A 68 anni Willem Dafoe continua a essere uno degli attori più rispettati e prolifici di Hollywood, e durante una masterclass al Festival di Sarajevo, dove ha ricevuto il prestigioso Honorary Heart of Sarajevo, ha ripercorso alcuni dei momenti più controversi e significativi della sua carriera. L’attore, che in Italia conosciamo bene per ruoli iconici che spaziano da Platoon a Spider-Man, si è aperto su temi delicati come le polemiche religiose legate a “L’Ultima Tentazione di Cristo” di Martin Scorsese e ha persino schivato abilmente una domanda sulla politica americana contemporanea con una risposta che è già diventata virale.
Durante l’incontro, moderato con la consueta eleganza dei festival europei, Dafoe ha dimostrato quella franchezza intellettuale che lo ha sempre contraddistinto. Quando gli è stato chiesto di commentare l’attuale direzione politica dell’America, facendo riferimento a una sua vecchia intervista con Larry King durante la prima amministrazione Trump, l’attore ha risposto con un laconico: “Devi scherzare con questa domanda, giusto? Se mi conosci, e mi conosci, questa non è una vera domanda”. Una risposta che, pur non dicendo tutto, dice tutto quello che serve sapere.
Ma è stato parlando de “L’Ultima Tentazione di Cristo” che Dafoe ha rivelato aspetti inediti di una delle controversie cinematografiche più accese degli anni ’80. Il film di Scorsese, che in Italia fu al centro di dibattiti ecclesiali e culturali, secondo l’attore “esplorare la parte umana di Gesù” come qualcuno che “rifiuta la responsabilità che gli è stata data”. Una prospettiva che, trent’anni dopo, continua a dividere il pubblico ma che per Dafoe rappresenta “uno dei miei ruoli preferiti perché era così impegnativo”.
La controversia che divenne antisemitismo: quando il cinema tocca i nervi scoperti
Ripensando alle reazioni suscitate dal film di Scorsese, Dafoe ha offerto un’analisi lucida di come una polemica religiosa possa trasformarsi in qualcosa di molto più oscuro. “La controversia era principalmente guidata dalla destra religiosa che aveva bisogno di qualcosa per energizzare la propria causa”, ha spiegato l’attore. “Si lamentavano dell’idea del film. Non l’avevano nemmeno visto”.
Ma il punto più interessante della sua riflessione riguarda l’evoluzione di quella protesta: “Poi si è trasformata in una cosa strana sugli ebrei a Hollywood ed è diventata una cosa antisemita”. Una testimonianza diretta di come, nel panorama culturale americano degli anni ’80, una critica al contenuto artistico possa rapidamente degenerare in pregiudizi razziali e teorie complottiste.
Per noi spettatori italiani, abituati a un rapporto più diretto e meno politicizzato con la Chiesa cattolica, questa rivelazione è particolarmente illuminante. Dafoe precisa infatti che “la percezione è che fosse la Chiesa cattolica, e non era la Chiesa cattolica; era la destra fondamentalista in America che iniziò tutto”. Una distinzione importante che ci aiuta a capire le dinamiche specifiche del dibattito culturale americano.
Dal Green Goblin ai metodi di recitazione: l’artigianato dell’attore
Passando a temi più leggeri ma non meno interessanti dal punto di vista tecnico, Dafoe ha parlato del suo approccio alla recitazione d’azione, usando come esempio il suo iconico Green Goblin in Spider-Man di Sam Raimi. “Mi è piaciuto molto interpretare quel ruolo, in particolare quello originale”, ha confessato, spiegando come il film avesse “un grande senso dell’umorismo, ma non era leggero”.
La sua riflessione sui cinecomic degli anni 2000 è particolarmente acuta: “Quando è stato fatto il primo Spider-Man, si usavano ancora i cavi. C’era meno computer grafica, ed era divertente perché è atletico. È molto concreto, molto tangibile”. Una nostalgia per il cinema fisico che risuona con molti spettatori italiani cresciuti con gli effetti pratici dei nostri film di genere.
