A Friend, A Murderer è arrivata su Netflix: la storia vera sul killer di Korsør che ti farà dubitare di chi conosci
Ci sono storie che fanno paura non per quello che mostrano, ma per quello che fanno pensare. A Friend, A Murderer - la nuova docuserie danese arrivata su…
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Vedi tutte →Ci sono storie che fanno paura non per quello che mostrano, ma per quello che fanno pensare. A Friend, A Murderer – la nuova docuserie danese arrivata su Netflix il 5 marzo 2026 – è esattamente questo tipo di storia. Tre episodi, una piccola città danese, una ragazza scomparsa nel nulla e un assassino che per otto anni interi ha vissuto, festeggiato e riso insieme ai suoi amici, mentre la polizia cercava un mostro che nessuno riusciva a trovare. Il problema era che il mostro lo conoscevano tutti.
Emilie Meng aveva 17 anni quando è scomparsa. Era la notte del 10 luglio 2016. Aveva trascorso la serata fuori con i suoi amici, era salita su un treno diretta a Korsør, una piccola cittadina della Zelanda danese. Alle quattro di mattina aveva salutato il suo gruppo alla stazione. Casa sua era a pochi minuti a piedi. Non aveva nessun motivo per non arrivarci. Quella mattina alle 9:30 doveva cantare in chiesa. Non si presentò mai.
La famiglia aspettò. La polizia cercò. Centinaia di volontari tappezzarono la Danimarca di manifesti con il suo viso. Le settimane passarono, poi i mesi. Le autorità ammisero più tardi di aver perso tempo prezioso, perché all’inizio avevano ipotizzato che Emilie potesse essere scappata di sua spontanea volontà. Un errore enorme, in una storia in cui ogni ora contata era già troppo tardi.
Il 24 dicembre 2016 – la vigilia di Natale – il corpo di Emilie venne trovato in un’area boschiva vicino a Borup, a decine di chilometri da Korsør. Era stata strangolata. Intorno al collo c’era del nastro adesivo. La città pianse. La Danimarca intera si fermò. Ma l’assassino era ancora a piede libero, e nessuno sapeva chi fosse.
Otto anni di paura
Quello che è successo dopo è una delle cose più inquietanti di tutta la vicenda. Korsør ha continuato a vivere con la certezza che da qualche parte, tra le strade di quella cittadina tranquilla, ci fosse un assassino. Le famiglie si chiudevano in casa prima, le ragazze non uscivano sole di sera, la fiducia tra le persone si era sgretolata lentamente. In tutto questo, Philip Patrick Westh andava al lavoro, frequentava i suoi amici, conduceva una vita perfettamente normale.
Westh era un manager di marketing, aveva 25 anni quando uccise Emilie. Non aveva precedenti, non aveva un comportamento strano agli occhi di chi lo conosceva. Tra i suoi amici più stretti c’erano Amanda, Nichlas e Kiri – le tre persone che oggi raccontano la loro storia nella docuserie Netflix, ciascuna in un episodio dedicato. Festeggiavano insieme, si confidavano, si fidavano l’uno dell’altro. Nel frattempo, lo stesso uomo che abbracciavano aveva ucciso una ragazza di 17 anni e ne conservava il ricordo in modi che nessuno avrebbe mai potuto immaginare.
Il caso pareva destinato a restare irrisolto per sempre. Il DNA raccolto all’epoca era degradato, inutilizzabile. I sospettati interrogati negli anni – tra cui un camionista di 33 anni e un uomo di 67 anni la cui casa fu perquisita cinque volte – erano stati tutti scagionati. La pista si era raffreddata. Westh era stato anche lui sottoposto, come 1.450 altri abitanti della zona, a un test del DNA durante le indagini iniziali. Niente lo aveva collegato a Emilie. Era passato indenne attraverso tutto.
