C’è una scena che apre Vladimir, la nuova miniserie Netflix, e che ti mette subito in una posizione strana. Rachel Weisz guarda direttamente in camera e ti parla come se fossi il suo confidente più fidato. Ti dice che ha perso potere sugli studenti, che sua figlia non la venera più, che gli uomini non reagiscono più alla sua presenza come una volta. Lo dice con la lucidità fredda di chi ha appena fatto un’analisi impietosa di se stessa. E tu, dall’altra parte dello schermo, non sai ancora se ridere, sentirti a disagio o semplicemente restare lì ad ascoltare.
Quella sensazione non ti abbandona per tutti gli otto episodi della serie.
Di cosa parla Vladimir?
La Protagonista – il personaggio di Weisz non ha mai un nome, per tutta la serie – è una professoressa universitaria in un college americano di stampo liberal. Suo marito, interpretato da John Slattery, è sotto procedimento disciplinare per aver avuto relazioni con le sue studentesse. Al plurale. In questo contesto già abbastanza caotico, arriva al college un giovane professore a contratto di nome Vladimir – interpretato da Leo Woodall, già visto in The White Lotus – romanziere affermato e oggetto immediato di ossessione da parte della Protagonista.
La serie è tratta dal romanzo bestseller di Julia May Jonas, che ha adattato lei stessa il proprio libro per lo schermo. Il risultato è qualcosa che assomiglia a un confessionale brillante e disturbante allo stesso tempo: otto episodi brevi, dal ritmo serrato, completamente immersi nella testa di una donna che smette di razionalizzare il comportamento del marito ma si rifiuta di esaminare il proprio.
Rachel Weisz tiene tutto in piedi
Il merito principale della serie è tutto suo. Weisz costruisce un personaggio che è contemporaneamente simpatico e insopportabile, brillante e cieco, vittima e carnefice. La Protagonista sa esattamente come presentarsi al pubblico – ironica, consapevole, colta – ma quella consapevolezza non le impedisce di fare scelte sempre più discutibili. È il tipo di personaggio che ti fa pensare “capisco perché lo fa” e “non riesco a giustificarla” nello stesso momento.
Il titolo porta il nome di Vladimir, ma la serie non è davvero su di lui. Leo Woodall è bravo nel ruolo, ma il suo personaggio esiste principalmente come superficie su cui la Protagonista proietta i propri desideri e le proprie frustrazioni. La vera storia è quella di una donna che sente scivolarle di mano il potere – accademico, sentimentale, fisico – e che cerca di recuperarlo in ogni modo sbagliato possibile.
L’ambiente universitario come teatro dell’assurdo
Uno degli aspetti più riusciti di Vladimir è la ritratto feroce del mondo accademico. I professori di ruolo, i procedimenti disciplinari, le dinamiche di potere tra colleghi, la differenza generazionale tra docenti e studenti nel modo di intendere l’etica – tutto viene messo in scena con un’ironia tagliente che non risparmia nessuno. I personaggi che siedono nei comitati disciplinari sono presentati come persone mosse dagli stessi egoismi che dichiarano di combattere. La serie coglie qualcosa di molto preciso su un certo tipo di ambiente intellettuale: quello in cui tutti si credono più illuminati degli altri e nessuno lo è davvero.
C’è anche un lavoro interessante sulle differenze generazionali. La serie mette a confronto il modo in cui i professori di lungo corso ragionano sull’etica con quello degli studenti più giovani, senza deridere nessuna delle due prospettive. È uno dei punti più riusciti della sceneggiatura.
Il problema: è difficile stare dalla parte di qualcuno
La critica principale che si può fare a Vladimir è che lascia lo spettatore in una posizione scomoda per ragioni non sempre piacevoli. Nessuno dei personaggi principali è davvero simpatico. Non si è dalla parte della Protagonista, non si è dalla parte del marito, non si è dalla parte dei colleghi che la giudicano. Si sta semplicemente a guardare un gruppo di persone intelligenti fare scelte stupide per motivi comprensibili. La sensazione che rimane è più vicina al fastidio che all’empatia.
I momenti in cui la Protagonista fantastica su Vladimir – presenti in più episodi con una certa insistenza – non trasmettono sensualità ma piuttosto un senso di secondo imbarazzo. Non è necessariamente un difetto: quella sensazione sembra voluta, parte del ritratto di una donna che ha scambiato l’ossessione per il desiderio. Ma non è una visione comoda.
I primi sette episodi sono convulsi, a tratti caotici, con una trama che si aggroviglia su se stessa. L’ottavo, però, paga tutto. Il finale è intelligente, graffiante e lascia un sorriso amaro che mette in ordine molte cose. Non tutti avranno la pazienza di arrivare fino in fondo, ma chi ce la fa viene ricompensato.
Vale la pena vederla?
Vladimir è una serie che non cerca di essere amata. Cerca di essere vera, scomoda e precisa su un certo tipo di persona e di ambiente. Ci riesce. Non è intrattenimento leggero da domenica sera: è una commedia nera sull’invecchiare, sul potere, sull’autoinganno e sulla difficoltà di fare i conti con se stessi. Weisz è straordinaria, la scrittura è affilata e il finale vale l’attesa. Se siete disposti ad accompagnare una protagonista che sbaglia quasi tutto per ragioni che capite benissimo, Vladimir è una delle cose più originali arrivate su Netflix negli ultimi mesi.
Hai già visto Vladimir su Netflix? Sei riuscito ad arrivare fino al finale o hai mollato prima? Lascia un commento qui sotto.
La Recensione
Vladimir
Vladimir è una miniserie che punta tutto sull'intelligenza della scrittura e sulla performance di Rachel Weisz, e in entrambi i casi centra l'obiettivo. La serie ritrae con precisione feroce un certo tipo di ambiente accademico e un certo tipo di donna in crisi, senza cercare la simpatia dello spettatore né offrire personaggi facili da amare. Il primo set di episodi è caotico e a tratti estenuante, ma il finale ripaga l'attesa con una chiusura graffiante e soddisfacente. Non è una serie per tutti, ma chi entra nella sua logica difficilmente la dimentica.
PRO
- Rachel Weisz offre una delle sue prove più complesse e sfaccettate degli ultimi anni
- La scrittura di Julia May Jonas è tagliente, ironica e sorprendentemente onesta sui meccanismi del potere
- Il ritratto del mondo accademico è feroce e preciso, riconoscibile per chiunque abbia frequentato certi ambienti
CONTRO
- Nessun personaggio è davvero simpatico: è difficile stare dalla parte di chiunque per tutti gli otto episodi
- I primi sette episodi sono convulsi e a tratti difficili da seguire senza perdere il filo


