Verdiana Bonaccorti è tornata in tv e ha raccontato una cosa semplice da dire e difficilissima da vivere: la morte di sua madre, Enrica Bonaccorti. È successo il 12 marzo, dopo settimane complicate in clinica. Lei era lì, sempre. E si sente da come ne parla.
Non è stato il classico racconto costruito per fare scena. Sembrava più una figlia che prova a mettere in ordine quello che ha vissuto. Ha detto di sentirsi “sospesa”, ma anche fiera. Una frase che magari su carta sembra quasi strana, ma se ci pensi ha senso: quando accompagni qualcuno fino alla fine, ti resta addosso una specie di orgoglio silenzioso.
Tutto è iniziato con un peggioramento improvviso. Il 18 febbraio la madre ha avuto un’emorragia, è stata operata d’urgenza e la situazione è cambiata in poche ore. Verdiana si è ritrovata a firmare documenti, a parlare con i medici, a stare lì fuori dalla sala operatoria con quella sensazione che conoscono in tanti, anche se nessuno la descrive mai bene. Ha detto solo una cosa al chirurgo: “Fai un buon lavoro”. E già questo dice molto.
Poi, per qualche giorno, sembrava andare meglio. Cinque giorni in terapia intensiva in cui la madre si era ripresa un po’. E qui arriva un dettaglio che colpisce più di tanti discorsi: Enrica, con le mani impegnate, ha chiesto alla figlia di scrivere al posto suo il libro a cui stava lavorando. Anche in quel momento pensava al lavoro, alla responsabilità. Verdiana lo racconta con una specie di sorriso amaro, come a dire: “Era fatta così”.
A un certo punto decide di trasferirsi in clinica. Ci resta 22 giorni. Non va avanti e indietro, proprio si ferma lì. Dice che era come vivere in una realtà parallela. E questa immagine rende bene: quando succedono cose così, il mondo fuori continua, ma tu sei da un’altra parte.
In quei giorni, però, non c’è stato solo dolore. Ed è forse la parte più difficile da capire da fuori. Verdiana parla di un tempo “surreale”, ma anche bello. Madre e figlia insieme, quasi come coinquiline. Parlano, scherzano, si raccontano cose semplici. La madre si preoccupa persino di dover rimandare la presentazione del libro, come se fosse una cosa urgente. Sono quei dettagli normali che, in realtà, diventano enormi quando sai che il tempo è poco.
Poi arrivano le ultime ore. E qui il racconto cambia tono, ma senza diventare pesante. Più che altro diventa molto intimo. Verdiana parla di una notte particolare, quasi sospesa. Accanto a lei c’era una persona abituata a stare vicino ai malati terminali, che le ha detto una frase che fa riflettere: “Se tu non la lasci andare, lei non se ne va”.
È una cosa che, detta così, può sembrare anche dura. Però in quel momento probabilmente è stata una specie di guida. Verdiana ammette che era agitata, arrabbiata, non riusciva ad accettarlo. E penso sia una reazione normalissima. Chi è che riesce davvero a “lasciare andare” qualcuno?
Alla fine lo ha fatto. È entrata nel letto con la madre, le ha parlato, le ha detto che andava bene così. Che poteva andare. E dopo un’ora è successo.
Questo passaggio è quello che resta più impresso, perché non è spettacolare, non è drammatico nel senso televisivo del termine. È semplice. Ed è proprio per questo che colpisce.
C’è anche una riflessione che fa dopo, quasi sottovoce: dice che forse era egoismo volerla tenere ancora lì. Non è una frase facile da dire, anzi. Però è onesta.
Alla fine del racconto, Verdiana prova a mettere insieme tutto con un’immagine: dice che sua madre era una “spina dorsale”. Quando manca, qualcosa si spezza. Però bisogna restare in piedi lo stesso. È una frase che suona concreta, senza retorica.
Un dettaglio che ha raccontato riguarda anche Renato Zero, che è stato vicino alla madre negli ultimi giorni. Non ha potuto partecipare al funerale per un concerto, ma si è occupato delle musiche. Anche questo è un modo di esserci, in fondo.
Quello che resta, ascoltandola, è una sensazione strana. Non solo tristezza. C’è anche una specie di calma, come quando capisci che una storia è finita ma è stata piena fino all’ultimo.
E ti viene quasi da pensare: in una situazione del genere, cosa faresti tu? Riusciresti a restare lì, giorno dopo giorno, o scapperesti ogni tanto per respirare?
Sono domande senza risposta giusta, credo. Ognuno reagisce come può.
Se ti va, dimmi cosa ne pensi. Ti ha colpito questo modo di raccontare il dolore, così diretto e senza filtri?


