Ogni tanto Netflix fa una cosa molto furba: prende una serie che esiste già da anni, la mette nel suo catalogo, e improvvisamente metà della gente si comporta come se fosse stata appena inventata. Non è una critica, intendiamoci. È un servizio. Perché la verità è che The Handmaid’s Tale era su Hulu dal 2017, in Italia su TIMvision, e la maggior parte di noi aveva sempre detto “sì sì, devo vederla” con la stessa convinzione con cui dice “devo chiamare quella persona” o “devo sistemare quella cosa in cantina”. Poi non succedeva niente. Adesso invece è su Netflix dal 6 maggio con tutte e sei le stagioni complete, e le scuse sono ufficialmente finite.
Quindi sediamoci comodi, perché questa serie merita una premessa seria prima ancora di parlare di quello che contiene. E la premessa seria è questa: The Handmaid’s Tale non è solo una delle serie più importanti degli ultimi dieci anni di televisione. È anche quella che ha cambiato le regole del gioco in modo abbastanza definitivo, e lo ha fatto in un momento in cui quasi nessuno se lo aspettava.
La prima volta che lo streaming ha battuto la televisione
Bisogna tornare al 2017 per capire cosa è successo. Gli Emmy Awards, per chi non li seguisse, sono fondamentalmente gli Oscar della televisione americana. Fino a quell’anno, il premio per la Miglior serie drammatica lo vincevano le reti tradizionali: HBO, AMC, FX. Le piattaforme streaming erano considerate un fenomeno interessante, magari anche di qualità, ma non ancora al livello della televisione “seria”. Era un po’ come quando le pizzerie artigianali hanno cominciato a prendere le stelle Michelin e i ristoratori tradizionali hanno fatto quella faccia lì.
Poi arriva The Handmaid’s Tale, prodotta da Hulu, e vince il premio come Miglior serie drammatica. Prima volta nella storia. Prima piattaforma streaming a riuscirci. Le reti televisive tradizionali hanno guardato dall’altra parte con l’espressione di chi non aveva capito cosa stava per succedere, e da quel momento in poi la corsa agli Emmy è diventata molto più affollata. Nessuna serie streaming ha ancora eguagliato quel tipo di primato nello stesso modo: essere la prima cambia tutto, e The Handmaid’s Tale è stata la prima.
Nello stesso anno, Elisabeth Moss ha vinto l’Emmy come Miglior attrice protagonista e Ann Dowd, nei panni di Zia Lydia, ha portato a casa quello per la Miglior attrice non protagonista. Tre premi importanti in una sola serata. Per una serie al suo primo anno di vita. Il tipo di debutto che non si dimentica.
Elisabeth Moss e l’arte di dire tutto senza aprire bocca
Se c’è una cosa che questa serie fa meglio di qualsiasi altra è usare il volto di Elisabeth Moss come strumento narrativo principale. June, la protagonista, vive in un regime in cui le donne non possono esprimersi liberamente, non possono leggere, non possono lavorare, non possono praticamente fare nulla senza permesso. E la serie ha costruito buona parte della sua grammatica visiva su quello che June non dice.
Ci sono scene intere in cui Moss non apre bocca, e voi state seduti sul divano a guardare la sua espressione come se steste cercando di decifrare un messaggio in codice. Un micro-abbassamento degli occhi. Un irrigidimento appena percettibile della mascella. Il modo in cui respira in una stanza piena di persone che le vogliono male. Sul set, i colleghi raccontavano che durante le sue scene non si sentiva volare una mosca, e guardandola si capisce perché. Quando vinci un Emmy per una performance in cui la metà del lavoro è stare ferma e lasciare che la macchina da presa – pardon, la telecamera – ti riprenda mentre pensi, significa che hai fatto qualcosa di molto difficile in modo molto silenzioso.
Ann Dowd nei panni di Zia Lydia è un discorso a parte. Zia Lydia è uno di quei personaggi che la televisione riesce a produrre quando funziona davvero: qualcuno che fa cose terribili con una tale coerenza interna da risultare quasi comprensibile, il che è decisamente più inquietante di un villain di cartone che ride sguaiatamente. Dowd ha costruito un personaggio che credi fino in fondo, e crederci è la parte più scomoda dell’esperienza.
I costumi rossi che hanno lasciato lo schermo e sono finiti in piazza
C’è un momento preciso in cui una serie smette di essere solo una serie e diventa qualcos’altro. Per The Handmaid’s Tale quel momento è arrivato quando le tuniche rosse e le cuffie bianche delle ancelle hanno cominciato ad apparire nelle manifestazioni reali.
Davanti al Congresso americano. Ai parlamenti statali. In piazza, in gruppo, in silenzio, ogni volta che veniva discussa una legge sui diritti delle donne. Le attiviste si sono appropriate del simbolo con una precisione che nessun ufficio marketing avrebbe potuto pianificare, e il risultato è che quelle immagini – file di donne in rosso con la testa china – hanno cominciato a girare sui telegiornali e sui social con un significato che andava ben oltre la promozione di una serie televisiva.
