Come si continua a recitare mentre si affronta un tumore? Vinicio Marchioni racconta il periodo più difficile della sua carriera

Come si continua a recitare mentre si affronta un tumore Vinicio Marchioni racconta il periodo più difficile della sua carriera
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Come si continua a recitare mentre si affronta un tumore? Vinicio Marchioni racconta il periodo più difficile della sua carriera

Vinicio Marchioni ha raccontato per la prima volta uno dei periodi più delicati della sua vita: durante le prove di Un tram che si chiama Desiderio scoprì di…

Wonder Channel Redazione Redazione Wonder Channel ▣ 13 Agosto 2026 ◷ 5 min di lettura
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Vinicio Marchioni ha raccontato per la prima volta uno dei periodi più delicati della sua vita: durante le prove di Un tram che si chiama Desiderio scoprì di avere un tumore alle ossa. La malattia è stata curata ed è rientrata, ma quell’esperienza ha cambiato profondamente il rapporto dell’attore con il proprio corpo e, inevitabilmente, anche con il mestiere.

Marchioni ne ha parlato in un’intervista a Repubblica in vista dell’uscita del libro Le vite in atto, nel quale ripercorre sette personaggi della sua carriera teatrale. Tra questi c’è proprio Stanley Kowalski, il protagonista maschile del dramma di Tennessee Williams che in quegli anni stava preparando con la regia di Antonio Latella.

Una coincidenza quasi crudele: doveva costruire sulla scena un uomo dominato dalla forza fisica proprio mentre il suo corpo gli stava imponendo di fermarsi e ascoltarlo.

Il tumore scoperto mentre preparava Stanley Kowalski

Lo spettacolo di Antonio Latella debuttò nel 2012 e vedeva Marchioni nei panni di Stanley accanto a Laura Marinoni, Elisabetta Valgoi e Giuseppe Lanino. La produzione di Emilia Romagna Teatro e Teatro Stabile di Catania portò in scena una rilettura molto fisica e provocatoria del testo di Tennessee Williams.

Marchioni doveva interpretare un personaggio costruito quasi interamente sulla presenza del corpo.

Stanley è aggressivo, istintivo, brutale. Nella messinscena di Latella la sua rabbia veniva estremizzata e il confronto inevitabile con il personaggio reso celebre al cinema da Marlon Brando veniva affrontato senza cercare di copiarlo. Una recensione dell’epoca descriveva infatti il Kowalski di Marchioni come volutamente esasperato nei suoi aspetti più violenti e animaleschi.

Proprio durante quelle prove arrivò la diagnosi.

L’attore ha raccontato di aver dovuto affrontare un’operazione, la fisioterapia e le cure, continuando contemporaneamente a cercare il corpo giusto per Stanley.

Da una parte un personaggio basato sulla potenza.

Dall’altra un uomo costretto a ricostruire il proprio equilibrio fisico.

“Fortunatamente è rientrato”

Marchioni ha chiarito che oggi la malattia è rientrata.

Non ha però trasformato quell’esperienza in un racconto pubblico negli anni successivi. Ha preferito conservarla nella propria dimensione privata, anche perché, come ha spiegato, non ama esporre le sofferenze personali.

Il modo in cui l’ha affrontata è molto legato al suo lavoro.

Ha detto di averla vissuta quasi come “un altro personaggio”, qualcosa entrato improvvisamente nella sua vita e con il quale doveva imparare a convivere.

Una frase che racconta bene il suo modo di reagire.

Non negare ciò che stava accadendo, ma osservarlo e cercare di trasformarlo in qualcosa da utilizzare anche artisticamente.

Il teatro gli ha dato un motivo per continuare

Marchioni non descrive il lavoro come un peso durante la malattia.

Al contrario.

Il teatro diventò un motore che gli impediva di bloccarsi.

Continuava a provare, lavorava sul personaggio e cercava un modo per far entrare ciò che stava vivendo nella costruzione di Stanley. Intorno a lui, inoltre, la vita professionale stava attraversando un momento molto importante.

Romanzo Criminale lo aveva ormai reso popolarissimo grazie al ruolo del Freddo e il cinema gli stava offrendo sempre più occasioni. Lo stesso spettacolo di Latella sarebbe diventato uno dei lavori teatrali più importanti di quel periodo della sua carriera. Le fonti teatrali dell’epoca ricordano Marchioni proprio come uno degli elementi più sorprendenti della messinscena.

Nello stesso periodo nacquero anche i suoi figli.

Fermarsi, ha raccontato, sembrava quasi impossibile.

“Dietro un attore c’è sempre un corpo che attraversa la vita”

La malattia ha lasciato a Marchioni anche una riflessione che oggi ritrova spazio nel suo nuovo libro.

Lo spettatore vede un personaggio.

Vede Stanley Kowalski, Riccardo III oppure uno dei tanti ruoli interpretati in televisione e al cinema.

Dietro quel personaggio, però, c’è sempre una persona reale con un corpo che cambia, invecchia, si ammala, guarisce e attraversa momenti che il pubblico spesso non conoscerà mai.

Le vite in atto, in uscita per Marsilio nell’ottobre 2026, nasce proprio dall’incontro tra questa esperienza personale e sette grandi personaggi affrontati da Marchioni sul palcoscenico. Il libro attraversa autori come Eschilo, Čechov, Tennessee Williams e Shakespeare e racconta cosa l’attore abbia imparato vivendo quei ruoli.

Stanley assume inevitabilmente un significato particolare.

Non era più soltanto un personaggio da interpretare.

Era diventato il confronto tra un corpo teatrale costruito per apparire potentissimo e un corpo reale che, in quel momento, aveva bisogno di essere curato.

Marchioni racconta anche la balbuzie

Nel parlare del rapporto tra vita e recitazione, Marchioni ha ricordato anche un’altra difficoltà affrontata fin da ragazzo: la balbuzie.

Da adolescente aveva un forte bisogno di esprimersi e trovava rifugio soprattutto nella scrittura e nei diari.

La balbuzie lo costringeva a ragionare continuamente sulle parole.

Sapere in anticipo che una determinata sillaba avrebbe potuto bloccarlo significava cercare una frase diversa, cambiare termine, trovare un sinonimo.

In maniera quasi paradossale, proprio quella difficoltà lo ha portato a studiare la lingua con una precisione ancora maggiore.

Poi è arrivato il teatro.

Non come soluzione miracolosa, ma come luogo nel quale trasformare quella fragilità in uno strumento.

Una confessione arrivata molti anni dopo

Marchioni ha scelto quindi di raccontare la malattia soltanto a distanza di molti anni.

Non per costruire una storia drammatica attorno a sé, ma perché oggi quell’esperienza fa parte del percorso che vuole raccontare attraverso il suo mestiere.

La frase che cita nell’intervista viene da Čechov: “Domani mattina il sole sorgerà comunque”.

In quel periodo lui voleva continuare a vederlo.

Il tumore è rientrato, il lavoro è continuato e quel corpo che per qualche tempo sembrava averlo tradito è tornato a essere lo strumento con cui costruire altri personaggi.

Stanley Kowalski, però, è rimasto diverso dagli altri.

Perché mentre Marchioni provava a capire come diventare quell’uomo fortissimo sulla scena, stava contemporaneamente imparando qualcosa di molto più difficile: come abitare di nuovo il proprio corpo.

Conoscevate questo periodo così delicato della vita di Vinicio Marchioni? E cosa ne pensate del modo in cui ha scelto di trasformare anche la malattia in parte del proprio percorso artistico? Scrivetecelo nei commenti.