C’è qualcosa di profondamente autentico nella quotidianità descritta da Olly in “Depresso Fortunato”, un brano che si presenta come una fotografia sincera della vita di chi appartiene a quella generazione sospesa tra sogni infranti e piccole felicità. Un pezzo che, pur nella sua apparente leggerezza, riesce a catturare perfettamente lo stato d’animo di chi vive in bilico tra la consapevolezza di avere tutto e la sensazione di non riuscire davvero a goderselo.
Il titolo stesso è un ossimoro che diventa manifesto: si può essere depressi e allo stesso tempo riconoscersi come fortunati? Olly sembra rispondere di sì, creando una narrazione in prima persona che è al tempo stesso confessione personale e ritratto generazionale.
Il risveglio del privilegiato
“Oggi mi sono svegliato / Alle 10 del mattino / Ero ancora un po’ ubriaco / Come chi si è divertito” – l’incipit del brano ci getta immediatamente in una quotidianità che oscilla tra il privilegio e l’alienazione. Svegliarsi tardi, con i postumi di una serata, rappresenta da un lato la libertà di chi non ha urgenze impellenti, dall’altro la deriva di chi cerca negli eccessi una via di fuga dalla noia esistenziale.
Il “dubbio esistenziale / Di chissà con chi ho dormito” introduce un elemento di dissociazione emotiva tipico delle relazioni moderne: connessioni fisiche senza vero coinvolgimento sentimentale. Tuttavia, il fatto che ricordi “il suo sorriso” pur non ricordando “il suo nome” suggerisce che qualcosa di autentico è rimasto, anche se frammentario.
L’immobilismo produttivo
“Passo dal divano al letto / Poi dal letto al divano / E per ammazzare il tempo / Mangio frutta da sdraiato” – questi versi dipingono con precisione chirurgica la paralisi del benessere. Il movimento perpetuo tra due simboli di comfort (divano e letto) rappresenta un’attività costante che in realtà è immobilismo totale. Anche l’atto del mangiare frutta, apparentemente salutare, diventa meccanico, privo di piacere reale.
La definizione di sé come “un depresso fortunato / Con la voce per cantare e un pugno di parole in mano” è il cuore concettuale del brano. Olly riconosce simultaneamente il suo malessere e i suoi privilegi: ha talento, ha opportunità, eppure non riesce a sentirsi pienamente appagato.
Il tentativo di evasione
“Alla fine ci sono riuscito / Sono uscito / Non so che mi ha convinto” – l’uscita di casa diventa un piccolo trionfo personale, evidenziando quanto possa essere difficile abbandonare la comfort zone dell’immobilismo. Il pensiero casuale sul fumare (“Se smettessi di fumare / Sarei sano e molto ricco”) rivela quella tendenza tipicamente millennial di fantasticare su cambiamenti radicali come soluzione magica ai propri problemi.
La fuga mentale “Mal che vada me ne vado / E apro un chiosco a Portorico” rappresenta il sogno di una vita alternativa, semplice e lontana, che periodicamente affiora come valvola di sfogo quando la realtà attuale diventa opprimente.
Il paradosso della felicità
La strofa centrale introduce una riflessione profonda: “E se volessi / Potrei elevarmi a iper uranio / Ballare il ritmo peruviano / Tenere in mano un’altra mano”. L’elenco di possibilità (filosofiche, culturali, sentimentali) sottolinea come Olly sia consapevole delle infinite opportunità a sua disposizione, ma anche della difficoltà nel coglierle pienamente.
Il paradosso della festa (“Fare una festa per traguardo / Ma sarebbe festa tutto l’anno / Insomma voglio dire / Perderebbe il senso che le feste hanno”) rivela una verità scomoda: quando si ha tutto, nulla ha più valore speciale. È la maledizione del privilegio, l’incapacità di apprezzare la straordinarietà quando tutto è facilmente accessibile.
