Attenzione: da qui in poi ci sono spoiler importanti su Daredevil: Born Again 2, episodio 7, “The Hateful Darkness”. Se non hai ancora visto la puntata, fermati qui.
Daredevil: Born Again 2 ha appena eliminato uno dei personaggi più inattesi e, a quanto pare, quella morte non era nemmeno prevista all’inizio. Nell’episodio 7, Daniel Blake, interpretato da Michael Gandolfini, viene ucciso da Buck Cashman dopo una scena di interrogatorio durissima. Un momento secco, freddo, quasi improvviso. Di quelli che non ti lasciano il tempo di prepararti. Eppure, nella versione girata inizialmente, Daniel doveva sopravvivere.
Il retroscena lo ha raccontato lo showrunner Dario Scardapane: in un primo montaggio, Buck minacciava Daniel, lo interrogava per sapere dove si trovasse la giornalista BB Urich, tirava fuori la pistola, ma poi lo lasciava scappare. Daniel usciva vivo da quell’appartamento. Magari spaventato, magari segnato, ma vivo.
Poi, in sala montaggio, qualcosa non ha funzionato. Non dal punto di vista tecnico, ma narrativo. La scena, così com’era, sembrava troppo debole. Non chiudeva davvero il percorso di Daniel. Non dava il peso giusto a quello che il personaggio era diventato. E allora la serie ha scelto la strada più dolorosa: far sparare Buck. Far morire Daniel lì, proprio quando aveva provato a fare la cosa giusta.
Ed è una scelta crudele, sì. Ma funziona.
Perché Daniel Blake era entrato in Daredevil: Born Again quasi in punta di piedi. Nella prima stagione era un giovane uomo attirato dal potere, dal fascino tossico dell’amministrazione Fisk, da quella sensazione di essere vicino a qualcuno che conta. Uno di quei personaggi che all’inizio sembrano minori, quasi funzionali alla trama politica, e poi piano piano iniziano a occupare più spazio. Non perché diventino eroi. Ma perché diventano umani.
Daniel non è mai stato un santo. Anzi. Ha scelto male, ha seguito persone sbagliate, si è fatto sedurre dall’idea di stare nella stanza dove si prendono le decisioni. Il problema è che quella stanza, nel mondo di Wilson Fisk, prima o poi ti chiede il conto. E spesso il conto arriva con una pistola puntata addosso.
Nella seconda stagione, il suo rapporto con Buck Cashman è stato uno degli elementi più strani e interessanti della serie. C’era qualcosa di quasi assurdo nella loro dinamica: due uomini dentro un sistema marcio, capaci perfino di condividere momenti leggeri, come la famosa passione per i panini, mentre intorno a loro tutto diventava sempre più buio. Un dettaglio piccolo, quasi comico. Ma proprio per questo utile. Perché quando Buck poi lo uccide, quella piccola umanità rende la scena ancora più amara.
La morte di Daniel colpisce perché arriva dopo un tentativo di riscatto. Lui prova a proteggere BB Urich, la giornalista che rappresenta ancora una forma di verità in una città sempre più piegata dal potere di Fisk. Non diventa improvvisamente un eroe perfetto, non cancella tutto quello che ha fatto. Però sceglie, almeno alla fine, di non consegnare una persona innocente. E questa scelta gli costa la vita.
Scardapane ha spiegato che mantenere Daniel vivo, dopo quel momento, sembrava “sbagliato”. Nelle scene girate dopo la sua fuga, il personaggio continuava a esistere, ma la storia non sembrava più avere la stessa forza. Era come una coda debole, un prolungamento che non ripagava davvero ciò che la serie aveva costruito. E questa è una cosa interessante, perché spesso gli autori si affezionano ai personaggi e provano a salvarli anche quando la storia chiede il contrario.
Qui è successo l’opposto. Hanno girato una versione più morbida, poi si sono resi conto che non bastava.
Tecnicamente, la morte è stata costruita dopo, in post-produzione. Non hanno rigirato tutta la scena da zero. Hanno aggiunto lo sparo, lavorando con montaggio ed effetti visivi. Scardapane ha raccontato che, quando hanno provato quella versione in sala montaggio, si è creato un silenzio totale. E in effetti si capisce perché. La scena, con lo sparo, diventa un punto di non ritorno. Senza, sarebbe stata solo un’altra minaccia. Con quello sparo, invece, Buck mostra chi è davvero e Daniel paga per tutto il suo percorso.
