Il 7 maggio 2004 la Universal Pictures aprì nelle sale di tutto il mondo Van Helsing, un kolossal da 160 milioni di dollari con Hugh Jackman e Kate Beckinsale, ambientato nella Transilvania di fine Ottocento, con Dracula, il mostro di Frankenstein, l’Uomo Lupo e il dottor Jekyll che si davano il cambio sullo schermo come se qualcuno avesse rovesciato una scatola di mostri classici senza preoccuparsi troppo dell’ordine. La Universal aveva già in mente una saga lunga almeno tre capitoli, con spin-off e merchandise. Nel giro di pochi giorni dall’apertura nei cinema, cancellò ogni piano per il seguito. Il motivo stava nei numeri, come quasi sempre accade quando si spendono molti soldi senza raccogliere quanto ci si aspettava. La storia di Van Helsing, però, è più complicata di un semplice flop, e vent’anni dopo ha qualcosa di interessante da raccontare.
Il sogno di un universo condiviso prima che esistesse il termine
Per capire l’ambizione del progetto bisogna sapere cosa aveva in testa la Universal nel 2004, e per capire quello bisogna tornare ancora più indietro, agli anni Trenta e Quaranta. Lo studio era stato il primo a Hollywood ad aver costruito qualcosa che oggi chiameremmo un universo condiviso di personaggi, mettendo insieme Dracula, il mostro di Frankenstein e l’Uomo Lupo in pellicole come Al di là del mistero del 1944 e La casa degli orrori del 1945, dove le creature si incrociavano e condividevano lo schermo con una libertà narrativa che il cinema di genere dell’epoca si permetteva senza troppi complessi.
Quello era il riferimento dichiarato di Stephen Sommers, autore sia della sceneggiatura sia della regia di Van Helsing, che aveva già dimostrato di saper sfruttare i mostri classici con il primo capitolo di La Mummia nel 1999, incassato 415 milioni con un budget di 80 e capace di trasformare Brendan Fraser in una star d’azione. La Universal gli affidò un budget più che doppio e un’ambizione molto più grande: costruire il nuovo franchise d’avventura dello studio, con un protagonista capace di reggere una saga intera, esattamente come Indiana Jones aveva retto la trilogia originale degli anni Ottanta.
La formula sembrava solida sulla carta. Prendere i mostri più famosi della storia del cinema di genere, metterli tutti insieme, aggiungere un eroe con la mascella volitiva e un’attrice di grande presenza visiva, girare tutto con la stessa esuberanza caotica di La Mummia e sperare che il pubblico del 2004 rispondesse con lo stesso entusiasmo. Sommers ci credeva. La Universal ci credeva. Il pubblico fu molto meno convinto.
Gabriel, non Abraham
Una delle prime libertà che Sommers si prese rispetto al materiale originale riguarda il nome del protagonista. Nel romanzo Dracula di Bram Stoker, pubblicato nel 1897, il cacciatore di vampiri si chiama Abraham Van Helsing, un professore olandese di mezza età, erudito e metodico, tutto il contrario di un eroe d’azione. Sommers lo rinominò Gabriel e trasformò il personaggio in qualcosa di radicalmente diverso: un agente segreto al servizio di una congregazione vaticana segreta, un uomo senza memoria del proprio passato, con una forza e una resistenza sovrumane che la storia spiega solo nel finale.
Chi aveva visto Jackman nei panni di Wolverine in X-Men e X2 notò subito la somiglianza: un uomo dalla memoria cancellata, con capacità fisiche inspiegabili, che combatte il male agli ordini di un’organizzazione che conosce la sua vera identità meglio di quanto lui stesso non riesca a ricordare. Sommers non si prese mai la briga di smentire il parallelo, e la critica lo usò come argomento contro il film, accusando il regista di aver costruito un personaggio derivativo. In realtà era una scelta deliberata, pensata per dare a Jackman un ruolo cucito sulle sue capacità fisiche e sulla sua presenza scenica, che in quel momento erano i suoi punti di forza più riconoscibili.
Kate Beckinsale quasi fuori dal film
Tra le curiosità di casting ce n’è una che rimase a lungo sepolta nelle interviste tecniche della produzione. Sommers aveva già in mente Beckinsale per il ruolo di Anna Valerious, l’ultima discendente della nobile famiglia che da secoli insegue Dracula, ma esitò a lungo prima di chiamarla perché nel 2003 l’attrice aveva appena finito di girare Underworld, dove interpretava una guerriera vampira avvolta in abiti attillati di pelle nera che combatteva mostri nel buio. La preoccupazione era che il pubblico non riuscisse a distinguere i due personaggi, vedendo in entrambi la stessa Beckinsale in versione creatura della notte.