Dafoe ha anche spiegato la sua filosofia riguardo alle sequenze d’azione: “Non voglio lacune nella mia performance. Vuoi prenderti la responsabilità di tutto così tutti i punti si collegano”. Un approccio metodico che ricorda i grandi attori del nostro cinema d’autore, dove la coerenza interpretativa è sempre stata considerata fondamentale.
I collaboratori: da Abel Ferrara a Robert Eggers
Una delle parti più affascinanti della masterclass è stata quella dedicata ai suoi rapporti collaborativi con alcuni dei registi più visionari del cinema contemporaneo. Su Abel Ferrara, regista che in Italia ha girato diversi film e che conosciamo bene, Dafoe ha rivelato: “La collaborazione è molto personale, e a volte andiamo avanti e indietro che non so chi sia il regista. È molto fluido”.
Particolarmente interessante è la sua descrizione del metodo di Paul Schrader: “Ha sempre molte idee, ma non lavora in modo convenzionale con gli attori. Si aspetta che tu sappia fare il tuo lavoro”. Una testimonianza di come certi registi d’autore preferiscano lavorare con attori già formati piuttosto che dirigere ogni minimo dettaglio della performance.
Il futuro: Werwulf e la passione per la ricerca storica
Guardando al futuro, Dafoe ha anticipato alcuni dettagli sul suo prossimo progetto con Robert Eggers, il regista di “The Witch” e “The Lighthouse”. “Werwulf” sarà la loro quarta collaborazione, e l’attore ha spiegato cosa lo attrae di questo regista: “Mi sta dando materiale che mi eccita; mi accende. Chi sapeva che avessi un interesse per l’Inghilterra del 1300? Ti seduce nel far parte di quel mondo”.
Una riflessione che ci ricorda quanto sia importante, anche nel cinema di genere, la ricerca storica approfondita. Eggers, infatti, è famoso per la sua attenzione maniacale ai dettagli storici, un approccio che in Italia apprezziamo particolarmente nei nostri film in costume.
L’esperienza della crocifissione: quando il metodo diventa sofferenza
Non poteva mancare una domanda sulla scena della crocifissione in “L’Ultima Tentazione di Cristo”. Con il suo caratteristico humor nero, Dafoe ha commentato: “È stata un’esperienza. Metti chiunque di voi su una croce e avrete un’esperienza. In effetti, se tutto questo va all’inferno, posso trovare un pezzo di terra e renderlo un’esperienza”.
Una battuta che nasconde la dedizione fisica di un attore che, anche a quasi settant’anni, continua a mettersi in gioco completamente. Un esempio per molti colleghi italiani che spesso si limitano al minimo indispensabile nelle scene più impegnative.
Il cinema come forma d’arte: la lezione di un maestro
Quello che emerge dalla masterclass di Dafoe è il ritratto di un artigiano del cinema che ha attraversato decenni di cambiamenti nell’industria mantenendo sempre la stessa serietà professionale. La sua capacità di passare dal cinema d’autore ai blockbuster senza mai perdere la credibilità artistica è una lezione per tutti gli attori, italiani e non.
La sua riflessione finale su “L’Ultima Tentazione di Cristo” riassume perfettamente la sua filosofia: “In un’era di film super-violenti e pornografia, questo è un film che cercava di affrontare la natura della fede. Era un tentativo sincero”. Parole che, nel panorama cinematografico attuale spesso dominato dall’effetto spettacolo, suonano come un manifesto artistico.
Willem Dafoe continua a essere un faro per chi crede che il cinema possa essere intrattenimento e arte allo stesso tempo, senza compromessi e senza paura delle controversie.
Dimmi la tua nei commenti: secondo te Willem Dafoe è ancora sottovalutato come attore? E quale pensi sia stato il suo ruolo più coraggioso in carriera?


