Tutti e tre i film di Una notte al museo sono su Netflix, e se non li avete mai visti tutti in fila questo è il momento giusto per rimediare. Se invece li avete già visti, ci sono buone ragioni per rivederli, alcune delle quali probabilmente non conoscete. A partire da una che riguarda il terzo capitolo, Notte al museo – Il segreto del faraone, e che non ha niente a che fare con la trama: quel film è rimasto nella storia del cinema come l’ultima apparizione sullo schermo di Robin Williams, morto nell’agosto 2014, pochi mesi prima dell’uscita in sala.
Ma partiamo dall’inizio, perché questa saga merita di essere raccontata per bene.
Come è nata la saga e quanto ha guadagnato
Il primo film è uscito nel 2006, diretto dal canadese Shawn Levy, con Ben Stiller nei panni di Larry Daley, guardiano notturno al Museo di Storia Naturale di New York che scopre, suo malgrado, che di notte le esposizioni prendono vita. Dinosauri, mummie, statue di cera di personaggi storici, statuine di romani e cowboy alte pochi centimetri che si fanno la guerra nelle teche: tutto si anima grazie al potere di una tavoletta egizia appartenuta al faraone Ahkmenrah.
La produzione era costata 110 milioni di dollari, una cifra importante per una commedia per famiglie. L’incasso finale ha spazzato via qualsiasi preoccupazione: quasi 575 milioni di dollari in tutto il mondo, di cui oltre 250 solo negli Stati Uniti. Un risultato che ha convinto la casa produttrice a portare avanti il progetto con due sequel, entrambi diretti ancora da Levy.
Il secondo capitolo, Una notte al museo 2 – La fuga, uscito nel 2009, ha spostato l’azione dallo Smithsonian di New York al complesso museale di Washington, introducendo nuovi personaggi storici tra cui Amelia Earhart interpretata da Amy Adams, il faraone Kahmunrah come nuovo villain, Napoleone Bonaparte, Ivan il Terribile e persino la statua del Lincoln Memorial. Ha incassato oltre 410 milioni di dollari, meno del primo ma comunque un successo pieno. Il terzo film, del 2014, si è fermato a 363 milioni, in calo ma ancora abbondantemente in positivo.
Sommando i tre capitoli, la saga ha generato un incasso complessivo vicino al miliardo e mezzo di dollari. Non male per un guardiano notturno sfigato con una scimmia che lo schiaffeggia.
Ben Stiller e Owen Wilson non si sono quasi mai incrociati sul set
Una delle curiosità più sorprendenti riguarda la lavorazione del primo film. Ben Stiller e Owen Wilson hanno diverse scene insieme come Larry Daley e il cowboy Jedediah Smith, scene in cui i due parlano, litigano e si confrontano con la naturalezza di due attori che hanno lavorato fianco a fianco per settimane. In realtà si sono incontrati sul set un solo giorno.
A causa di impegni su altri progetti, i due hanno girato le rispettive parti a mesi di distanza l’uno dall’altro. Le scene condivise sono state costruite in fase di montaggio, unendo riprese girate separatamente con controfigure e poi elaborate per creare l’illusione della presenza simultanea. Il risultato finale non si vede, il che è già di per sé una notizia.
Una tecnica simile è stata usata anche per le scene in cui Ben Stiller interpreta sia Larry che Lè, il neanderthaliano identico al protagonista che compare nel terzo film. Le sequenze in cui i due personaggi appaiono insieme sono state girate due volte, con una controfigura, e poi assemblate in post-produzione.
La scimmia addestrata a schiaffeggiare Ben Stiller
Dexter, la scimmia cappuccino dispettosa che passa buona parte del primo film a rubate le chiavi di Larry e a rendergli la vita impossibile, non era un animale qualsiasi preso dalla gabbia e messo davanti alla telecamera. Crystal, questo il suo nome, era una scimmia addestrata da anni per il lavoro sul set cinematografico, con un curriculum già lungo alle spalle.
