Quasi trent’anni dopo l’omicidio di Tupac Shakur, per la prima volta una giuria sta ascoltando in tribunale una ricostruzione completa di quello che sarebbe successo la notte del 7 settembre 1996 a Las Vegas. Sul banco degli imputati c’è Duane “Keffe D” Davis, 63 anni, accusato di aver organizzato l’agguato contro il rapper dopo una rissa avvenuta poche ore prima all’MGM Grand. Davis si è dichiarato non colpevole e rischia l’ergastolo in caso di condanna.
La tesi dell’accusa è molto precisa: Tupac sarebbe stato ucciso per vendetta. Davis non avrebbe sparato personalmente, ma avrebbe procurato l’arma e guidato il gruppo che quella sera si mise alla ricerca del rapper. La parte più delicata del processo riguarda però le prove, perché dopo tre decenni quasi tutti gli altri uomini indicati come presenti sulla Cadillac bianca sono morti e la pistola utilizzata per il delitto non è mai stata recuperata.
A rendere il caso ancora più particolare c’è un dettaglio che sembra quasi incredibile: buona parte dell’accusa contro Davis nasce dalle sue stesse parole.
La rissa che avrebbe fatto partire la vendetta
La sera del 7 settembre 1996 Tupac si trovava a Las Vegas per assistere all’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon all’MGM Grand. Dopo il match scoppiò una rissa all’interno dell’hotel.
Le telecamere di sicurezza ripresero Tupac e alcuni uomini del suo entourage mentre aggredivano Orlando “Baby Lane” Anderson, nipote di Davis e membro dei South Side Compton Crips. Per i procuratori, quell’episodio avrebbe provocato la reazione che poche ore più tardi portò alla sparatoria.
Il vice procuratore capo Binu Palal ha sostenuto davanti ai giurati che Davis avrebbe sviluppato una fortissima rabbia per il pestaggio del nipote. Secondo l’accusa, avrebbe quindi recuperato una pistola calibro .40 e sarebbe salito su una Cadillac bianca insieme ad Anderson, Terry “Bubble Up” Brown e Deandrae “Freaky” Smith.
Poco dopo le 23, la Cadillac avrebbe affiancato la BMW sulla quale viaggiavano Tupac e Suge Knight vicino alla Strip.
Partirono diversi colpi.
Tupac venne raggiunto più volte e morì sei giorni dopo, il 13 settembre, a soli 25 anni. Knight rimase ferito in maniera lieve.
Chi ha sparato a Tupac? La risposta potrebbe non arrivare nemmeno dal processo
Per anni Orlando Anderson è stato indicato come uno dei principali sospettati. Anderson negò sempre di essere stato coinvolto e morì nel 1998 in un’altra sparatoria.
L’accusa ritiene che proprio lui possa aver premuto il grilletto, ma il processo a Davis potrebbe concludersi senza stabilire definitivamente chi sparò. Alcune ricostruzioni indicano infatti anche Deandrae Smith come possibile autore materiale.
Dal punto di vista giudiziario non è necessariamente decisivo.
La legge del Nevada permette infatti di perseguire per omicidio anche chi avrebbe partecipato alla pianificazione e all’esecuzione di un delitto pur senza sparare personalmente. Per questo i procuratori stanno cercando soprattutto di dimostrare che Davis fosse l’uomo che organizzò la spedizione punitiva.
Le parole di Keffe D sono diventate la prova più importante contro di lui
Per decenni l’omicidio di Tupac è rimasto uno dei più famosi cold case americani. Poi Davis ha cominciato a parlare.
Secondo l’accusa aveva già discusso del caso con investigatori federali alla fine degli anni Novanta e successivamente con la polizia di Las Vegas. In quelle conversazioni avrebbe ammesso di trovarsi nella Cadillac coinvolta nell’agguato.
Negli anni successivi le dichiarazioni sono diventate pubbliche.
Davis ha partecipato a interviste e nel 2019 ha pubblicato il libro Compton Street Legend, nel quale racconta la propria vita nelle gang di Compton e ricostruisce anche la notte in cui venne ucciso Tupac. Il giudice Carli Kierny ha stabilito che il libro e diverse dichiarazioni precedenti possono essere utilizzati durante il processo.
Secondo Reuters, la procura sostiene che proprio quelle ammissioni abbiano permesso di riaprire concretamente un’indagine rimasta ferma per anni.
Una situazione quasi paradossale: Davis potrebbe aver contribuito personalmente a costruire il caso che oggi rischia di mandarlo in carcere per il resto della vita.
La difesa: «Raccontava balle per vendere libri»
Gli avvocati di Davis stanno cercando di capovolgere completamente questa lettura.
Il suo legale Michael Sanft ha detto ai giurati che le ricostruzioni dell’accusa sarebbero sostanzialmente “fiction”. La difesa sostiene che Davis abbia esagerato o inventato molti dettagli per costruirsi un personaggio, ottenere attenzione e vendere libri.
Sanft ha posto anche una domanda piuttosto semplice: se gli investigatori avevano già ascoltato confessioni così importanti molti anni fa, perché Davis non venne arrestato allora?
Secondo la difesa, la risposta sarebbe proprio nella scarsa credibilità delle sue dichiarazioni.
Gli avvocati hanno inoltre ricordato che non esiste l’arma del delitto, non è stata recuperata la Cadillac utilizzata durante l’agguato e gran parte dei possibili testimoni diretti è ormai morta. Dopo trent’anni, anche i ricordi dei testimoni rimasti possono diventare difficili da verificare.
Il nome di Diddy compare ancora, ma bisogna distinguere le accuse dai fatti
Un’altra parte delicatissima della vicenda riguarda Sean “Diddy” Combs.
Davis ha raccontato in passato che Combs gli avrebbe offerto un milione di dollari per uccidere Tupac e Suge Knight durante la violenta rivalità che coinvolgeva alcuni ambienti della scena rap americana degli anni Novanta.
Questa dichiarazione, però, non equivale a una prova che Combs abbia commissionato l’omicidio. Combs non è imputato nel processo per la morte di Tupac e le dichiarazioni di Davis su questo punto sono state a lungo contestate e non hanno portato a un’accusa contro di lui nel caso Shakur. La prudenza è quindi indispensabile.
Dopo trent’anni il caso Tupac potrebbe finalmente avere una sentenza
Davis è stato arrestato nel settembre 2023 ed è l’unica persona mai incriminata per l’omicidio di Tupac. È inoltre l’unico dei quattro uomini che secondo gli investigatori si trovavano sulla Cadillac ancora in vita.
Il processo dovrebbe durare diverse settimane e l’accusa prevede di chiamare decine di testimoni. Resta incerta la presenza di Suge Knight, che si trovava accanto a Tupac la notte dell’agguato e sta scontando una lunga pena detentiva per un altro caso. AP ha riferito che Knight ha già manifestato l’intenzione di non collaborare con il processo.
Per i fan di Tupac sarà comunque un momento enorme.
Per trent’anni il suo omicidio è stato raccontato attraverso teorie, documentari, testimonianze contraddittorie e ricostruzioni più o meno credibili. Ora dodici giurati dovranno stabilire se l’uomo che per anni ha raccontato pubblicamente quella notte stesse inventando una storia per costruirsi una reputazione oppure stesse raccontando il modo in cui Tupac Shakur venne realmente condannato a morte per una vendetta nata poche ore prima.
Voi credete alla ricostruzione dell’accusa o pensate che dopo trent’anni sia troppo difficile arrivare alla verità? Scrivetecelo nei commenti.