La cosa più bella, se così si può dire parlando di una morte narrativa, è che anche Michael Gandolfini avrebbe capito subito la scelta. Quando lo showrunner lo ha chiamato per dirgli che Daniel sarebbe morto, l’attore non si è opposto. Anzi, secondo il racconto di Scardapane, ha detto che era la decisione giusta. Perché in quel momento Daniel non poteva davvero uscire vivo da quell’appartamento.
E qui bisogna riconoscere una certa lucidità. Per un attore, perdere un personaggio in una serie Marvel non è proprio una notizia da brindisi. Soprattutto quando quel personaggio stava diventando sempre più interessante. Ma Gandolfini sembra aver capito che la morte di Daniel dava senso al suo arco. Lo chiudeva nel punto più doloroso, ma anche più coerente.
Del resto, la serie aveva costruito Daniel con una strana ombra addosso. Figlio narrativo di un mondo criminale, vicino a figure di potere, affascinato dalla violenza e dal controllo, ma mai del tutto privo di coscienza. Impossibile non pensare anche al peso del cognome Gandolfini, visto che Michael è figlio di James Gandolfini, il Tony Soprano dei Soprano. La serie non ha mai trasformato Daniel in una copia di quel tipo di immaginario, ma certi richiami al mondo mafioso, al giovane uomo sedotto dal potere e poi divorato da quel potere, erano difficili da ignorare.
La morte di Daniel funziona anche perché rafforza il tono della stagione. Daredevil: Born Again, soprattutto in questa seconda parte, sembra voler ricordare al pubblico che nel mondo di Matt Murdock non ci sono scelte senza conseguenze. Fisk non è solo un villain elegante che parla con voce bassa e fa paura da lontano. È un sistema. E chi entra nel suo sistema, se prova a uscirne, rischia tutto.
Daniel non muore per caso. Muore perché, per una volta, non obbedisce fino in fondo. Muore perché sceglie BB. Muore perché Buck, al contrario, resta fedele alla logica del potere: se qualcuno diventa un rischio, si elimina. Punto. Non c’è amicizia, non c’è affetto, non c’è panino condiviso che tenga.
E questo rende Buck ancora più inquietante. Fino a un certo punto poteva sembrare solo un fixer spietato, ma con qualche tratto quasi bizzarro. Dopo quella scena, invece, diventa una presenza molto più gelida. Uno che può scherzare con te, mangiare con te, lavorare con te e poi spararti quando smetti di essere utile. In un certo senso, è il volto più pratico del mondo di Fisk: non la grande retorica del potere, ma la sua applicazione quotidiana.
Ora la domanda è cosa succederà nel finale di stagione, in arrivo su Disney+ il 5 maggio 2026. La morte di Daniel può diventare un detonatore. BB Urich è ancora al centro del pericolo. Fisk continua a stringere la città nella sua presa. Matt Murdock dovrà affrontare un sistema sempre più violento e meno disposto a nascondersi. E il sacrificio di Daniel, per quanto nato da un personaggio imperfetto, potrebbe pesare più del previsto.
Il bello è che nessuno avrebbe puntato su Daniel Blake come uno dei percorsi più tragici della stagione. E invece eccoci qui. In mezzo a Daredevil, Kingpin, complotti politici, giornalisti minacciati e violenza urbana, il giovane uomo che sembrava solo una pedina diventa una delle morti più dolorose. Non perché fosse puro. Ma perché, proprio alla fine, ha provato a non essere più solo una pedina.
E questa è una cosa molto da Daredevil. Il bene non arriva sempre pulito. A volte arriva tardi. A volte arriva da persone che hanno sbagliato. A volte dura solo pochi secondi prima di uno sparo. Però arriva. E quando arriva, cambia il modo in cui guardiamo tutto quello che c’era prima.
Daniel Blake non esce vivo da quell’appartamento. Nella prima versione sì, ma nella storia che abbiamo visto no. E forse, per quanto faccia male dirlo, era davvero l’unico finale capace di lasciare un segno.
E tu che ne pensi: la morte di Daniel Blake era necessaria per rendere più forte Daredevil: Born Again 2 o avresti preferito vederlo sopravvivere e provare a riscattarsi davvero? Scrivilo nei commenti.