Per il film, però, era necessario qualcosa di specifico: che l’animale schiaffeggiasse e mordesse Ben Stiller in modo convincente e ripetibile. Crystal è stata addestrata per mesi su queste azioni precise, lavorando con i trainer finché i movimenti non sono diventati affidabili abbastanza da girare le scene senza troppi imprevisti. Il risultato è una delle dinamiche comiche più riuscite del film, con Stiller che incassa schiaffi dalla scimmia con una rassegnazione sempre più disperata.
Pierfrancesco Favino è Cristoforo Colombo
Nel cast del primo film c’è anche un italiano, e non in modo marginale. Pierfrancesco Favino interpreta la statua di Cristoforo Colombo, personaggio che nel film parla esclusivamente in italiano. Non è una scelta casuale: Colombo era genovese, e la produzione ha scelto di renderlo riconoscibile attraverso la lingua invece di dargli un improbabile accento straniero in inglese. Il risultato è una statua che fa il gioco delle sue battute sulla base dell’incomprensione linguistica, con Larry che non capisce quasi niente di quello che Colombo gli dice.
Sempre nel cast del primo film c’è un’altra curiosità familiare: Anne Meara, che interpreta il personaggio di Debbie, è nella vita reale la madre di Ben Stiller. Non è insolito per Stiller coinvolgere la famiglia nei suoi progetti, ma vederla sullo schermo accanto al figlio in un film da centinaia di milioni di dollari ha comunque il suo effetto.
Dick Van Dyke balla con la scopa
Nel finale del primo film c’è un omaggio che non tutti colgono alla prima visione. Dick Van Dyke, che nel film interpreta Cecil, uno degli anziani guardiani che si rivelano antagonisti, esegue un breve balletto con una scopa durante la sequenza finale. Il gesto è un riferimento diretto a Mary Poppins del 1964, in cui Van Dyke interpretava Bert lo spazzacamino e ballava con la scopa in una delle scene più iconiche del film Disney. Un dettaglio piccolo, pensato per i genitori più che per i bambini, che funziona esattamente come devono funzionare certi tipi di citazioni: senza bisogno di essere spiegato.
Il museo reale ha guadagnato visitatori grazie al film
Uno degli effetti collaterali più curiosi del successo del primo film riguarda il Museo di Storia Naturale di New York, quello vero. Dopo l’uscita in sala nel 2006, il numero di visitatori del museo è aumentato del 20%. Le persone volevano vedere di persona i luoghi del film, gli scheletri di dinosauro, le esposizioni egiziane, i diorami con le statuine. Un caso di fiction che genera turismo culturale reale, con il museo che si è ritrovato più visitato grazie a una commedia con Ben Stiller e una scimmia dispettosa.
Il doppiaggio italiano ha riscritto la storia
Chi ha visto Una notte al museo 2 – La fuga in italiano potrebbe non sapere che alcune delle battute più memorabili non esistono nella versione originale inglese. Il doppiaggio italiano ha introdotto riferimenti completamente assenti nel film originale, adattando i dialoghi al pubblico della penisola con una creatività che va ben oltre la traduzione.
Il personaggio della guardia Brandon, nella versione originale un americano qualsiasi, diventa nella versione italiana un napoletano con riferimenti alla squadra del Napoli e a Diego Maradona. Ottavio, il generale romano interpretato da Steve Coogan, acquisisce battute su Totti e Cinecittà che nell’originale non esistono. La trovata più elaborata riguarda Napoleone Bonaparte: un intero monologo originale viene sostituito da un discorso in cui il generale francese racconta a Larry di essere un antenato di Silvio Berlusconi, con riferimenti al “mi consenta” e ad altre espressioni associate all’allora premier italiano.
Sono scelte che oggi fanno sorridere e che documentano un’epoca precisa della televisione e del cinema italiano, in cui il doppiaggio veniva trattato come un’opera creativa autonoma invece che come una traduzione fedele.
Ben Stiller ha portato a casa la tavoletta
A margine delle riprese del terzo film, Ben Stiller ha rivelato di essersi tenuto come souvenir la tavoletta magica di Ahkmenrah, l’oggetto attorno al quale ruota tutta la saga. Ce l’ha a casa sua, in compagnia di altri cimeli cinematografici tra cui le braccia allungate che Tom Cruise indossava per la scena del travestimento in Tropic Thunder. Una collezione domestica che dice qualcosa sul rapporto che certi attori instaurano con i film a cui hanno dedicato anni di lavoro.
