Sono passati sette anni da C’era una volta a… Hollywood e il film di Quentin Tarantino continua a reggere benissimo il confronto con il resto della sua carriera. Anzi, per molti è ancora oggi il suo lavoro più riuscito: 161 minuti che raccontano la fine di un’epoca, l’amicizia tra due uomini del cinema e una Hollywood del 1969 che Tarantino decide di riscrivere a modo suo.
Nel mercato italiano il titolo corretto è C’era una volta a… Hollywood, uscito nelle nostre sale il 18 settembre 2019.
Leonardo DiCaprio interpreta Rick Dalton, attore televisivo che sente la propria carriera scivolargli dalle mani. Brad Pitt è Cliff Booth, la sua controfigura, autista, amico e probabilmente la persona che lo conosce meglio di chiunque altro.
Accanto a loro c’è Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie.
Tarantino prende tre personaggi che vivono nella stessa Los Angeles, li fa muovere quasi in parallelo e costruisce lentamente una storia che sembra procedere senza fretta.
Poi arriva l’ultima parte e tutto cambia.
Chi conosce la storia vera sa perfettamente cosa accadde nella notte tra l’8 e il 9 agosto 1969, quando alcuni membri della cosiddetta “Manson Family” entrarono nella casa di Sharon Tate e uccisero lei e altre persone presenti.
Tarantino parte proprio da quella consapevolezza.
Lo spettatore sa cosa dovrebbe succedere.
Il film sa che lo spettatore lo sa.
Per questo la tensione cresce ogni volta che Cliff Booth entra in contatto con il gruppo legato a Charles Manson, soprattutto durante la lunga sequenza allo Spahn Ranch.
Ma Tarantino non vuole semplicemente ricostruire quella tragedia.
Fa qualcosa che aveva già sperimentato in Bastardi senza gloria: riscrive la storia attraverso il cinema.
I membri della setta non arrivano mai da Sharon Tate.
Finiscono invece a casa di Rick Dalton.
E lì trovano Cliff Booth.
Il risultato è uno dei finali più violenti, assurdi e liberatori dell’intera filmografia di Tarantino.
Il cinema prende un evento realmente accaduto e decide, almeno per qualche minuto, che può essere andato diversamente.
Sharon Tate resta viva.
Continua ad avere davanti la propria carriera.
Il bambino che aspettava non viene cancellato insieme a lei.
Rick Dalton, che per tutto il film teme di essere diventato un attore finito, riceve persino la possibilità di entrare in quel mondo hollywoodiano che vedeva ormai irraggiungibile.
Il cancello della casa di Tate si apre.
E il film finisce.
È probabilmente uno dei finali più dolci che Tarantino abbia mai scritto.
Prima di arrivarci, però, C’era una volta a… Hollywood passa molto tempo semplicemente a osservare i suoi protagonisti.
Rick che cerca di ricordarsi le battute.
Cliff che guida per Los Angeles.
Sharon che entra in un cinema per vedere il pubblico ridere durante una scena in cui compare lei stessa.
Sono momenti che non servono sempre a spingere avanti la trama, ma servono a farci vivere quella città.
Tarantino sembra quasi non volerla lasciare.
E forse è proprio questo che rende il film diverso dagli altri.
In Pulp Fiction c’era una costruzione narrativa molto più evidente.
Kill Bill viveva di vendetta, combattimenti e stile.
Django Unchained aveva un obiettivo chiarissimo fin dall’inizio.
C’era una volta a… Hollywood si permette invece di rallentare.
Può dedicare minuti interi a Cliff mentre guida.
Può fermarsi sul set di una serie western.
Può mostrare Sharon Tate che guarda se stessa sul grande schermo senza trasformare quel momento in una scena fondamentale per la trama.
È cinema che parla del cinema, ma soprattutto di persone che hanno paura di non avere più un posto nel cinema.
Brad Pitt vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista grazie a Cliff Booth, mentre il film conquistò anche la statuetta per la scenografia.
DiCaprio offre invece uno dei personaggi più fragili della carriera di Tarantino.
Rick Dalton può essere arrogante un minuto e completamente distrutto quello dopo.
La scena in cui si rimprovera da solo nella roulotte perché non riesce a ricordare le battute resta esilarante e triste allo stesso tempo.
Tarantino continua da anni a parlare del suo famoso decimo e ultimo film, ma forse il problema è proprio questo.
Dopo nove lungometraggi, potrebbe aver già realizzato quello che meglio riassume il suo cinema.
Violento.
Divertente.
Malinconico.
Pieno di riferimenti, ma mai freddo.
E soprattutto capace di fare una cosa che soltanto il cinema può permettersi.
Cambiare il passato per regalarci, almeno per una sera, il finale che avremmo voluto.
Voi considerate C’era una volta a… Hollywood il miglior film di Quentin Tarantino oppure ne preferite un altro? Scrivetecelo nei commenti.


