Attenzione: da qui in poi ci sono spoiler pesanti su tutti e sei gli episodi di Unchosen. Se non hai ancora finito la serie e vuoi conservare la sorpresa, chiudi questa pagina adesso. Se invece sei il tipo che legge gli spoiler e poi finge di essere sorpreso davanti agli altri, benvenuto, sei in buona compagnia e probabilmente sei anche tu convinto di essere l’unico a farlo.
C’è un personaggio preciso che ogni tanto compare nelle serie televisive e che riconosci al primo episodio con quella sensazione scomoda di qualcuno che non dovresti trovare interessante ma che non riesci a smettere di guardare. Sam di Unchosen è esattamente quel personaggio: esce di prigione, entra in un culto religioso, manipola chiunque gli capiti a portata di mano, e alla fine diventa il leader della comunità. Carriera fulminante per qualcuno che sei episodi prima stava firmando i documenti di scarcerazione.
Se sei arrivato fin qui significa che hai già visto tutto, oppure sei uno di quelli che leggono la fine del libro prima di iniziare e in questo caso non ti giudico perché probabilmente finisci i libri mentre gli altri li lasciano sul comodino a fare la polvere.
Cosa succede nel finale, per chi vuole una versione ordinata di una serata piuttosto caotica
Il finale si svolge in buona parte sotto la pioggia, perché esiste una legge non scritta del cinema e della televisione per cui le scene importanti devono svolgersi sotto la pioggia. Nessuno ha mai capito perché, ma funziona, e Unchosen rispetta la tradizione con scrupolo.
Rosie, dopo sei episodi passati a chiedersi se la sua vita dentro il Fellowship of the Divine fosse davvero così opprimente o se stesse esagerando, arriva finalmente alla risposta giusta: no, non sta esagerando, sì, il culto fa schifo, e sarebbe ora di andarsene portando Grace con sé. Nel Fellowship le donne non possono divorziare, andarsene è considerato un tradimento grave, e Rosie lo sa benissimo. Lo fa comunque, che è già il gesto più coraggioso della stagione televisiva di aprile.
Adam, il marito, sorprende tutti compreso se stesso. Per cinque episodi e mezzo lo abbiamo visto come l’ostacolo principale: violento, rigido, talmente preso dalla scalata gerarchica dentro la comunità da non accorgersi di quanto stesse distruggendo la famiglia. Nel finale, quando scopre che Sam ha minacciato la vita di Grace, qualcosa si sblocca. Carica Rosie e la figlia in macchina, guida verso l’uscita del compound, e quando Sam li insegue si ferma e lo affronta, dando alle due il tempo di scappare. Asa Butterfield ha definito quella scena “catartica” durante le interviste promozionali, e guardandola si capisce esattamente cosa intende.
Prima di separarsi, Adam e Rosie si toccano le mani per un momento. Piccolo gesto, peso enorme. Lei non si aspettava che lui la aiutasse, lui non si aspettava di farlo. Non cambia quello che è successo nei sei episodi precedenti, ma dice qualcosa su quanto le persone riescano ancora a sorprenderti nei momenti in cui ti aspetti il contrario.
Sam, l’acqua e il momento in cui il personaggio tocca il fondo
La scena più importante di tutto il finale si svolge nel bosco. Sam raggiunge Rosie, la afferra, la spinge dentro una vasca d’acqua e inizia ad annegarla. È esattamente quello che aveva fatto sedici anni prima con la sua ragazza, la ragione per cui era finito in prigione a sedici anni. Stesso gesto, stessa rabbia, stessa persona che non riesce a smettere di essere quella cosa lì nonostante tutti gli sforzi.
Poi si ferma. Lascia andare. Rosie scappa nel bosco con Grace, Sam rimane sotto la pioggia con l’aria di qualcuno che ha appena capito di aver percorso un cerchio completo invece di una linea retta.
Fra Fee, che interpreta Sam, ha spiegato quel momento con una chiarezza che fa quasi impressione: qualcosa attraversa la nebbia della rabbia, forse il ricordo di quanto gli era costato fare la stessa cosa la prima volta, forse una forma rudimentale di coscienza, forse semplicemente la stanchezza di chi ha tenuto tutto insieme per troppo tempo e a un certo punto non ce la fa più. Julie Gearey, la sceneggiatrice, lo chiama “una redenzione vera”. Il Sam che arriva alla fine della serie è diverso da quello che sei episodi prima non avrebbe esitato.
Piccola differenza, enormi conseguenze. È il tipo di distinzione che nelle serie ben scritte passa inosservata proprio perché è costruita con cura.
