, né l’ovazione al Bernabéu che gli tributò il pubblico avversario. È un’immagine del marzo 2020: Ronaldinho, uno dei più grandi calciatori della storia, viene scortato fuori da un hotel di Asunción dalla polizia paraguaiana con un passaporto falso in mano. Quarant’anni compiuti, un Pallone d’Oro in bacheca, una Champions League, un Mondiale. E un documento contraffatto nel taschino. Se non l’hai ancora vista su Netflix, la docuserie “Ronaldinho: l’inimitabile” è disponibile dal 16 aprile 2026 in tre episodi, e racconta una storia che va ben oltre il calcio.
Ma prima di parlare della serie, conviene capire chi era davvero quest’uomo, perché senza il contesto la sua storia sembra impossibile da credere.
Da Porto Alegre al Camp Nou: il talento che nessuno aveva previsto
Ronaldo de Assis Moreira nasce il 21 marzo 1980 a Porto Alegre, in una famiglia in cui il calcio era già una lingua madre. Cresce nel Grêmio, dove le sue doti tecniche emergono con una naturalezza che mette in difficoltà chi dovrebbe allenarlo, perché addestrare un talento simile è un po’ come insegnare a camminare a qualcuno che già vola. Il salto in Europa arriva con il Paris Saint-Germain, dove però le cose non vanno esattamente secondo i piani. L’allenatore dell’epoca, Luis Fernandez, racconta nella docuserie che dopo la vittoria del Mondiale 2002 il brasiliano era diventato “impossibile da gestire”. Niente di strano, se si considera che Ronaldinho aveva appena trascinato il Brasile alla conquista della Coppa del Mondo con una punizione contro l’Inghilterra entrata immediatamente nella storia del calcio, una traiettoria talmente beffarda da sembrare involontaria, il tipo di gol che si segna solo quando si è completamente liberi da qualsiasi pressione.
Poi arriva il Barcellona, e qui la storia prende una piega che nessuno aveva previsto, nemmeno il club catalano. Perché la verità è che i blaugrana non stavano cercando Ronaldinho: stavano cercando David Beckham, che però nel luglio 2003 finì al Real Madrid. Fu solo a quel punto che il Barça si girò verso Porto Alegre e sborsò 30 milioni di euro per il brasiliano. Un ripiego, sulla carta. Nella pratica, uno dei migliori acquisti della storia del calcio moderno.
Con il Barcellona, Ronaldinho vive gli anni più luminosi della sua carriera. Vince due campionati spagnoli, due Supercoppe di Spagna, una Champions League nella finale di Parigi contro l’Arsenal nel 2006. A livello individuale conquista il FIFA World Player of the Year nel 2004 e nel 2005, e il Pallone d’Oro nel 2005, eguagliando il connazionale Ronaldo. Ma la statistica racconta solo una parte di quello che Ronaldinho rappresentava in quegli anni: l’altra parte è fatta di dribbling che sembravano fisicamente impossibili, di elastici e colpi di tacco eseguiti in contesti in cui nessun altro calciatore avrebbe nemmeno immaginato di provarli, di una gioia nel giocare che era visibile anche attraverso uno schermo. In quella fase, il calcio diventava un’altra cosa quando c’era lui in campo.
L’aneddoto che Galliani ha raccontato e che non troverete nella docuserie
Dopo il Barcellona arriva il Milan, e qui la storia comincia a complicarsi. Ronaldinho viene acquistato nel 2008 per 22 milioni di euro, ma i suoi anni rossoneri sono molto lontani dai fasti catalani. Circola la voce di feste e nottate, di un’etica professionale che non sempre coincide con gli standard richiesti da un top club europeo. Con il Milan vince comunque lo Scudetto nel 2011, ma l’impressione generale è quella di un talento che si sta consumando a una velocità superiore al normale.
C’è un aneddoto che Adriano Galliani, storico dirigente rossonero, ha raccontato più volte e che sintetizza meglio di qualunque analisi tattica cosa significasse avere Ronaldinho in rosa. Un giorno Massimiliano Allegri, allora allenatore del Milan, lo chiama e gli dice: “Devo assolutamente venderti Ronaldinho.” Galliani, sorpreso, risponde: “Cosa è successo?” E Allegri: “Oggi è arrivato puntuale all’allenamento.” Galliani, tra sé, pensa: ma questa è una buona notizia, cosa c’è che non va? E Allegri, con tono preoccupato: “Sì, ma è arrivato dopo aver fatto festa tutta la notte.”
Questo episodio non è nella docuserie Netflix. Eppure racconta qualcosa di essenziale sull’anima di Ronaldinho, forse più di qualsiasi intervista in studio. Perché il punto non è il comportamento fuori dal campo in sé, ma il fatto che anche in quelle condizioni arrivasse comunque, si presentasse, cercasse di dare qualcosa. Era una contraddizione vivente, e probabilmente non poteva essere altrimenti: quella stessa leggerezza che rendeva il suo calcio così bello da guardare era inseparabile da una difficoltà strutturale nel prendere le cose con la serietà che una carriera ad alti livelli richiede nel tempo. Non si può avere il sorriso sempre sul viso e poi spegnerlo quando serve. La docuserie prova a esplorare questa zona d’ombra, e in parte ci riesce, anche se preferisce non spingersi troppo in profondità.