La costumista della serie aveva disegnato quei costumi per nascondere l’identità delle ancelle, per privarle di individualità visiva, per trasformarle in funzione prima ancora che in persone. L’idea era ispirata a abiti religiosi storici reali. Non aveva previsto che qualcuno avrebbe deciso di usare quella stessa logica – la forza dell’anonimato collettivo – per protestare contro le stesse cose che la serie raccontava. Quando l’immaginario di finzione e la realtà si sovrappongono così precisamente, di solito è perché la finzione ha detto qualcosa di vero.
Margaret Atwood e la regola che non ha mai infranto
Il romanzo da cui la serie è tratta è del 1985. Margaret Atwood lo scrisse in un momento in cui certi scenari sembravano fantascienza abbastanza improbabile. Poi gli anni sono passati e la distanza tra quello che aveva immaginato e quello che stava succedendo nel mondo reale ha continuato a ridursi in modo abbastanza fastidioso.
La Atwood ha sempre seguito una regola precisa nella scrittura del libro: niente di quello che descrive è inventato. Ogni meccanismo di controllo sociale, ogni forma di sopraffazione istituzionale, ogni sistema di classificazione delle persone per funzione – tutto ha un precedente storico reale, da qualche parte nel mondo, in qualche momento della storia. Non ha inventato una distopia. Ha raccolta pezzi sparsi di storia e li ha messi insieme in un posto solo.
Questa informazione, quando la si conosce, cambia leggermente il modo in cui si guarda la serie. Quello che sullo schermo sembra un incubo improbabile diventa invece un catalogo di cose già successe. Non è un pensiero particolarmente rilassante, ma è un pensiero onesto.
La Atwood ha anche un cameo nella prima stagione, nel caso aveste bisogno di un ulteriore motivo per stare attenti durante la visione. Appare brevemente nei panni di una zia anziana. Se la riconoscete al volo, potete raccontarlo agli amici come se fosse una scoperta straordinaria. Se non la riconoscete, nessuno lo saprà mai, e potrete comunque raccontarlo agli amici come se fosse una scoperta straordinaria. In entrambi i casi la situazione si risolve a vostro favore.
Il Booker Prize a settantanove anni, perché no
Nel 2019 la Atwood ha pubblicato “I Testamenti”, il seguito del Racconto dell’ancella, e lo ha vinto ex aequo con Bernardine Evaristo. Il Booker Prize. A settantanove anni. Ex aequo con una scrittrice di quarant’anni più giovane. Con la serenità di chi sa esattamente quello che sta facendo e non ha nessuna intenzione di smettere.
Per mettere la cosa in prospettiva: a settantanove anni la maggior parte delle persone sta cercando di ricordare dove ha messo gli occhiali, discute animatamente del meteo con il vicino di pianerottolo, e ha sviluppato opinioni molto precise su quali siano gli orari accettabili per fare i lavori in casa. La Atwood invece vinceva il Booker Prize per il seguito di un romanzo scritto trentaquattro anni prima. Se state cercando una storia motivazionale, eccola.
Sei stagioni e un finale vero
The Handmaid’s Tale è andata avanti dal 2017 al 2025, otto anni in tutto, con un percorso che non è stato sempre lineare nel ritmo e nella distribuzione. Le prime stagioni sono considerate universalmente eccellenti. Le stagioni centrali hanno avuto qualche momento di rallentamento che i fan più affezionati vi racconteranno nei dettagli se glielo chiedete, e anche se non glielo chiedete. Le ultime stagioni hanno trovato una direzione più definita e hanno chiuso la storia in modo compiuto.
Arriva su Netflix completa, e questo è un vantaggio che non va sottovalutato. Nell’era dello streaming, finire una serie e trovare tutti gli episodi già disponibili è un lusso che non si apprezza abbastanza finché non ci si ritrova con quattro stagioni guardate di qualcosa che è stato cancellato senza finale. Chi è passato per quella esperienza sa esattamente di cosa si parla e probabilmente ha ancora qualcosa da elaborare.
Perché adesso è il momento giusto
C’è qualcosa di ironico nel fatto che The Handmaid’s Tale arrivi su Netflix nel 2026, quasi dieci anni dopo il suo debutto, e sembri ancora perfettamente a tema. Non nel senso vago in cui si dice che certe storie sono “senza tempo”. Nel senso molto specifico che le questioni al centro della serie – chi controlla il corpo delle donne, chi decide cosa è lecito e cosa non lo è, come funziona il consenso quando viene costruito dall’alto – continuano a essere discusse con la stessa urgenza di quando il romanzo è stato scritto nel 1985 e di quando la serie è andata in onda nel 2017.
Il che è, a seconda di come la si vede, o un tributo alla lungimiranza della Atwood o un commento abbastanza sconfortante sullo stato delle cose. Probabilmente entrambe.
Comunque. Sei stagioni, tutte disponibili, un cast che ha vinto praticamente tutto quello che si poteva vincere, una storia che ha smesso da un pezzo di essere solo una storia. Se siete tra quelli che dicevano “sì sì, devo vederla”, adesso le scuse sono davvero finite. Netflix ha fatto il suo lavoro. Il resto tocca a voi.