Un anno dopo: Sam predica, la sala è piena e il vestito è quello di Mr. Phillips
Il colpo di scena finale è gestito con quella semplicità che i twist migliori hanno sempre: nessuna musica drammatica in crescendo, nessun personaggio che spiega ad alta voce quello che sta succedendo. Salto temporale di un anno. Sam entra nella sala delle riunioni del Fellowship, si mette al centro, la luce lo inquadra da sotto in modo che sembri allo stesso tempo misterioso e solenne, e inizia a predicare. Indossa gli abiti che portavano Mr. Phillips e Adam. La sala è piena. Tutti lo guardano con quella devozione silenziosa che nel contesto di questa serie fa venire i brividi per ragioni molto precise.
È diventato il leader del culto.
In retrospettiva, era l’unico finale logico per quel personaggio. Sam era entrato nel Fellowship come eroe, avendo salvato Grace dall’annegamento nel primo episodio, il che gli aveva garantito immediatamente un credito di fiducia enorme in una comunità che vede i segni di Dio ovunque. Da lì aveva fatto quello che sa fare meglio: individuare le fragilità delle persone intorno a lui e usarle come leva. Adam nascondeva la propria sessualità ed era quindi ricattabile. Rosie era intrappolata in un matrimonio violento ed era quindi vulnerabile. Mr. Phillips aveva costruito un sistema basato sull’autorità indiscutibile, il che significa che chiunque riuscisse a scalzarlo si ritrovava automaticamente con tutta quella autorità in mano.
Sam non ha fatto niente di particolarmente elaborato. Ha semplicemente applicato all’interno di un culto religioso le stesse competenze che funzionano in qualsiasi organizzazione gerarchica: capire chi ha potere, capire cosa teme, agire di conseguenza. Il fatto che l’organizzazione in questione sia un culto che usa l’alcol come strumento disciplinare e proibisce i telefoni cellulari è un dettaglio contestuale.
Rosie è salva, Adam è bloccato, Sam è su un piedistallo altissimo
Rosie scappa con Grace. Molly Windsor, in una delle dichiarazioni più oneste sentite in un’intervista promozionale recente, ha detto che spera che il suo personaggio prima di tutto riesca a dormire. Poi arriva il resto: reinserirsi in una società di cui non fa parte da anni, imparare a fidarsi di qualcuno, capire come crescere una figlia fuori dall’unico contesto che ha conosciuto. Non è il tipo di viaggio che si conclude con la fuga dal bosco sotto la pioggia. È il tipo di viaggio che da lì comincia.
Adam rimane dentro il Fellowship. Butterfield ha spiegato che il personaggio non è ancora pronto per uscire: la vita nella comunità è così radicata in lui che anche dopo aver aiutato Rosie a scappare, anche dopo tutto quello che è successo con Sam, non riesce a vedere un’alternativa concreta. Il viaggio interiore che dovrebbe portarlo fuori da lì deve ancora iniziare davvero.
Sam, intanto, ha una versione di pace. Fee l’ha descritto con quella sfumatura precisa che rende il personaggio interessante anche nell’ultimo minuto della serie: è in cima, ha i fedeli, ha la devozione e l’ammirazione di tutta la comunità. Ma la paura di non sapere cosa arriva dopo, la sensazione di dover sempre guardare oltre la spalla, non è sparita. Ha sostituito l’amore con il culto delle personalità, che è storicamente il tipo di sostituzione che funziona nel breve periodo e crea problemi seri nel lungo.
Sam amava davvero Rosie?
Nel finale Sam le dice che la ama. Lei non sa se credergli, noi non lo sappiamo, e Fee ha risposto con la franchezza di qualcuno che ha passato mesi dentro la testa del personaggio: non è chiaro neanche a lui. Rosie rappresentava per Sam una vita perduta a sedici anni, forse anche qualcosa che ricordava la ragazza che aveva ucciso. La connessione era reale, il bisogno era reale. Se fosse amore è una domanda che la serie lascia aperta, e fa bene a lasciarla aperta, perché la risposta univoca avrebbe reso Sam molto meno interessante.
Gearey ha voluto che Sam non fosse “un pieno psicopatico” ma qualcuno con “elementi di sociopatia”, distinzione che in un corso universitario di psicologia richiederebbe un’intera lezione ma che nella serie funziona come segue: quando Sam dice di amare Rosie, in quel momento lo pensa. E questo non lo rende incapace, fuori da quel momento, di fare cose molto brutte. È il tipo di ambiguità che rende i personaggi veri, e Sam è probabilmente il personaggio più riuscito dell’intera stagione.
Unchosen è su Netflix. Tutti e sei gli episodi già disponibili. Il tipo di serie che finisci in un weekend e poi ti ritrovi a pensarci il lunedì mattina mentre fai altro, non perché abbia risposte semplici ma perché le domande che lascia aperte sono quelle che meritano di essere tenute.


