Ci sono film che ti catturano subito, ti ipnotizzano per mezz’ora buona, e poi iniziano piano piano a sfilacciarsi, come un maglione che ami troppo e lavi male. Baramulla è proprio così: parte forte, ti prende con quella tensione sottile da thriller fatto bene, e poi — quando pensi che stia per esplodere — si perde in troppi pensieri.
Siamo in Kashmir, tra montagne che sembrano dipinte e una neve che copre tutto: i corpi, le colpe e anche la memoria. Qui arrivano Ridwaan Sayyed, un poliziotto interpretato da Manav Kaul, e la sua famiglia: moglie, figlia adolescente e un bambino curioso che vorrebbe solo vivere in pace. Ma pace, in questo film, non ce n’è proprio.
L’inizio perfetto (forse troppo perfetto)
La prima scena è da manuale: un illusionista di strada fa salire un bambino dentro una scatola e lo fa sparire davanti alla folla. Nessun trucco, nessuna spiegazione. Solo gelo — nel senso letterale e in quello emotivo.
È un incipit che ti gela anche lo stomaco.
Da lì in poi, il regista Aditya Suhas Jambhale costruisce una tensione costante: la casa dove si trasferisce la famiglia è di quelle che sembrano avere un’anima, con porte che scricchiolano, luci che tremano e una stanza chiusa al piano di sopra che ovviamente nasconde qualcosa.
Fin qui tutto bene: atmosfera pazzesca, fotografia bellissima, ritmo giusto. Poi però succede quello che succede spesso nei film ambiziosi: arriva la voglia di dire troppe cose.
Il film che vuole essere tutto (e un po’ troppo)
Baramulla parte come un mistery soprannaturale, ma dopo un po’ diventa anche un dramma politico, una riflessione storica, un racconto sul trauma collettivo e persino una parabola simbolica sui peccati del passato. Tutto insieme.
E no, non sempre funziona.
Quando il film decide di mettere in mezzo anche i terroristi, le allegorie sui Pandit e un tulipano bianco che torna come un simbolo di dolore, inizia a perdere equilibrio.
C’è tanto, forse troppo.
È come se ogni volta che stai per entrare davvero nella storia, una nuova idea ti tirasse per la manica dicendo: “Aspetta, guarda anche questo!”.
Però la forma è splendida
Detto questo, l’atmosfera resta straordinaria. Il Kashmir non è il solito paesaggio da cartolina: qui è freddo, malinconico, spettrale.
Il regista riesce a far sentire il peso della neve, la solitudine delle montagne, la paura che si nasconde dietro il silenzio.
E Manav Kaul è perfetto: uno di quegli attori che non hanno bisogno di parlare per farti capire cosa stanno sentendo. Lo guardi e ti basta il suo sguardo per capire che ha visto troppo e dormito poco.
Anche la moglie, interpretata da Bhasha Sumbhli, è credibile e dolce, una donna che tiene insieme la famiglia con le unghie e con le parole, scrivendo poesie in un mondo che non ha più spazio per la tenerezza.
Quando il simbolismo prende il sopravvento
Il tulipano bianco diventa il simbolo di tutto: la purezza perduta, la morte, la speranza che non torna. Bello, sì, ma anche un po’ ripetuto. Ogni volta che compare, il film sembra ricordarti “guarda che è una metafora!”, e dopo un po’ ti manca la spontaneità.
L’idea di raccontare il trauma del Kashmir attraverso il genere è coraggiosa, ma nella seconda parte il film si ingarbuglia tra realismo e allegoria, fino a diventare un po’ pesante.
Verdetto
Baramulla resta comunque un film da vedere. Non perfetto, ma sincero.
Ci prova davvero, e si sente. Vuole parlare di ferite storiche, di fantasmi (reali e interiori), e della paura che nasce non dai mostri, ma dalle cose che non abbiamo mai avuto il coraggio di affrontare.
Ti lascia addosso quella sensazione strana, un misto di malinconia e inquietudine.
E anche se la trama si perde un po’, la sua atmosfera resta impressa come una cicatrice nella neve.
E tu? Hai già visto Baramulla su Netflix?
Ti ha colpito o ti ha solo fatto venire voglia di una coperta calda e silenzio assoluto? Raccontamelo nei commenti: sono curioso di sapere che effetto ti ha fatto questo Kashmir spettrale e pieno di fantasmi.
La Recensione
Baramulla
Un thriller psicologico ambientato in un Kashmir cupo e spettrale. Bellissima fotografia, ottime interpretazioni e tensione emotiva costante, ma una seconda parte troppo affollata di simboli e allegorie.
PRO
- L’atmosfera del Kashmir innevato mi è piaciuta molto
- La tensione psicologica funziona benissimo.
CONTRO
- La trama si complica e a tratti si confonde.
- Troppi simboli e allegorie.