L’accettazione della diversità
“Tutta la rabbia che non vendico / Tutte le notti che dimentico / Che siamo tutti un po’ matti, un po’ scalmanati / Che male c’è se non ci va di esser normali” – questi versi rappresentano un momento di accettazione collettiva. Olly non si pone più come caso isolato, ma riconosce una condizione condivisa, quasi generazionale.
La domanda retorica finale (“Che male c’è se non ci va di esser normali”) è una rivendicazione del diritto alla diversità, all’essere fuori dagli schemi senza per questo sentirsi sbagliati.
Il ciclo che si ripete
Il finale del brano riporta alla situazione iniziale: “Torno a casa in compagnia / Di una con la fede al dito / E non mi ha detto il suo nome ma / C’ha proprio un bel sorriso”. La presenza dell’anello nuziale aggiunge un elemento di complicazione morale che però viene subito messo da parte dal focus sul sorriso.
Questa circolarità narrativa (si inizia e si finisce con un sorriso di cui non si conosce il nome) suggerisce che il protagonista sia intrappolato in un loop esistenziale, destinato a ripetere gli stessi schemi senza trovare una vera risoluzione.
Il ritornello come mantra
La ripetizione ossessiva di “Nanna ee nanna aa” funziona come un mantra ipnotico che accompagna tutto il brano. Questa nenia infantile contrasta ironicamente con i contenuti maturi del testo, creando un effetto straniante che enfatizza lo stato di semi-coscienza del protagonista.
Il ricorso a questo pattern melodico semplice e ripetitivo riflette anche la monotonia della vita descritta, dove giorni e notti si susseguono in un ritmo sempre uguale, come una ninna nanna che non porta mai a un vero riposo.
“Depresso Fortunato” si configura così come un ritratto spietato ma comprensivo di una generazione che ha tutto ma fatica a trovare un senso. Un brano che, nella sua apparente semplicità, riesce a toccare nervi scoperti e a dar voce a un malessere diffuso ma spesso taciuto.
E tu, ti riconosci nella figura del “depresso fortunato”? Hai mai vissuto quella sensazione di avere tutto ma di non riuscire a godertelo davvero? Raccontaci nei commenti se anche tu hai mai passato le giornate “dal divano al letto” e come hai trovato la forza di uscire da questo ciclo!
Il testo di Depresso Fortunato di Olly
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Oggi mi sono svegliato
Alle 10 del mattino
Ero ancora un po’ ubriaco
Come chi si è divertito
Con il dubbio esistenziale
Di chissà con chi ho dormito
Non ricordo più il suo nome ma
Ricordo il suo sorriso
Passo dal divano al letto
Poi dal letto al divano
E per ammazzare il tempo
Mangio frutta da sdraiato
Che alla fine non sono altro
Che un depresso fortunato
Con la voce per cantare e un pugno di parole in mano
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Alla fine ci sono riuscito
Sono uscito
Non so che mi ha convinto
E nel mezzo del tragitto
Un pensiero mi ha assalito
Se smettessi di fumare
Sarei sano e molto ricco
Mal che vada me ne vado
E apro un chiosco a Portorico
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
E se volessi
Potrei elevarmi a iper uranio
Ballare il ritmo peruviano
Tenere in mano un’altra mano
Fino a prendere sonno su una sdraio
Fare una festa per traguardo
Ma sarebbe festa tutto l’anno
Insomma voglio dire
Perderebbe il senso che le feste hanno
Tutta la rabbia che non vendico
Tutte le notti che dimentico
Che siamo tutti un po’ matti, un po’ scalmanati
Che male c’è se non ci va di esser normali
E ora che si è fatta sera
Che si accendono i lampioni
Che anche il cielo ha quei colori che
Fanno scriver le canzoni
Torno a casa in compagnia
Di una con la fede al dito
E non mi ha detto il suo nome ma
C’ha proprio un bel sorriso
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa
Nanna ee nanna aa nanna ee nanna aa


