Le parole di Donald Trump tornano a far rumore, questa volta chiamando in causa Netflix e una figura ben precisa del suo consiglio di amministrazione. Il presidente degli Stati Uniti ha chiesto pubblicamente il licenziamento di Susan Rice, ex ambasciatrice americana all’ONU e oggi membro del board del colosso dello streaming. Lo ha fatto nel modo che gli è più congeniale, con un messaggio durissimo pubblicato su Truth Social, usando toni aggressivi e accusatori.
Trump non ha usato mezzi termini. Ha definito Susan Rice una “ciarlatana politica”, l’ha accusata di razzismo e di ossessione personale nei suoi confronti, arrivando a sostenere che Netflix dovrebbe cacciarla immediatamente oppure “pagarne le conseguenze”. Un attacco frontale che, come spesso accade, mescola politica, spettacolo, potere economico e conflitto ideologico. Il tutto in un momento estremamente delicato per Netflix, impegnata in una maxi operazione da 83 miliardi di dollari per l’acquisizione delle attività di Warner Bros. Discovery.
Netflix, almeno per ora, ha scelto la strada del silenzio. Nessuna risposta ufficiale, nessun commento pubblico. Ma l’uscita di Trump non arriva dal nulla. Alla base dello scontro ci sono alcune dichiarazioni rilasciate da Susan Rice durante un podcast molto seguito negli Stati Uniti. In quell’occasione, Rice aveva parlato apertamente della possibilità che, in futuro, un’amministrazione democratica possa avviare un programma di responsabilità verso aziende che, secondo lei, avrebbero aggirato leggi e principi durante la presidenza Trump.
Secondo Rice, molte grandi imprese starebbero sbagliando a pensare che tutto possa essere dimenticato senza conseguenze. Le sue parole hanno avuto un peso politico forte, perché evocano l’idea di controlli, verifiche e possibili sanzioni. Trump ha interpretato queste affermazioni come una minaccia politica e una promessa di rappresaglia. Da qui la reazione durissima, amplificata anche dal rilancio di post provenienti da ambienti dell’estrema destra americana.
Nel suo messaggio, Trump ha allargato il discorso ben oltre Susan Rice. Ha collegato l’intera vicenda alla possibile fusione tra Netflix e Warner Bros. Discovery, parlando apertamente di monopolio dello streaming. Secondo lui, questa operazione rafforzerebbe un sistema mediatico ostile alla sua figura e favorevole ai Democratici, con riferimenti espliciti a Barack Obama e a sua moglie Michelle, chiamati in causa con toni pesantissimi.
Trump sostiene che, se la fusione andasse in porto, i servizi di streaming diventerebbero uno strumento per diffondere messaggi politici contro di lui e contro metà del Paese. Arriva persino a chiedere che l’operazione venga bloccata, affermando che un presidente dovrebbe intervenire per fermare un simile accentramento di potere. Parole che suonano in contrasto con quanto dichiarato solo poche settimane prima.
All’inizio di febbraio, infatti, Trump aveva detto di non voler interferire direttamente nell’accordo tra Netflix e Warner Bros. Discovery, lasciando la questione al Dipartimento di Giustizia. Si era definito un presidente forte proprio perché capace di non intervenire su tutto. Ora però il tono sembra cambiato. Le ultime dichiarazioni mostrano un atteggiamento molto più aggressivo e personale, segno che la tensione politica è tutt’altro che rientrata.
Nel frattempo, l’operazione industriale procede. Netflix ha raggiunto un accordo per acquisire gli studi Warner Bros. e la piattaforma HBO Max, in un’operazione che potrebbe ridisegnare completamente il mercato globale dello streaming. Il voto degli azionisti è previsto per il 20 marzo, una data che potrebbe segnare un passaggio storico per l’intero settore. C’è anche una finestra di negoziazione aperta, durante la quale altri gruppi possono presentare offerte alternative.
In questo scenario, l’attacco di Trump appare come un tentativo di politicizzare una scelta aziendale, trasformando una fusione industriale in un campo di battaglia ideologico. Susan Rice diventa così un simbolo, più che una semplice dirigente. Una figura che rappresenta, agli occhi di Trump, l’intreccio tra politica democratica, grandi aziende e media.
Il punto centrale, però, resta uno: fino a che punto un presidente può spingersi nel chiedere il licenziamento di una dirigente privata? E quanto queste pressioni pubbliche possono influenzare aziende quotate in Borsa, con milioni di abbonati in tutto il mondo? Sono domande che vanno oltre la simpatia o l’antipatia personale per Trump o per Rice.
Questa vicenda mostra ancora una volta quanto negli Stati Uniti il confine tra politica, intrattenimento e potere economico sia sempre più sottile. Netflix non è solo una piattaforma di serie e film, ma un attore globale con un peso culturale enorme. Ed è proprio per questo che diventa un bersaglio perfetto in uno scontro politico permanente.
Ora resta da vedere se Netflix continuerà a ignorare le provocazioni o se deciderà di prendere posizione. Nel frattempo, il dibattito è esploso e difficilmente si spegnerà in fretta.
Tu cosa ne pensi di questo attacco di Trump e del ruolo politico delle grandi piattaforme di streaming? Scrivilo nei commenti e racconta il tuo punto di vista.


