Big Sky è una di quelle serie cancellate troppo presto che oggi meritano una seconda possibilità, soprattutto perché in Italia si può recuperare comodamente su Disney+. ABC l’ha chiusa nel 2023 dopo tre stagioni, ma rivedendola oggi resta una sensazione precisa: il neo-western crime creato da David E. Kelley aveva ancora parecchie storie da raccontare, e la terza stagione aveva appena trovato una direzione molto più solida.
La serie, ispirata ai romanzi della saga The Highway di C.J. Box, parte come un thriller investigativo ambientato nel Montana. Grandi spazi, strade isolate, camion, boschi, cittadine in cui tutti sembrano nascondere qualcosa. Al centro ci sono Cassie Dewell e Jenny Hoyt, interpretate da Kylie Bunbury e Katheryn Winnick: due donne diversissime, costrette a collaborare dentro casi sempre più sporchi e pericolosi. Già questo bastava a distinguere Big Sky da tanti polizieschi televisivi più tradizionali.
Il suo fascino stava proprio nel tono. Non era un procedural puro, non era nemmeno una serie antologica in senso stretto. Ogni stagione portava una storia nuova, un gruppo diverso di personaggi, un mistero da seguire e una serie di volti riconoscibili che entravano e uscivano dal racconto. Però Cassie e Jenny restavano il punto di riferimento. Era come aprire ogni volta un nuovo capitolo dello stesso libro, con un paesaggio comune e ferite che non sparivano mai del tutto.
La prima stagione aveva un avvio fortissimo grazie alla figura di Ronald Pergman, il camionista seriale interpretato da Brian Geraghty, e al personaggio inquietante di Rick Legarski, portato in scena da John Carroll Lynch. Big Sky non aveva paura di essere disturbante, anche restando dentro i limiti della tv generalista americana. Il Montana non era il fondale romantico da cartolina. Era un territorio enorme, bellissimo e minaccioso, dove una persona poteva sparire nel nulla senza fare troppo rumore.
La seconda stagione, invece, era più irregolare. Aveva molte idee, forse troppe. Il giro di droga, Travis, i nuovi intrecci criminali e alcune sottotrame finivano per appesantire il passo. Però continuava a confermare una cosa: Big Sky sapeva cambiare pelle. Non restava ferma su un solo villain o su un’unica formula. Provava a rilanciare, anche rischiando qualche passaggio confuso.
La vera ragione per cui oggi merita una seconda possibilità è la terza stagione, intitolata Deadly Trails. Lì la serie sembrava aver trovato un equilibrio migliore. L’arrivo di Jensen Ackles nei panni dello sceriffo Beau Arlen aveva dato nuova energia alla dinamica con Jenny e Cassie. Beau funzionava perché non sembrava un semplice innesto da fan service: aveva carisma, ironia, un passato pesante e un modo molto concreto di stare dentro l’indagine.
Accanto a lui, la grande sorpresa era Reba McEntire nel ruolo di Sunny Barnes, proprietaria di un’attività di escursioni nella natura. Sunny gestisce la Sunny Day Excursions, un ritiro apparentemente accogliente ma pieno di segreti. La terza stagione sfrutta bene questa cornice: il campeggio, i boschi, i clienti, le sparizioni, le bugie familiari. La serie torna a respirare meglio proprio perché restringe il campo e rende l’ambientazione parte attiva del mistero.
Big Sky dava il meglio quando mescolava crime e western moderno. Non servivano cappelli da cowboy o duelli al tramonto. Bastavano strade vuote, motel, ranch, fiumi, pick-up, armi nascoste e famiglie capaci di proteggere segreti terribili. Era un western perché parlava di frontiera, isolamento, giustizia privata e territori in cui la legge arriva sempre un po’ in ritardo.