Le notti al British Museum e la scena di Escher
Il terzo capitolo ha spostato l’azione a Londra, al British Museum, uno dei musei più grandi e visitati al mondo, con sei milioni di ingressi l’anno e collezioni che vanno dalla Stele di Rosetta alle sculture del Partenone. La produzione ha ottenuto il permesso di girare all’interno del museo, il che significa che molte delle scene del film sono state realizzate in un luogo reale, con i reperti originali a fare da sfondo.
Per ricreare l’antico Egitto degli anni Trenta in una sequenza ambientata nel passato, la troupe si è spostata in un deserto canadese, portandosi dietro costumi d’epoca, automobili degli anni Trenta e qualche cammello. Una delle sequenze più complesse dell’intero film è quella in cui i protagonisti si ritrovano dentro una litografia dell’artista olandese M.C. Escher, noto per le sue opere che sfidano le leggi della prospettiva e della gravità. Girare quella scena ha richiesto 60 riprese, moltiplicate per le tre dimensioni diverse in cui la sequenza doveva funzionare simultaneamente. Una sfida tecnica che ha messo alla prova l’intera troupe.
Robin Williams, Teddy Roosevelt e l’ultima notte sul set
La storia più importante da raccontare riguarda il terzo film e Robin Williams. L’attore interpretava Teddy Roosevelt, la statua di cera del ventiseiesimo presidente degli Stati Uniti, in tutti e tre i capitoli della saga. Roosevelt era uno dei personaggi più amati del franchise, saggio e romantico, sempre pronto a dare consigli a Larry nel momento del bisogno.
Quando si trattò di confermarlo per il terzo film, Williams esitò a lungo. Le riprese erano già state spostate più volte in attesa della sua risposta definitiva. Non è chiaro quanto pesasse sulla sua decisione lo stato di salute mentale che lo stava attraversando in quel periodo, ma alla fine accettò e girò il film a Vancouver e Londra nella prima metà del 2014.
Il regista Shawn Levy ha raccontato un episodio di quelle notti sul set che è rimasto nella memoria di chi c’era. Erano le tre di notte al British Museum. Levy stava dando indicazioni a Williams per la scena successiva, in piedi accanto alla Stele di Rosetta. Williams si era fermato, si era guardato attorno nella grande sala deserta del museo, disponibile solo per loro, e aveva detto al regista: “Ehi, capo. Guarda cosa abbiamo l’opportunità di fare.”
Quella frase, in quel contesto, pesava già allora. Pesa ancora di più adesso. Williams è morto il 21 agosto 2014, qualche mese prima che il film uscisse nelle sale. La sua truccatrice sul set aveva raccontato che in certi giorni di riprese l’attore aveva concluso il lavoro piangendo tra le sue braccia. Qualcosa non andava, anche se nessuno sapeva ancora con precisione cosa.
Notte al museo – Il segreto del faraone è uscito a dicembre 2014 ed è dedicato a lui e a Mickey Rooney, anche lui nel cast e morto quello stesso anno. Nel finale del film, Teddy Roosevelt saluta Larry per l’ultima volta prima di trasformarsi di nuovo in statua. Lo sguardo del personaggio si spegne lentamente. Chi conosce la storia non riesce a guardare quella scena senza pensare a quello che sarebbe successo di lì a poco.
Il cinema sa fare cose del genere: conservare qualcuno nel momento in cui era ancora vivo, permettere di vederlo tornare ogni volta che si fa partire il film. Una notte al museo ha un posto fisso in quel catalogo di pellicole che custodiscono qualcosa di più di una storia.
Il franchise conta oggi quattro capitoli, con un quarto animato uscito su Disney+ nel 2022. Ma i tre film con Robin Williams rimangono quelli che la gente continua a rivedere, e ora sono tutti su Netflix.
Tu quale dei tre ricordi con più affetto?