Il passaporto falso, il carcere e i quarant’anni festeggiati in prigione
E arriviamo alla parte più assurda della storia, quella che ha portato Ronaldinho sulle prime pagine di tutto il mondo nel marzo del 2020 per ragioni che non avevano niente a che fare con il calcio.
Nel 2018, le autorità brasiliane avevano sequestrato il suo passaporto perché non aveva pagato una multa da circa 2,5 milioni di dollari per danni ambientali legati a una costruzione nella sua città natale. Senza documento valido, e con diversi impegni internazionali già fissati, qualcuno intorno a lui pensò bene di trovare una soluzione creativa: procurarsi dei passaporti paraguaiani contraffatti per lui e per il fratello Roberto de Assis Moreira.
Il 4 marzo 2020 Ronaldinho arriva ad Asunción, capitale del Paraguay, per partecipare a eventi benefici legati a una fondazione per l’assistenza medica ai bambini. Le autorità effettuano i controlli di routine, scoprono i documenti falsi e scattano le manette. La notizia fa il giro del mondo in poche ore: uno dei calciatori più celebrati della storia, fermato alla frontiera con un passaporto contraffatto. Il 6 marzo viene formalmente arrestato e portato in una prigione di Asunción.
Qui arriva il dettaglio che trasforma la storia in qualcosa di cinematografico: il 21 marzo 2020 Ronaldinho compie quarant’anni. In prigione. Senza feste, senza amici, senza quel sorriso con cui aveva illuminato i campi di mezzo mondo. Ma, a quanto riportano le cronache dell’epoca, con i suoi compagni di cella organizza comunque delle partite. E a calcio-tennis, la versione prigioniera dello sport che lo aveva reso famoso, viene battuto da un assassino e da un ladro. Trattandosi di Ronaldinho, anche questa informazione acquisisce un sapore quasi poetico.
Ad aprile 2020 ottiene gli arresti domiciliari in un hotel di Asunción, previo pagamento di una cauzione da circa 1,6 milioni di dollari. In agosto, con il pagamento di una multa, la vicenda giudiziaria si chiude e può tornare in Brasile. Nessuna condanna definitiva, ma un’esperienza che avrebbe segnato chiunque.
La docuserie e quello che dice senza dirlo
“Ronaldinho: l’inimitabile” è una miniserie di tre episodi diretta da Luis Ara e coprodotta da Canal Azul e Trailer Films. Ha un cast di intervistati che da solo vale la visione: Lionel Messi, Neymar, Roberto Carlos, Gilberto Silva e Carles Puyol parlano del brasiliano con un’ammirazione che, a tratti, sconfina nella devozione. Non è frequente vedere campioni di quel livello parlare di un collega con quella deferenza, e il fatto che lo facciano racconta quanto Ronaldinho avesse un posto speciale anche tra chi il calcio lo praticava ai massimi livelli.
La serie percorre la parabola della sua vita, dalla crescita a Porto Alegre fino agli anni difficili fuori dal campo, passando per i trionfi barcellonesi che restano il suo lascito più solido. Il materiale d’archivio di quel periodo è di una qualità che non ha bisogno di commenti: basta vedere Ronaldinho muoversi con il pallone tra i piedi per capire perché anche gli avversari gli si alzassero in piedi ad applaudire.
Quello che la docuserie dice con più chiarezza tra le righe è che il sorriso di Ronaldinho, diventato il suo marchio più riconoscibile, era anche qualcosa di costruito, una maschera che il mondo si aspettava da lui e che lui aveva finito per indossare anche quando, probabilmente, non ne aveva voglia. C’è qualcosa di malinconico nell’idea che il calciatore più felice che si ricordi potesse in realtà portarsi dentro una pressione di cui si è parlato poco.
Dopo il Milan e l’esperienza italiana, la carriera si chiude con il ritorno in Brasile, al Flamengo e poi all’Atlético Mineiro, con cui vince la Copa Libertadores nel 2013, un trofeo che in Sudamerica vale quanto la Champions in Europa. Il ritiro ufficiale arriva nel gennaio 2018. Ha 37 anni, e due mesi dopo le autorità brasiliane gli sequestrano il passaporto.
Vale la pena guardare la docuserie? Sì, soprattutto se non hai vissuto gli anni d’oro del Barcellona in diretta. Ma anche se li hai vissuti, rivedere quel calcio con gli occhi di oggi ha un effetto strano: ti rendi conto di quanto fosse raro, e di quanto sia difficile spiegare a chi non l’ha visto giocare perché Ronaldinho non era semplicemente un bravo calciatore. Era qualcosa di diverso, di irripetibile, nel bene e nel male.
Tu cosa ricordi di lui, se hai seguito il calcio di quegli anni? C’è un gol, una giocata, un momento che ti è rimasto impresso più degli altri?


