C’è un paese in Abruzzo che si chiama Opi. Ha 373 abitanti, è arroccato su un colle nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, e fino a qualche anno fa stava lentamente scomparendo. Dal 2012 non nasceva un bambino. Le case si svuotavano, i giovani partivano, la scuola rischiava di chiudere. Poi è arrivata una troupe cinematografica, un regista romano con una storia da raccontare, e tutto è cambiato. Non in modo cinematografico, non in modo esagerato. In modo reale, concreto, misurabile. Dopo l’uscita di Un mondo a parte, il film di Riccardo Milani con Antonio Albanese e Virginia Raffaele, a Opi sono nate quattro bambini. Persone che avevano visto il film avevano deciso di trasferirsi lì, di costruire qualcosa, di restare. Il cinema aveva fatto quello che nessuna politica era riuscita a fare.
Il film è ora tra i più visti su Netflix in Italia, e vale la pena scoprire tutto quello che si nasconde dietro una storia che sembra una favola ma che è fatta di cose vere.
Opi nel film si chiama Rupe, nome di fantasia, ma il paese è quello. Un borgo di case strette su un colle, una strada principale, il Monte Marsicano sullo sfondo, il silenzio dell’inverno quando la neve copre tutto. Milani ci era arrivato dopo anni di riflessioni sul tema dello spopolamento delle aree interne italiane. “Ho maturato questo film dopo aver visto queste comunità svuotarsi”, ha raccontato il regista. “Passando nel tempo da tremila a mille a trecento abitanti, e le loro scuole chiudere. Questa è tra le vere emergenze del Paese.” Non è un film politico, ma ha qualcosa da dire su un problema che l’Italia porta dietro da decenni e che nessuno racconta davvero.
La storia è semplice in superficie. Il maestro elementare Michele Cortese – interpretato da Antonio Albanese – dopo quarant’anni di insegnamento nelle scuole della periferia romana decide di chiedere il trasferimento in una scuola di montagna. Arriva a Rupe con giacchetta e mocassini, in mezzo a una bufera di neve, e trova una pluriclasse di sette bambini tra i sette e i dieci anni, una vicepreside tenace di nome Agnese e un borgo che combatte ogni giorno per esistere. Quando arriva la notizia che la scuola chiuderà per mancanza di iscrizioni, parte una corsa contro il tempo per salvarla.
Quello che rende il film speciale non è la trama, che segue i binari della commedia italiana con mestiere e affetto. È il modo in cui Milani ha costruito il mondo intorno ai protagonisti. Per le riprese, durate sei settimane, il regista ha scelto di coinvolgere abitanti del posto senza nessuna esperienza recitativa. I volti che si vedono sullo schermo – il sindaco, il barista, i genitori dei bambini, i vicini di casa – sono persone reali di Opi e dei paesi vicini, con i loro accenti, i loro modi di fare, le loro facce vere. Non attori che imitano la provincia. La provincia stessa.
Questa scelta ha prodotto alcuni dei momenti più divertenti e autentici del film. Il dialetto abruzzese che si sente nelle scene di paese non è costruito in uno studio di doppiaggio. È quello che parlano davvero quelle persone ogni giorno, con le sue espressioni, le sue cadenze, le sue parole che non hanno equivalenti in italiano standard. Il pubblico in sala rideva e si emozionava insieme, perché quella lingua raccontava un posto vero.
Antonio Albanese porta sullo schermo la quinta collaborazione con Milani. I due si conoscono così bene che il regista lo ha definito una sorta di alter ego: stessa generosità d’animo, stesso impegno verso le cose che contano, stessa capacità di fare l’eroe per caso senza sembrare un eroe. Albanese ha raccontato che durante le riprese lui e il cast sono stati “avvolti dall’umanità e dal calore delle persone che vivono tra Opi e Pescasseroli”. Non era finzione. Era qualcosa che si respirava davvero sul set, e che si è trasferito poi sullo schermo.