Il caso che ha salvato una vita e ne ha chiusa un’altra
Poi arrivò l’aprile 2023. Una bambina di 13 anni, che chiamiamo Filippa come la stampa danese, stava facendo il giro dei giornali in bicicletta in un paese vicino a Korsør. Sparì nel nulla. Le ricerche scattarono immediatamente – questa volta la polizia non perse tempo – e in meno di 24 ore gli investigatori identificarono un uomo sospettato. Quando entrarono nella sua casa a Svenstrup, trovarono Filippa viva, legata con fascette di plastica. Aveva trascorso 27 ore in quella casa.
L’uomo arrestato era Philip Patrick Westh.
Mentre ispezionavano la sua abitazione, gli investigatori trovarono qualcosa che cambiò tutto: un rotolo di nastro adesivo. La superficie di rottura corrispondeva esattamente al nastro trovato intorno al collo di Emilie Meng sette anni prima. Ci fu anche un traccia di DNA, analizzata con una tecnica più moderna rispetto a quella disponibile nel 2016. Il collegamento era inequivocabile. L’uomo che aveva rapito Filippa era lo stesso che aveva ucciso Emilie.
Amanda, Nichlas e Kiri scoprirono tutto nello stesso modo in cui lo scoprì il resto della Danimarca: dai giornali, dalla televisione, dalle notizie che circolavano in città. E la domanda che si fecero in quel momento – quella domanda che ritorna in ogni episodio della docuserie – è la stessa che ti fa stringere lo stomaco mentre guardi: “Perché non l’ho visto? Era davvero mio amico? Ho mai conosciuto davvero quella persona?”
Il processo e la condanna
Il processo iniziò il 14 maggio 2024 al tribunale di Næstved. Westh ammise il sequestro e le violenze su Filippa, ma negò di aver ucciso Emilie e di aver aggredito un’altra ragazza di 15 anni a Sorø nel novembre 2022. Negò tutto con la stessa calma con cui, per anni, aveva frequentato i suoi amici senza che nessuno notasse nulla.
Il 28 giugno 2024, dopo settimane di testimonianze, prove forensi e ricostruzioni, la giuria emise il verdetto: colpevole. Colpevole dell’omicidio di Emilie Meng. Colpevole del sequestro e delle violenze su Filippa. Colpevole dell’aggressione alla studentessa di 15 anni. La sentenza fu l’ergastolo, tra le pene più severe previste dall’ordinamento danese.
Quando il presidente del tribunale lesse il verdetto, Westh rimase immobile. Nessuna reazione visibile. Il viso appoggiato alla mano destra, lo sguardo abbassato. La stessa normalità di sempre, anche in quel momento.
Perché guardare questa serie
A Friend, A Murderer non è una di quelle docuserie che punta sulle scene del crimine ricostruite o sulle interviste agli investigatori per creare tensione. Il vero peso della storia lo portano Amanda, Nichlas e Kiri: tre persone comuni che devono fare i conti con una domanda a cui non c’è risposta soddisfacente. Come si ricomincia a fidarsi di qualcuno dopo una cosa del genere? Come si rielabora un’amicizia che era reale, almeno da una parte, sapendo cosa si nascondeva dall’altra?
La serie è prodotta da GODT Media ed è girata con la freddezza tipica del documentario nordico: nessun melodramma, nessuna musica drammatica fuori posto. Solo le persone, le loro parole e il peso enorme di quello che hanno vissuto. Tre episodi da meno di 50 minuti ciascuno che si guardano in un fiato, perché la storia è costruita in modo che ogni episodio lasci qualcosa di aperto, qualcosa che ti trascina verso il successivo.
Quello che rimane, finita l’ultima puntata, non è solo il ricordo di un caso di cronaca nera. È una sensazione sottile e scomoda che ti accompagna per giorni: la consapevolezza che le persone più pericolose non hanno la faccia del mostro. Hanno la faccia del collega, dell’amico, del vicino di casa che saluti ogni mattina.
Hai già guardato A Friend, A Murderer su Netflix? Cosa ti ha colpito di più di questa storia? Lascia un commento qui sotto, ci interessa sapere la tua opinione.