Alla fine la ingaggiò lo stesso, e il film non soffrì mai di quel problema, anche perché Anna Valerious è un personaggio molto più solare e fisicamente diverso dalla vampira di Underworld. Il pubblico li distinse senza difficoltà. Ciò che la critica non perdonò fu che la pellicola sembrasse troppo preoccupata di mostrare Beckinsale in ogni postura atleticamente favorevole, indipendentemente da quanto quella postura avesse senso nel contesto della scena.
Per preparare la sequenza del gran ballo in maschera, Sommers impose a Beckinsale, a Richard Roxburgh e a Elena Anaya settimane di allenamenti quotidiani alla danza, volendo che i loro movimenti risultassero impeccabili. Una cura maniacale per un dettaglio specifico che stonava con la scioltezza con cui molti altri aspetti della sceneggiatura erano stati trattati.
Il set che aveva già visto Lugosi e Karloff
Una delle curiosità di produzione più affascinanti riguarda la scelta delle location per le scene ambientate nel castello. La sequenza in cui Van Helsing e Anna affrontano le tre mogli di Dracula fu girata nel set chiamato “Court of Miracles”, che fa parte del tour in studio degli Universal Studios di Hollywood. Quello stesso set aveva ospitato le riprese di Frankenstein nel 1931, di Dracula dello stesso anno e de L’uomo lupo del 1941, con Boris Karloff e Bela Lugosi che avevano camminato sugli stessi pavimenti settant’anni prima.
La scelta non era casuale: Sommers voleva che il film portasse fisicamente un pezzo della tradizione dei mostri Universal, e girare negli spazi in cui erano nate le creature originali aveva per lui un valore quasi simbolico. Che il risultato finale sembrasse più una versione iperattiva e pirotecnica di quei classici che non un loro erede degno fu la principale accusa mossa dalla critica, ma il gesto restava significativo.
300 milioni che non bastarono
Con un budget oscillante tra i 160 e i 170 milioni di dollari, Van Helsing aveva bisogno di incassare almeno il doppio per essere considerato un successo commerciale solido, tenendo conto dei costi di distribuzione e marketing che per un blockbuster di quella portata si sommano considerevolmente alla cifra di produzione. I 300 milioni raccolti a livello globale coprivano i costi di produzione, ma non lasciavano il margine che la Universal si aspettava da un titolo su cui aveva puntato tanto.
La critica fu quasi unanime nel bocciarlo: troppe creature, trama inconsistente, effetti in computer grafica così abbondanti da sembrare ridondanti, ritmo frenetico che non lasciava mai il tempo di affezionarsi a nessun personaggio. Dracula, interpretato da un Roxburgh sopra le righe in modo che molti trovarono involontariamente comico, fu tra i bersagli più colpiti. Il piano per il seguito, già in sviluppo, venne cancellato nel giro di pochi giorni dall’apertura nelle sale.
Il tentativo fallito che aprì la strada a un altro fallimento
La storia ha un epilogo che vale la pena conoscere. La Universal non imparò granché dall’esperienza del 2004 e nel 2017 ci riprovò, questa volta con Tom Cruise nel tentativo di rilanciare i mostri classici dello studio attraverso quello che fu chiamato Dark Universe, un universo condiviso costruito attorno alle stesse creature. Il film inaugurale era La Mummia, che incassò 410 milioni a fronte di un budget di 125 milioni, ma ricevette recensioni talmente devastanti da convincere lo studio ad abbandonare l’intero progetto prima ancora di girare il secondo capitolo.
Due tentativi, vent’anni di distanza, stesso risultato. La differenza è che Van Helsing, col tempo, ha trovato una sua vita nel circuito televisivo e nelle visioni successive, accumulando una fan base affezionata che lo riconosce per quello che è: un film esuberante, caotico, spesso ridicolo, costruito con una generosità verso lo spettatore che non si preoccupa troppo di sembrare raffinato. Non un capolavoro, ma nemmeno il disastro che la critica descrisse nel 2004.
Vent’anni dopo, se ti capita di rivederlo di domenica pomeriggio con la giusta disposizione d’animo, hai ancora la stessa reazione della prima volta, o nel frattempo ti è venuta voglia di difenderlo?


