Ogni 23 maggio l’Italia si ferma, o almeno prova a farlo. Si ricordano le immagini di quel tratto di autostrada spezzato, si citano i discorsi, si evocano i nomi di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. E poi, quasi sempre come postilla, arriva la frase: “e gli uomini della scorta”. Tre nomi pronunciati in fila, veloci, come se l’urgenza di andare avanti fosse più forte della necessità di restare. La fidanzata di Rocco Dicillo, Alba Terrasi, lo ha detto in un’intervista che aveva il sapore di un atto d’accusa gentile: voleva restituire a Rocco la sua umanità, la sua quotidianità, sempre liquidata nell’anonimato, come se gli uomini della scorta non avessero avuto una vita né lasciato madri, mogli, figli dietro di sé.
Trentaquattro anni fa, oggi, erano sabato pomeriggio. Stavano tornando a casa.
L’autostrada A29 correva verso Palermo, tre Fiat Croma in fila, il sole di maggio sulla Sicilia. La Croma marrone era in testa, guidata da Vito Schifani, con accanto Antonio Montinaro e Rocco Dicillo seduto sul retro. Dietro di loro, la Croma bianca con a bordo Falcone e sua moglie. In coda, la Croma azzurra con gli altri agenti. Le sirene non erano nemmeno accese: la situazione pareva tranquilla.
Poi, alle 17.58, tutto finì.
L’esplosione, avvenuta sull’Autostrada A29 all’altezza dello svincolo per Capaci, sbalzò la Croma marrone dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza. I tre uomini a bordo morirono sul colpo. Non c’era niente da fare, non c’era tempo per accorgersene. Erano professionisti, erano giovani, erano padri e fidanzati e figli di qualcuno che quella sera aspettava che rientrassero.
Questo articolo parla di loro. Solo di loro.
Antonio Montinaro, il caposcorta che chiamò suo figlio come il giudice
Antonio Montinaro era nato l’8 settembre 1962 a Calimera, in provincia di Lecce. Un paese del Salento, lontano centinaia di chilometri da quella Sicilia che sarebbe diventata la sua seconda terra. A casa Montinaro si viveva una vita semplice. La famiglia campava con una piccola pescheria. La madre si definiva “orgogliosamente analfabeta”. Insieme al marito, tuttavia, aveva deciso di investire in cultura e formazione per i propri figli. Il padre aveva un metodo spiccio per motivarli: se non ti piace studiare, vieni a lavorare con me in pescheria. Un ricatto affettuoso, il tipo di pressione che si capisce solo quando si è adulti.
Antonio aveva capito presto che voleva fare altro. Entrato in Polizia giovanissimo, a soli 24 anni si era già unito alla scorta personale del giudice, scegliendo di trasferirsi lì dove c’era più bisogno, in una Sicilia che combatteva una guerra quotidiana contro la mafia. Non ci fu costretto, non ci andò per caso. Ci andò perché lo volle.
Divenne il caposcorta di Falcone. Il più fidato, il più vicino, quello che stava sempre in testa al convoglio.
C’è un dettaglio sulla sua vita privata che, quando lo si scopre, lascia senza parole. Antonio Montinaro aveva due figli: Gaetano, che portava il nome del nonno paterno, e Giovanni. Quest’ultimo aveva ricevuto quel nome per una scelta deliberata del padre, che voleva chiamare suo figlio come l’uomo che proteggeva e al quale era legato da una stima profonda. Giovanni, come Falcone. Un poliziotto che ammirava così tanto il magistrato da lasciarne il nome in famiglia, impresso su un bambino che sarebbe cresciuto senza conoscere suo padre.
Antonio non temeva per sé, temeva di lasciare sua moglie e i suoi figli. Eppure aveva sposato Tina da appena cinque anni, e in quel breve lasso di tempo aveva avuto la capacità di riempire così tanto la vita di sua moglie che ancora oggi, grazie all’amore che le aveva trasmesso, lei porta avanti la sua memoria con una forza che non si spiega facilmente.
Quando l’esplosione spezzò la vita al caposcorta di Falcone, Gaetano aveva 4 anni e Giovanni appena 2. Due bambini che non avrebbero avuto ricordi diretti di quell’uomo. Solo storie, fotografie, le parole di una madre che ha trasformato il lutto in impegno.