Virginia Raffaele nel ruolo della vicepreside Agnese ha fatto qualcosa che il pubblico non si aspettava da lei. Chi la conosce come imitatrice e showgirl sa che la sua forza è nel trasformarsi in qualcun altro. Qui invece non imita nessuno. Costruisce un personaggio tutto suo, con un carattere preciso, una storia personale, un modo di stare nel mondo che appartiene solo ad Agnese. Il risultato ha sorpreso la critica, che l’ha promossa a pieni voti come attrice a tutto tondo.
Il nome Agnese non è casuale. È un omaggio diretto a Ivan Graziani, il cantautore abruzzese di Teramo che nel 1979 ha scritto una delle canzoni d’amore più belle della musica italiana. Un dettaglio piccolo, preciso, che dice quanto Milani ami quella terra e quanto ci abbia pensato prima di girare ogni scena.
Il film è uscito nelle sale italiane il 28 marzo 2024, dopo un’anteprima assoluta nel cinema Ettore Scola di Pescasseroli il 21 marzo, con il cast presente. Un’anteprima nel paese vicino a dove era stato girato, davanti alle persone che avevano partecipato alle riprese. Milani aveva anche portato il film in tour in alcune scuole del Lazio e delle Marche prima dell’uscita ufficiale, perché voleva che i ragazzi lo vedessero.
I numeri che ha fatto al botteghino raccontano qualcosa di preciso sul pubblico italiano. In quattro settimane ha superato il milione di spettatori nei cinema. Ha chiuso con oltre 7,4 milioni di euro di incasso, diventando il film italiano più visto del 2024, superando tutti i competitor della stagione. Ha vinto due Nastri d’Argento. È stato proiettato nella sede UNESCO di Parigi, dove il tema dello spopolamento delle comunità rurali e della chiusura delle scuole di paese è stato discusso come un problema che riguarda tutta l’Europa, non solo l’Italia.
E poi c’è la storia di Roberta Cocuzza, che è forse la cosa più straordinaria di tutte. Roberta gestisce il bar di Opi, uno di quei posti che nei piccoli borghi sono molto più di un bar: sono il posto dove ci si incontra, dove si discute, dove si pianifica il futuro del paese. Aveva lasciato un altro paese per trasferirsi a Opi. Quando Milani ha girato alcune scene nel suo locale, trasformando il bancone in una delle ambientazioni del film, qualcosa si è spostato dentro di lei. “Non immaginavo che quella narrazione avrebbe mescolato così profondamente la mia vita”, ha detto. Il suo bambino, Giulio, è uno dei quattro nati a Opi dopo l’uscita del film.
Quattro nascite in un paese che non ne vedeva una dal 2012. Dodici anni di silenzio demografico, e poi quattro bambini. Non è un caso che si possa attribuire con certezza al film, ovviamente. Ma il legame c’è, lo raccontano le persone che lo vivono, e Riccardo Milani lo sa. Per questo è diventato cittadino onorario di Opi, un riconoscimento che raramente viene dato a un regista per un film, e che in questo caso dice tutto.
Un mondo a parte non è un film perfetto nel senso tecnico della parola. Ha qualche ritmo che rallenta, qualche scena di troppo, qualche momento in cui la favola prende il sopravvento sulla realtà. Ma ha qualcosa che pochissimi film italiani degli ultimi anni riescono ad avere: la capacità di parlare di un problema reale senza trasformarlo in una lezione, di far ridere senza svuotare la storia di significato, di lasciare negli occhi di chi guarda qualcosa che dura oltre i titoli di coda.
Su Netflix potete vederlo oggi. E dopo, se vi va, cercate Opi su una mappa. È un posto che esiste davvero, e che ha quattro bambini in più grazie a una storia raccontata bene.
Voi avete già visto Un mondo a parte? Vi ha fatto venir voglia di mollare tutto e andare a vivere in un borgo di montagna? Lasciate un commento e raccontateci la vostra reazione.


