Esiste una categoria di contenuti che hai sicuramente visto almeno una volta scorrendo i social, di solito nelle ore in cui non dovresti essere sveglio. Sono quei video in serie con sottotitoli enormi, inquadrature ravvicinate di persone che si guardano con intensità teatrale e una voce fuori campo che dice cose tipo “non sapeva ancora che quella notte avrebbe cambiato il suo destino.” Durano tre minuti, finiscono con un cliffhanger che non risolve niente, e prima che tu te ne accorga sono passati quaranta minuti. Tra Padre e Figlio, la nuova microserie messicana disponibile su Netflix, è esattamente quel tipo di contenuto, confezionato con una produzione leggermente migliore e distribuito su una piattaforma (Netflix) che normalmente ci si aspetta faccia una certa selezione. Evidentemente no.
La serie conta venti episodi da circa dieci minuti ciascuno, per un totale di due ore complessive, e racconta la storia di Barbara, avvocatessa di successo fidanzata con Alvaro, uomo ricco con una villa di famiglia e un trauma irrisolto legato alla misteriosa scomparsa della moglie. Fin qui potrebbe funzionare. Il problema arriva subito, con il figlio di Alvaro, Iker, che stabilisce rapidamente un’attrazione per Barbara che non ha né gradualità né credibilità, ma soprattutto non ha nessuna delle due cose che servirebbero per renderla interessante: una motivazione psicologica reale e personaggi abbastanza costruiti da far sembrare tutto plausibile.
Il formato da dieci minuti a episodio è l’unica scelta intelligente della serie, e lo è per ragioni che probabilmente i suoi autori non si aspettavano di sentirsi dire. Ogni episodio finisce con uno sguardo intenso, una rivelazione al cardiopalma o un colpo di scena che ti convince a premere play sul successivo prima ancora di aver deciso se stai guardando qualcosa che vale il tuo tempo. È lo stesso meccanismo delle serie Facebook che girano sui telefoni delle persone al bar, e funziona per la stessa ragione: non ti danno abbastanza tempo per fermarti a pensare a quello che stai guardando. Nel momento in cui ti fermi, la magia svanisce e ti rendi conto che la storia non ha nessuno dei livelli che promette di avere.
La rivalità tra padre e figlio, che sarebbe potuta essere il centro psicologico di tutto, viene abbandonata quasi subito in favore di un mistero sulla donna scomparsa che nessuno ha chiesto e che non porta da nessuna parte di particolarmente memorabile. I personaggi reagiscono alle situazioni con un’intensità emotiva che non è stata guadagnata dalla storia, il che produce scene in cui qualcuno urla di dolore per qualcosa che lo spettatore non ha avuto il tempo di capire davvero. Barbara in particolare oscilla tra l’avvocatessa competente e la persona che prende le decisioni peggiori possibili in ogni momento di pressione, senza che la sceneggiatura si preoccupi di spiegare come queste due versioni dello stesso personaggio coesistano.
Pamela Almanza fa quello che può, e quello che può è già più di quello che la storia le chiede, il che è un modo educato per dire che il materiale non è all’altezza di chi lo porta in scena. Il resto del cast è nella stessa situazione: attori che parlano di traumi profondi senza che quei traumi vengano mai mostrati sullo schermo, con il risultato che non credi a niente di quello che dicono anche quando li guardi dritto in faccia.
Due ore totali, venti episodi, una storia che poteva stare benissimo in un film di novanta minuti e invece è stata allungata con cliffhanger artificiali. Non è la peggiore serie su Netflix in questo momento, ma è sicuramente quella che assomiglia di più a qualcosa che non avresti mai cercato deliberatamente.
La Recensione
Tra Padre e Figlio
Tra Padre e Figlio è una serie Netflix messicana in venti episodi da dieci minuti, creata da Pablo Illanes. Barbara, avvocatessa fidanzata con Alvaro, sviluppa un'attrazione per il figlio di lui, Iker, mentre un mistero sulla moglie scomparsa di Alvaro fa da sfondo a tutto. Il formato breve è l'unica idea funzionale della serie, perché non ti dà il tempo di renderti conto di quanto la storia sia priva di profondità reale. I personaggi urlano di traumi che non vengono mai mostrati, la rivalità padre-figlio che poteva essere interessante viene abbandonata quasi subito e il tutto assomiglia a quelle serie che girano su Facebook più di quanto Netflix probabilmente vorrebbe ammettere. Giudizio: guardabile se vuoi staccare il cervello per due ore, da evitare se ti aspetti qualcosa di più.
PRO
- Il formato da dieci minuti a episodio funziona come meccanismo di trascinamento: prima che tu te ne accorga hai già visto metà serie
CONTRO
- La rivalità psicologica tra padre e figlio, che avrebbe potuto essere il centro di tutto, viene abbandonata quasi subito senza spiegazioni
- I personaggi hanno traumi profondi che vengono urlati ma mai mostrati, il che rende tutto poco credibile
- La storia assomiglia troppo alle microserie che girano sui social media per non farti chiedere cosa ci faccia su Netflix
- Il mistero della donna scomparsa occupa spazio senza portare da nessuna parte di davvero interessante