Il problema è che forse Big Sky non è mai sembrata del tutto a casa su ABC. La serie aveva un tono più cupo, più ruvido, più adulto rispetto a molti prodotti da network. Non significa che avesse bisogno per forza di diventare più esplicita o violenta. Però si percepiva spesso che avrebbe potuto spingersi un passo più in là su una piattaforma o su una rete premium. David E. Kelley ha dimostrato con titoli come Big Little Lies di saper lavorare benissimo quando può scavare nei personaggi senza dover semplificare troppo il racconto.
Su Disney+, vista oggi senza l’attesa settimanale e senza i limiti della programmazione americana, Big Sky funziona meglio. Puoi accettarne le svolte melodrammatiche, perdonare qualche eccesso e seguire il suo ritmo da romanzo popolare. Non è una serie perfetta, ma ha un’identità più forte di tante produzioni crime uscite nello stesso periodo.
Il cast femminile resta uno dei suoi punti migliori. Cassie e Jenny non sono due eroine invincibili. Sbagliano, si feriscono, si fidano delle persone sbagliate, hanno problemi privati che entrano nel lavoro. La serie non le rende forti a parole: le mette dentro situazioni sporche e lascia che resistano. Katheryn Winnick porta a Jenny un’energia più fisica e istintiva, mentre Kylie Bunbury dà a Cassie una fermezza più controllata, a tratti malinconica. Insieme funzionano perché non sembrano mai la stessa donna divisa in due versioni.
La cancellazione brucia soprattutto per come finisce la terza stagione. Beau e Jenny avevano ancora molto da esplorare. Tra loro c’era un rapporto professionale, certo, ma anche una tensione più personale rimasta sospesa. Nel finale, Beau deve decidere se seguire la sua ex moglie e la figlia o restare. E la presenza di Jenny pesa più di quanto lui voglia ammettere. Entertainment Weekly raccontò all’epoca che Jensen Ackles aveva lasciato aperta la porta a un possibile ritorno, ma la quarta stagione non è mai arrivata.
Anche Cassie aveva ancora strada davanti. La sua vita sentimentale, il legame con Cormac e la crescita del suo lavoro investigativo non avevano davvero trovato una chiusura definitiva. Big Sky era costruita per andare avanti, per cambiare caso e mantenere vive le sue protagoniste dentro un Montana sempre diverso. La cancellazione ha dato l’impressione di interrompere un percorso proprio mentre la serie stava correggendo alcuni difetti.
ABC, naturalmente, ha fatto i suoi conti. Gli ascolti non erano abbastanza forti per giustificare una quarta stagione, e nel 2023 il network ha cancellato anche altre serie come The Company You Keep e Alaska Daily. Dal punto di vista industriale, la scelta si può capire. Dal punto di vista dello spettatore, resta il rammarico per un titolo che non aveva ancora esaurito il proprio potenziale.
Il bello del recupero in streaming è proprio questo: alcune serie possono trovare il loro pubblico dopo. Big Sky non ha bisogno di essere venduta come capolavoro nascosto. Sarebbe esagerato. Però merita di essere guardata come un thriller neo-western solido, pieno di atmosfera, con personaggi interessanti e una terza stagione che alza il livello.
Per chi ama i crime ambientati lontano dalle grandi città, con indagini sporche e paesaggi che sembrano inghiottire le persone, Big Sky ha ancora molto da offrire. Non è una serie da guardare cercando la perfezione chirurgica. È una serie da seguire per il clima, i volti, i misteri, le strade notturne, i boschi pieni di segreti e quel senso costante che sotto il cielo enorme del Montana possa succedere qualsiasi cosa.
Tre anni dopo la cancellazione, forse è il momento giusto per darle una seconda possibilità. Su Disney+ ci sono tutte e tre le stagioni, e la visione continua aiuta a vedere meglio quello che Big Sky stava provando a costruire: un crime al femminile, ruvido, irregolare, ma con un’anima molto più riconoscibile di tanti prodotti rimasti in onda più a lungo.
E voi cosa ne pensate: Big Sky meritava davvero una quarta stagione o la cancellazione dopo tre stagioni era inevitabile? Scrivetelo nei commenti e dite la vostra.


