Christopher Nolan ha scelto Travis Scott per il suo nuovo film, The Odyssey, e ora ha spiegato il motivo di una decisione che, appena circolata, ha fatto alzare più di un sopracciglio. Il rapper non entra nel film come semplice nome famoso buttato lì per fare rumore, almeno secondo Nolan. Il regista lo ha voluto perché vede un legame diretto tra il rap e la tradizione orale dell’epica antica: l’Odissea, prima di diventare il classico che studiamo a scuola, era una storia raccontata a voce, passata di bocca in bocca, con ritmo, memoria e presenza scenica.
Ecco, detta così la scelta sembra già meno strana. Perché se togliamo per un attimo l’immagine da blockbuster gigantesco, con Matt Damon nei panni di Odisseo e un cast che sembra convocato da Zeus in persona, The Odyssey nasce da una forma di racconto orale. Non era solo letteratura. Era performance. Era voce. Era racconto davanti a qualcuno che ascoltava. E Nolan, che di solito non fa scelte casuali nemmeno quando sposta una sedia sul set, ha deciso di portare dentro il film un artista che lavora proprio con ritmo, parola e presenza.
Nel teaser uscito nei mesi scorsi, Travis Scott compariva accanto al Telemaco di Tom Holland e fermava una sala in subbuglio con un annuncio cupo sulla guerra di Troia. Una scena breve, ma sufficiente a far partire il dibattito: cosa ci fa Travis Scott nell’Odissea di Christopher Nolan? Sta recitando davvero? È solo una strizzata d’occhio al pubblico più giovane? È marketing? O c’è un’idea dietro?
Nolan ha risposto in modo piuttosto chiaro. Ha spiegato di averlo scelto perché voleva richiamare l’idea dell’epica come poesia orale, qualcosa che secondo lui ha un parallelo naturale con il rap. Non è una frase buttata lì per difendere una scelta già fatta. È una lettura precisa: il rapper come erede moderno del cantore, dell’aedo, di chi tiene in piedi una storia attraverso voce, ritmo e memoria.
Ovviamente, il paragone farà discutere. Ci sarà chi lo troverà brillante e chi dirà che Homer non meritava la trap accanto alle navi achee. Però bisogna ammettere che l’idea ha una sua logica. L’Odissea non è nata come un libro chiuso in una teca, ma come un racconto vivo. E il rap, quando funziona, fa proprio questo: prende parole, immagini, ritmo e identità, e li trasforma in racconto pubblico. Non serve essere fan di Travis Scott per capire il ragionamento.
Poi c’è un altro dettaglio da non sottovalutare: Nolan e Travis Scott non si incontrano adesso per la prima volta. Il rapper aveva già lavorato con lui nel 2020 per Tenet, firmando il brano “The Plan”. All’epoca Nolan aveva parlato molto bene del suo contributo, definendo la sua voce un tassello decisivo del lavoro musicale e narrativo costruito con Ludwig Göransson.
Quindi no, non sembra la classica scelta da tappeto rosso. Nolan conosce già Scott, sa come lavora e probabilmente sa anche che tipo di energia può portare dentro un progetto così enorme. E qui la faccenda diventa più interessante, perché The Odyssey non è un film qualunque nella carriera del regista. Dopo Oppenheimer, Nolan poteva fare praticamente qualsiasi cosa. Ha scelto Omero. Non proprio il compitino facile del lunedì mattina.
Il cast, poi, racconta bene l’ambizione del progetto. Matt Damon interpreta Odisseo, Tom Holland è Telemaco, Anne Hathaway è Penelope, Zendaya veste i panni di Atena, mentre nel film ci sono anche Lupita Nyong’o, Robert Pattinson, Charlize Theron, Elliot Page, Mia Goth e altri nomi molto forti. Universal ha fissato l’uscita al 17 luglio 2026, con grande attenzione al formato IMAX 70mm, da sempre amatissimo da Nolan. Alcune proiezioni IMAX sono state messe in vendita con enorme anticipo e hanno registrato una risposta molto forte del pubblico.
In questo contesto, la presenza di Travis Scott può funzionare come una specie di ponte. Da una parte c’è il mito antico, con le sue guerre, i suoi ritorni, i suoi dei capricciosi e i suoi uomini costretti a sopravvivere. Dall’altra c’è un linguaggio contemporaneo, musicale, pop, capace di parlare a un pubblico che magari Omero lo ha incontrato solo a scuola, tra una versione e un trauma da interrogazione.
La vera sfida sarà capire se questa intuizione resterà solo un’idea elegante nelle interviste o se funzionerà anche nel film. Perché il rischio esiste. Quando porti una figura così riconoscibile dentro un mondo mitologico, puoi creare qualcosa di magnetico, ma puoi anche spezzare l’illusione. Dipenderà da come Nolan userà Scott, da quanto spazio gli darà e da che tono avrà la sua presenza.
Se Travis Scott sarà davvero una figura da cantore, da narratore, da voce che introduce o tiene insieme pezzi di storia, allora la scelta potrebbe avere molto senso. Se invece sembrerà solo Travis Scott in costume antico, il pubblico non perdonerà facilmente. Internet, si sa, aspetta certe cose con la pazienza di un gatto davanti a un vaso sul bordo del tavolo.
Per ora, però, la spiegazione di Nolan rende la scelta più chiara. Il rap non entra nell’Odissea per fare il moderno a tutti i costi. Entra perché Nolan vuole ricordare che prima della pagina c’era la voce. Prima del cinema c’era qualcuno che raccontava. E prima del mito imbalsamato dai manuali, c’era una storia detta ad alta voce a persone che volevano essere trascinate altrove.
E in fondo è proprio quello che Nolan prova a fare da sempre: prendere una storia enorme e chiederti di ascoltarla come se fosse nuova.
Tu cosa ne pensi: Travis Scott nell’Odissea di Nolan è una scelta geniale o una forzatura rischiosa? Scrivilo nei commenti e dimmi la tua.


