Ieri, alla vigilia dell’uscita del suo nuovo album, Margherita Carducci – in arte Ditonellapiaga – ha detto una cosa che non ti aspetti da un’artista che presenta il proprio disco: “Non so se potrà continuare a chiamarsi Miss Italia.” C’è stata un’udienza al Tribunale di Roma, e il verdetto è ancora atteso mentre l’album, per BMG/Dischi Belli, arriva oggi su tutte le piattaforme. Una situazione kafkiana, per certi versi persino comica, che però tocca qualcosa di serio: fino a dove arriva il diritto di un’artista di usare nella propria opera un’immagine entrata nell’immaginario collettivo?
Per capire come si è arrivati fin qui, bisogna tornare a Sanremo 2026. Ditonellapiaga era in gara con Che fastidio! e aveva già annunciato che il titolo del nuovo album sarebbe stato Miss Italia, uguale anche alla title track del disco. L’organizzazione del concorso di bellezza ha contestato l’uso del marchio, parlando di uso indebito della denominazione, e ha avviato un percorso legale per tutelarlo. Patrizia Mirigliani, patron del concorso, ha spiegato pubblicamente di aver appreso la notizia dai social, senza che nessuno – né l’artista né la casa discografica – l’avesse contattata prima.
Fin qui, il quadro dei fatti. Ora proviamo a capire cosa c’è davvero sotto.
La canzone non attacca il concorso. Il concorso non lo sa.
Ditonellapiaga ha spiegato che il brano parla del suo rapporto con i canoni estetici e con l’idea di dover essere sempre sorridente e smagliante, e della sua difficoltà a sentirsi una vincente. Un tema personale, un percorso interiore. L’album raccoglie dieci inediti costruiti attorno a quel momento della vita in cui si rimette tutto in discussione, superando la ricerca continua della perfezione e l’aderenza ai canoni sociali. Parole come “statuaria” e “disperata” convivono nel testo non per insultare le partecipanti a un concorso, ma per fotografare uno stato d’animo.
Mirigliani ha letto il testo – o almeno così ha dichiarato – e ha detto che se accanto all’immagine della Miss si associa la parola “disperata”, a lei non sta bene. Questa frase, più di qualsiasi atto legale, rivela il problema di fondo: la patron di Miss Italia sta leggendo una canzone autobiografica come se fosse un comunicato stampa sul suo concorso.
Mirigliani ha dichiarato che sembra si voglia demolire pietre miliari della storia del paese e ha ricordato che il concorso ha 87 anni di storia, sostenendo di essere stata inclusiva e lontana dagli stereotipi estetici da sempre. Una difesa d’ufficio del marchio che però non fa i conti con una cosa evidente: una cantante che racconta la propria insicurezza e la propria fragilità non sta attaccando le donne che partecipano a un concorso di bellezza. Sta parlando di sé. Confondere le due cose è un errore di lettura, e su quell’errore di lettura si regge l’intero impianto della controversia.
Il precedente che Mirigliani conosce bene
C’è un dato che rende questa storia ancora più difficile da difendere dal lato del concorso: Mirigliani ha riconosciuto lei stessa che Patty Pravo, nel 1978, aveva già intitolato un suo album Miss Italia. Anche Jack Savoretti ha fatto lo stesso nel 2024. Nessuno li ha trascinati in tribunale. La domanda sorge spontanea: perché questa volta sì? Cosa è cambiato?
Una risposta possibile è che il contesto culturale attuale rende certi concorsi di bellezza più esposti alle critiche di quanto non fossero quarant’anni fa, e che un’artista giovane che scrive di non sentirsi all’altezza dei canoni estetici, usando proprio il nome di quel concorso come immagine simbolica, suona come una frecciata ideologica anche quando non lo è. Mirigliani ha percepito una minaccia reputazionale dove probabilmente c’era solo una metafora.
Cosa si difende?
La patron ha sottolineato che Miss Italia è un marchio storico e commerciale registrato e che quando si ha a che fare con un marchio di quella portata, ci si dovrebbe chiedere se l’idea vada condivisa con chi ne è titolare. Questo argomento ha una sua logica formale, ed è probabilmente quello su cui si reggerà la posizione legale del concorso. Ma sul piano del senso comune, porta a una conclusione piuttosto scomoda: se “Miss Italia” come espressione appartiene esclusivamente al concorso di bellezza, allora nessun artista può usarla in un testo, in un titolo, in un’opera di finzione, senza chiedere il permesso. Un principio che, applicato con coerenza, sarebbe una forma di censura privata su pezzi di lingua comune.
Ditonellapiaga ha detto di tenere molto a quel titolo perché è legato alla sua libertà artistica di raccontare una questione personale facendo riferimento a un’immagine universale entrata nell’immaginario di tutti. Questa è la posizione più solida della vicenda, e non perché sia più simpatica, ma perché è più onesta rispetto a come funziona la creazione artistica. Le immagini collettive – i concorsi di bellezza, i personaggi storici, le istituzioni popolari – sono materiale narrativo da sempre. Sono specchi in cui gli artisti riflettono sé stessi e la società. Registrare un marchio non significa registrare un simbolo culturale.
Il tribunale deciderà. La storia ha già deciso.
In mezzo a questa disputa resta il pubblico, che come sempre decide cosa resta e cosa passa. E il pubblico, in questi mesi, ha ascoltato Che fastidio!, ha visto Ditonellapiaga salire sul palco dell’Ariston, ha seguito questa storia con simpatia crescente per la cantante. La causa legale, paradossalmente, ha trasformato un album in un caso culturale, dando a Miss Italia una visibilità che difficilmente avrebbe avuto altrimenti.
Il Tribunale di Roma darà la sua risposta sul piano formale. Ma la sostanza di questa storia è già abbastanza leggibile: un’artista ha scritto un disco sulla propria fragilità, ha scelto un titolo che incarna un’idea di perfezione irraggiungibile, e si è ritrovata a difendersi da chi ha confuso un atto creativo con un atto ostile. Incrociamo le dita anche noi, insieme a lei.
Voi da che parte state in questa storia? Pensate che Miss Italia avesse il diritto di agire legalmente, o la libertà artistica di Ditonellapiaga andava tutelata senza riserve? Scrivetelo nei commenti.