La madre Tina ha sempre detto: “Non ci hanno fatto niente”. È il messaggio che porta avanti, che insegna al nipote, bambino ancora. Non ci hanno fatto niente, perché la mafia credeva di distruggere una famiglia e invece ne ha creata una più solida, più determinata, più necessaria.
Il nome dell’associazione fondata dalla famiglia porta il codice radio di quella Croma marrone: Quarto Savona 15. Non il nome del magistrato, non il nome del giudice. Il nome della macchina su cui viaggiavano Antonio, Vito e Rocco. Quel codice alfanumerico freddo e burocratico che adesso è diventato un simbolo.
Vito Schifani, l’atleta dei 400 metri che stava per lasciare la scorta
Vito Schifani era nato a Palermo il 23 febbraio 1965. Il più giovane dei tre, il più giovane di tutti. Aveva 27 anni.
Passava le sue giornate dividendosi tra il servizio prestato allo Stato, la sua passione per l’atletica e la sua Rosaria. Era uno specialista nei 400 metri, un atleta vero, con la disciplina e la resistenza che quel tipo di gara richiede. Non era il tipo che si fermava a metà strada, né in pista né nella vita.
Nel 2007 lo Stadio delle Palme di Palermo gli è stato intitolato, proprio in ricordo della sua natura di atleta. Un modo per restituirgli qualcosa di lui che non fosse solo il nome su una targa. Una pista, un campo, il posto dove correva.
Era convinto che solo combattendo dalla parte dello Stato le cose potessero cambiare, e si sentiva orgoglioso di stare ogni giorno accanto a quell’uomo che, in una terra così martoriata, stava sfidando Cosa Nostra. Pur giovane, era già un poliziotto rispettato, e aveva anche qualcosa di importante che lo aspettava a casa.
La moglie Rosaria Costa aveva appena 22 anni. Da quattro mesi era diventata madre di Emanuele. Quattro mesi. Il bambino aveva appena iniziato ad esistere nel mondo quando il mondo di quella famiglia andò in pezzi.
C’è un dettaglio che pochi sanno: proprio la nascita del piccolo Emanuele aveva spinto Vito a prendere la decisione di lasciare il servizio scorte. Voleva dedicarsi con più tranquillità alla sua famiglia, passare più tempo con sua moglie e con il figlio appena nato. Stava per andarsene. Aveva già pensato a un futuro diverso, più quieto, più vicino a Rosaria e al bambino. Non fece in tempo.
Quando alla vedova fu permesso di vedere Vito per l’ultima volta, lui aveva un panno bianco sul viso. Rosaria riuscì ad accarezzargli solo la mano. E in quella camera ardente, di fronte al Presidente del Senato Spadolini che si era avvicinato a porgerle le condoglianze, lei disse una cosa sola: volle sentire una sola parola, quella che nessuno riuscì a darle.
Ai funerali, il 25 maggio, Rosaria prese la parola. Il discorso che aveva concordato con gli organizzatori non bastò: integrò il testo scritto e concordato, dando voce alla sua sofferenza, al suo strazio, con parole di verità che crearono sconcerto nella chiesa. Disse che perdonava gli uomini della mafia, ma che dovevano mettersi in ginocchio. Disse che lo Stato aveva bisogno di fare giustizia. Disse cose che nessuno si aspettava da una ragazza di 22 anni con un bambino di quattro mesi in braccio e un marito sotto quella bara.
Quella frase nella chiesa di San Domenico a Palermo rimase uno dei momenti più iconici della storia della lotta alla mafia degli ultimi trent’anni.
Emanuele Schifani, il bambino che aveva quattro mesi quel 23 maggio del 1992, da adulto è diventato ufficiale della Guardia di Finanza. Cresciuto senza padre, con una madre che ha trasformato il dolore in testimonianza, ha scelto comunque la divisa. Come se ci fosse qualcosa che si trasmette per vie che non si spiegano con le parole.
Rocco Dicillo, il fidanzato che non arrivò al matrimonio
Di Rocco Dicillo si parla meno. Molto meno.
Il fratello Michele, medico, ha costruito quasi tutta la sua vita adulta con un timore fisso: che la memoria di Rocco si perdesse. Lo ha detto chiaramente, con una voce che lasciava trasparire una delusione profonda. Solo perché Rocco era nato a Triggiano, in provincia di Bari, era sempre stato ricordato poco. Nato lontano dalla Sicilia, cresciuto lontano dai riflettori della strage, finito spesso in fondo alla frase, dopo gli altri due.
