NAZA sembra quasi una parola inventata. In realtà, secondo il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, è un termine utilizzato nell’intelligence militare israeliana per indicare qualcosa di terribilmente preciso: il numero di civili che si prevede possano morire durante un attacco.
Il titolo del film, quindi, non è stato scelto perché suona bene. Racchiude una delle accuse più pesanti avanzate dal documentario: la morte dei civili può essere stimata prima che una bomba venga sganciata e trasformata in un dato inserito nel processo decisionale.
La parola viene ricondotta all’espressione ebraica “Nezek Agavi”, traducibile come “danno collaterale”. Nel linguaggio raccontato dalle persone intervistate nel film, però, NAZA diventa qualcosa di ancora più specifico: una cifra.
Quante persone non coinvolte direttamente nel combattimento potrebbero morire per colpire un determinato obiettivo?
È questa la domanda che il documentario mette davanti allo spettatore.
E già formularla in questo modo fa impressione.
NAZA è costruito attraverso le testimonianze anonime di 24 militari, ufficiali e persone che avrebbero lavorato nell’intelligence israeliana. I loro volti vengono nascosti, le voci modificate e le interviste sono girate durante la notte sui tetti di Tel Aviv.
I testimoni descrivono sistemi di sorveglianza, procedure di individuazione degli obiettivi e strumenti algoritmici utilizzati durante la guerra a Gaza. I registi inseriscono queste testimonianze all’interno di un lavoro giornalistico durato quasi tre anni e sviluppato a partire da precedenti inchieste.
Il concetto di NAZA è forse l’elemento che sintetizza meglio ciò che il film vuole denunciare.
Una vittima civile normalmente viene descritta, almeno nel linguaggio pubblico, come una conseguenza tragica e non voluta di un’operazione militare.
Il documentario pone però una questione diversa: cosa succede se quella morte viene prevista prima dell’attacco?
Secondo le testimonianze raccolte nel film, per alcuni obiettivi sarebbe stato possibile stabilire in anticipo un numero di vittime civili considerate compatibili con l’importanza del bersaglio.
Una persona intervistata parla, per esempio, di autorizzazioni che avrebbero permesso la morte di numerosi civili pur di colpire un singolo militante. In un altro passaggio vengono citati scenari nei quali il numero previsto avrebbe raggiunto cifre molto più alte.
Sono dichiarazioni estremamente gravi e, proprio per questo, vanno attribuite al documentario e ai suoi testimoni. L’esercito israeliano ha contestato diverse ricostruzioni contenute in NAZA e ha criticato anche il ricorso a fonti anonime.
Il film, però, insiste su un aspetto particolare: il problema non sarebbe soltanto il singolo ordine impartito da una persona, ma il sistema che permette di trasformare esseri umani in numeri.
Ed è probabilmente questo il significato più inquietante del titolo.
NAZA è una parola tecnica.
Fredda.
Breve.
Quasi innocua se non sappiamo cosa rappresenta.
Una delle riflessioni più forti del documentario nasce proprio dal linguaggio. Le guerre hanno sempre prodotto termini capaci di rendere più distante ciò che accade realmente. “Obiettivo”, “neutralizzazione”, “danno collaterale”, “area operativa”.
Sono parole che descrivono procedure.
Dietro quelle procedure, però, ci sono persone.
Il film di Abraham e Szor cerca continuamente di rompere questa distanza. Una cifra NAZA può significare uomini, donne e bambini che si trovano nello stesso palazzo del bersaglio. Può significare una famiglia che dorme poche stanze più in là. Può indicare persone che non hanno alcun rapporto con l’obiettivo militare dell’operazione.
Il documentario affronta anche l’utilizzo di sistemi tecnologici e di intelligenza artificiale per analizzare enormi quantità di informazioni e individuare possibili bersagli.
Il rapporto tra tecnologia e decisione umana diventa così uno dei temi più disturbanti.
Un algoritmo può suggerire un obiettivo.
Un sistema può indicare la posizione.
Un altro calcolo può stimare quanti civili potrebbero trovarsi nelle vicinanze.
Ma alla fine qualcuno deve decidere se quel numero sia accettabile.
Ed è proprio in quel passaggio che NAZA costringe lo spettatore a fermarsi.
Il problema non è soltanto chiedersi se una tecnologia possa sbagliare. È domandarsi che cosa succeda quando il sistema funziona esattamente come previsto e produce comunque una previsione di morti civili che viene accettata.
Per questo il titolo diventa quasi più potente dopo aver visto il film.
All’inizio è soltanto una parola.
Alla fine rappresenta un modo di misurare la distanza tra chi prende una decisione davanti a uno schermo e chi ne subirà le conseguenze dall’altra parte.
Yuval Abraham e Rachel Szor hanno scelto un termine burocratico proprio perché racconta il meccanismo che vogliono mettere sotto accusa.
Non hanno chiamato il documentario con una parola emotiva.
Hanno scelto il linguaggio del sistema.
Ed è forse questo che rende NAZA tanto difficile da dimenticare.
Tu conoscevi il significato del titolo prima di vedere il documentario? Sapere che dietro quella parola potrebbe esserci una stima preventiva delle vittime civili cambia il modo in cui hai guardato il film? Scrivicelo nei commenti.


