A quasi trent’anni dall’omicidio di Tupac Shakur, per la prima volta un uomo è stato condannato per la sua morte. Una giuria di Las Vegas ha dichiarato Duane “Keffe D” Davis colpevole di omicidio di primo grado per aver organizzato l’agguato del 7 settembre 1996. Il verdetto è arrivato dopo meno di tre ore di camera di consiglio, al termine di un processo durato undici giorni. Davis non è mai stato accusato di aver premuto il grilletto, ma per i giurati avrebbe avuto un ruolo decisivo nel preparare l’attacco.
È proprio questo l’aspetto che rende il caso interessante: come può essere condannato per omicidio chi non ha materialmente sparato?
La risposta sta nella legge del Nevada e nella ricostruzione accolta dalla giuria. I pubblici ministeri hanno sostenuto che Davis procurò l’arma, partecipò alla ricerca di Tupac e di Suge Knight e guidò il gruppo che quella notte si mosse per vendicarsi. In base alla normativa locale, chi favorisce, organizza o dirige un omicidio può essere ritenuto responsabile quanto chi lo esegue materialmente.
Tutto sarebbe iniziato da una rissa al MGM Grand
La sera del 7 settembre 1996 Tupac si trovava a Las Vegas per assistere all’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon.
Dopo il match, all’interno del MGM Grand, il rapper e alcune persone del suo entourage aggredirono Orlando “Baby Lane” Anderson, nipote di Davis e affiliato ai South Side Compton Crips. Le telecamere di sicurezza ripresero quella rissa.
Secondo l’accusa, da lì partì la vendetta.
Davis avrebbe riunito altri tre uomini e si sarebbe messo alla ricerca di Tupac e del fondatore della Death Row Records, Marion “Suge” Knight. Il gruppo viaggiava su una Cadillac bianca. Poco più tardi individuò la BMW su cui viaggiavano Shakur e Knight, ferma a un semaforo vicino alla Strip.
Dalla Cadillac partirono diversi colpi.
Tupac venne raggiunto più volte e morì sei giorni dopo, il 13 settembre 1996, a soli 25 anni. Knight rimase ferito.
Il processo si è basato soprattutto sulle parole dello stesso Davis
Per quasi trent’anni il caso è rimasto senza una condanna. Poi è successo qualcosa di insolito: uno dei sospettati ha iniziato a raccontare pubblicamente la propria versione.
Davis negli anni ha concesso interviste, partecipato a documentari e pubblicato nel 2019 il memoir Compton Street Legend. In diverse occasioni ha detto di essere stato a bordo della Cadillac e di aver fornito la pistola utilizzata nell’agguato.
Quelle dichiarazioni sono diventate centrali durante il processo.
L’accusa ha fatto ascoltare alla giuria ore di registrazioni nelle quali Davis raccontava la notte dell’omicidio, la ricerca di Tupac e il passaggio dell’arma verso i passeggeri seduti dietro.
La difesa ha tentato di ribaltare completamente quel materiale.
Secondo gli avvocati di Davis, quelle storie sarebbero state esagerate o inventate per ottenere attenzione e denaro, soprattutto durante interviste e attività promozionali legate al suo libro. Hanno sottolineato inoltre un problema non secondario: contro Davis esiste pochissima prova fisica diretta.
Durante il processo persino un ex detective ha ammesso di non essere riuscito a verificare in maniera indipendente alcune delle confessioni fatte negli anni da Davis.
La giuria, però, non ha creduto alla versione secondo cui l’uomo avrebbe raccontato per anni una partecipazione inesistente soltanto per costruirsi un personaggio.
Chi ha sparato davvero a Tupac?
Su questo resta ancora una zona grigia.
Per anni Orlando Anderson è stato indicato come il principale sospettato di aver premuto il grilletto. Anderson negò sempre di essere coinvolto e morì nel 1998 in una sparatoria non collegata al caso Tupac.
Le autorità, nel processo contro Davis, non hanno avuto bisogno di stabilire con certezza chi fosse il tiratore.
Nella Cadillac, secondo la ricostruzione dell’accusa, c’erano Davis, Anderson, Deandrae “Freaky” Smith e Terrence “Bubble Up” Brown. Tutti tranne Davis sono morti. Alcune testimonianze hanno persino indicato Smith come possibile autore materiale degli spari, quindi non esiste ancora una conclusione giudiziaria definitiva su chi abbia fisicamente sparato a Tupac.
La condanna riguarda invece l’organizzazione dell’agguato.
Una giuria ha impiegato meno di tre ore
Dopo undici giorni di testimonianze, più di venti testimoni e settimane di discussioni su ciò che fosse vero o inventato nelle dichiarazioni di Davis, la giuria ha impiegato circa tre ore per arrivare a un verdetto unanime.
Davis è stato dichiarato colpevole di omicidio di primo grado con uso di arma da fuoco.
La procura del Nevada aveva già deciso di non chiedere la pena di morte. La sentenza è prevista per il 13 ottobre 2026 e Davis rischia l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. I suoi legali hanno già annunciato l’intenzione di presentare appello.
La famiglia di Tupac ha preferito non commentare nel dettaglio il verdetto e attende la sentenza definitiva.
Dopo decenni di teorie, documentari e ricostruzioni spesso contraddittorie, il caso ha quindi finalmente prodotto una condanna. Non sappiamo ancora con certezza chi abbia sparato, ma per una giuria di Las Vegas è stato provato oltre ogni ragionevole dubbio che Davis contribuì a mettere in moto l’agguato che portò alla morte di Tupac Shakur.
Tu pensi che dopo quasi trent’anni questa condanna rappresenti finalmente una risposta sufficiente sul caso Tupac, oppure restano ancora troppe domande senza risposta? Scrivicelo nei commenti.