Rocco Dicillo era nato a Triggiano il 13 aprile 1962. Aveva trent’anni appena compiuti, quel sabato pomeriggio. Era un bellissimo ragazzo, con occhi azzurri e barba scura. Un dettaglio fisico che stride con l’anonimato in cui è rimasto, come se la memoria avesse bisogno di un volto per attaccarsi.
Rocco aveva lasciato l’università dopo aver superato il concorso di Polizia. Dal 1989 faceva parte del servizio scorte. E già nel 1989 aveva sfiorato la morte, nell’attentato fallito dell’Addaura, quando Cosa Nostra aveva tentato di uccidere Falcone mentre era in vacanza. Rocco era lì anche allora. Scampò. Tre anni dopo non ci fu scampo.
La cosa che più lascia il segno, però, è il matrimonio che non ci fu.
Il 23 maggio 1992 Alba Terrasi aveva 22 anni e un progetto di vita squadernato davanti: il 20 luglio successivo, padre Ennio Pintacuda avrebbe celebrato il suo matrimonio con Rocco Dicillo. Cinquantasei giorni. Cinquantasei giorni separavano quel sabato pomeriggio dal giorno in cui si sarebbero sposati. Le partecipazioni erano già state preparate, il rito già organizzato, il futuro già tracciato.
Era un ragazzo solare, credeva profondamente in ciò che faceva, lo aveva scelto. Spronava Alba a studiare, come faceva con tutti quelli che amava. Un uomo che costruiva gli altri mentre costruiva sé stesso, con quella fede silenziosa in quello che si stava facendo, nel senso di stare dalla parte giusta.
Alba ha scelto di parlare per restituire a Rocco la sua umanità, la sua quotidianità. Si arrabbia ancora quando vede il cognome scritto staccato, “Di Cillo” anziché “Dicillo”, come se persino l’ortografia tradisse una disattenzione che non si è mai sanata del tutto.
La famiglia è rimasta unita nel dolore. Le famiglie di Alba e Rocco sono rimaste legate: la madre di lui la tratta ancora come una figlia, il padre di lei sostituisce la foto di Rocco sull’albero Falcone ogni volta che si sciupa. Un gesto piccolo, ripetuto negli anni, che vale più di molte cerimonie ufficiali.
Il fratello Michele ha scritto un libro, “Oltre Capaci”, perché aveva paura. Non della mafia, non della morte, ma dell’oblio. Nel libro il profilo di Rocco viene ricostruito attraverso le testimonianze di chi lo amava: il fratello, la fidanzata Alba, la madre Lisetta. E il ricordo di Giuseppe Costanza, il collega autista di Falcone che sopravvisse alla strage. Voci che si affiancano per tenere in piedi una figura che rischia di sparire ogni volta che qualcuno fa la lista delle vittime e si ferma prima di arrivare in fondo.
Tre uomini del Sud. Due pugliesi e un palermitano, tutti e tre finiti a bordo della stessa macchina, tutti e tre scelti da chi credeva che proteggere uno Stato valesse il rischio di non tornare a casa.
Non erano simboli. Erano persone. Vito che pensava a suo figlio di quattro mesi. Antonio che aveva chiamato suo figlio come il giudice. Rocco che aveva fissato una data per il matrimonio. Storie ordinarie interrotte in modo straordinariamente violento, da un detonatore premuto alle 17.58 di un sabato di maggio, da un uomo che non li conosceva nemmeno.
Rosaria Schifani lo ha detto chiaramente: non vuole diventare un sacrario, non vuole cristallizzare una storia nel modo sbagliato. Si arrabbia quando vede gente che va a farsi le fotografie sorridendo davanti alla macchina della scorta. Perché c’è una differenza tra ricordare e esibire la memoria, e quella differenza costa fatica. Costa sedersi con i figli, raccontare chi era quel padre, spiegare perché certi nomi meritano più di una postilla.
Oggi, 23 maggio 2026, sono trentaquattro anni. La Croma marrone è ancora esposta come cimelio. I figli di Antonio Montinaro girano le scuole a raccontare. Emanuele Schifani porta una divisa. Alba Terrasi guarda ancora la foto di Rocco su un albero a Palermo.
Nessuno di loro ha smesso.
Tu, dopo trentaquattro anni, di quale di questi tre uomini sapevi qualcosa prima di leggere questo articolo?


