Mentre Hollywood si preparava alla notte degli Oscar 2026, con il tappeto rosso del Dolby Theatre di Los Angeles pieno di luci e fotografi, Sean Penn stava camminando per le strade di Kiev. Il giorno dopo aver vinto la sua terza statuetta come miglior attore non protagonista per il film Una battaglia dopo l’altra, l’attore americano si trovava nell’ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che lo ha abbracciato e lo ha ringraziato davanti al mondo intero con parole precise: “Grazie a te sappiamo cos’è un vero amico dell’Ucraina. Sei stato al fianco del nostro Paese fin dal primo giorno della guerra. Questo è ancora vero oggi.“
Per capire il significato di quella scena bisogna tornare indietro al 24 febbraio 2022, il giorno in cui la Russia ha invaso l’Ucraina su larga scala. Mentre il mondo guardava le notizie dai telegiornali, Sean Penn era già lì, a Kiev, per girare un documentario. Quella presenza non fu casuale né improvvisata: Penn aveva già incontrato Zelensky in precedenza, stava seguendo da vicino la situazione del paese e aveva deciso che voleva raccontare quella storia dall’interno. Non da una scrivania di Los Angeles, ma sul campo.
Da quel momento Penn è tornato in Ucraina più volte. Nel 2023 ha co-diretto il documentario Superpower, presentato al Festival di Berlino, dedicato alla trasformazione di Zelensky da attore comico e personaggio televisivo a presidente di uno stato in guerra. Il film ha raccontato una delle storie più straordinarie della politica contemporanea, e Penn l’ha seguita con la stessa intensità che mette nei suoi ruoli cinematografici. Durante una di quelle visite ha fatto qualcosa che ha fatto il giro del mondo: ha tirato fuori dal borsone uno dei suoi Oscar e lo ha consegnato a Zelensky, chiedendogli di tenerlo fino alla fine della guerra e di restituirglielo a Malibu quando tutto sarà finito.
Quella statuetta era quella per Mystic River, vinta nel 2004. Penn non l’aveva portata con sé per sfarzo o per un gesto simbolico vuoto: era un modo per dire che quella vittoria valeva meno della vita di un civile ucraino. Una posizione radicale, discutibile quanto si vuole, ma coerente con tutto quello che l’attore ha detto e fatto negli ultimi anni.
Il suo rapporto con l’Academy è sempre stato complicato, molto prima dell’Ucraina. Ha saltato la cerimonia degli Oscar in più occasioni nel corso della sua carriera, anche da candidato. Quest’anno, però, l’assenza aveva un peso diverso: non era distanza dai riflettori, era una scelta attiva. Scegliere Kiev invece di Los Angeles il giorno della notte degli Oscar è uno di quei gesti che non ha bisogno di spiegazioni.
Sul palco, a ritirare il premio al suo posto, è salito Kieran Culkin, che ha sdrammatizzato con una battuta che ha fatto ridere la sala: “Penn non poteva essere qui, o forse non voleva, quindi ritiro io il premio al posto suo.” La platea ha riso. Ma il messaggio di Penn era chiaro anche senza discorso.
La visita a Kiev del 16 marzo è avvenuta in un giorno tutt’altro che tranquillo: frammenti di un drone russo intercettato dalle difese ucraine erano caduti nei pressi della piazza Maidan, nel cuore della città. Penn era lì lo stesso. Zelensky ha pubblicato la foto del loro incontro con una didascalia che non lasciava spazio a interpretazioni.
Sean Penn è un attore complicato, scomodo, capace di dire cose che fanno alzare i sopraccigi e di presentarsi agli eventi fumando una sigaretta dove non si può fumare. Ma quella foto con Zelensky a Kiev, il giorno dopo aver vinto il suo terzo Oscar senza presentarsi a ritirarlo, racconta una storia che pochi personaggi di Hollywood avrebbero avuto il coraggio – o la coerenza – di vivere davvero.
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