Meryl Streep, Anne Hathaway ed Emily Blunt sarebbero disposte a tornare per Il Diavolo veste Prada 3, ma non a qualsiasi prezzo. Dopo il ritorno al cinema con il secondo film, le tre protagoniste hanno fatto capire che un terzo capitolo potrebbe anche esistere, però a una condizione molto chiara: serve una sceneggiatura forte. Non basta rimettere Miranda, Andy ed Emily nella stessa stanza e aspettare che la magia faccia tutto da sola.
E questa, sinceramente, è una buona notizia. Perché se c’è un titolo che rischia tantissimo quando si parla di sequel e nuovi capitoli, è proprio Il Diavolo veste Prada. Il primo film del 2006 è diventato un piccolo culto pop, uno di quei film che continui a citare anche senza accorgertene. Miranda Priestly che entra in redazione e congela l’aria. Andy Sachs che prova a sopravvivere a Runway. Emily Charlton che sembra sempre a due secondi da una crisi isterica elegante. Tutto ha funzionato perché c’era un equilibrio preciso: moda, ambizione, ironia, cattiveria controllata e quel senso amarissimo di quanto possa costare inseguire una carriera.
Il secondo film è arrivato dopo vent’anni, e già questo dice molto. Non è stato un ritorno rapido, costruito sull’onda dell’entusiasmo immediato. È arrivato quando il pubblico aveva avuto tutto il tempo di trasformare il primo capitolo in memoria affettiva. E infatti la curiosità era enorme: che fine hanno fatto Miranda, Andy ed Emily? Quanto è cambiato il mondo della moda? Runway ha ancora lo stesso potere? E soprattutto: Miranda può essere ancora Miranda in un’epoca in cui tutto viene discusso, contestato e smontato online in tempo reale?
Ora la domanda si sposta sul futuro: Il Diavolo veste Prada 3 si farà mai? Le attrici non chiudono la porta. Anzi. Però non sembrano interessate a un’operazione fatta tanto per allungare il marchio. Meryl Streep è stata molto diretta: potrebbe convincerla soltanto la sceneggiatura. Emily Blunt ha detto praticamente la stessa cosa: tutto dipende da una buona storia. Anne Hathaway ha aggiunto un altro dettaglio importante: devono dire sì tutti. E secondo Emily Blunt, in quel “tutti” rientra anche Stanley Tucci.
Questa condizione è meno banale di quanto sembri. Perché Il Diavolo veste Prada non vive solo delle sue tre protagoniste, per quanto siano fondamentali. Vive anche di un mondo riconoscibile, di dinamiche precise, di personaggi secondari che hanno lasciato un’impronta. Stanley Tucci, con il suo Nigel, è uno di quelli. Togliere certi volti significherebbe indebolire quel senso di famiglia disfunzionale, elegantissima e velenosa che il pubblico ha amato.
Meryl Streep ha chiuso il discorso con una battuta perfetta: devono essere tutti vivi. Sembra una frase detta per ridere, ma dentro ha anche una verità molto concreta. Il tempo passa. Vent’anni tra il primo e il secondo film non sono pochi. Le attrici sono cambiate, il pubblico è cambiato, l’industria è cambiata. Se si vuole fare un terzo capitolo, non si può aspettare altri vent’anni facendo finta che il mondo resti fermo nel camerino di Runway.
Nel secondo film ritroviamo Miranda in una fase complicata. La direttrice di Runway è ancora una figura potentissima, ma non più intoccabile come una volta. La rivista è in difficoltà e per rilanciarla Miranda ha bisogno anche di Andy, che torna in redazione in un ruolo nuovo, molto diverso da quello dell’assistente terrorizzata del primo film. In mezzo c’è Emily, ormai lontana dal vecchio incarico e inserita in un’altra posizione importante nel mondo della moda. Insomma, le tre donne non sono rimaste ferme a vent’anni fa. E meno male.
Proprio questa evoluzione potrebbe essere la chiave per un eventuale terzo film. Non avrebbe senso riportare tutti indietro solo per rifare le stesse battute, gli stessi sguardi, gli stessi tacchi che battono sul pavimento. Sarebbe comodo, certo. Anche molto vendibile. Ma rischierebbe di diventare una copia lucida e senza vita. Un terzo capitolo dovrebbe chiedersi qualcosa di più: cosa resta del potere di Miranda? Andy è diventata davvero libera o ha solo cambiato tipo di gabbia? Emily ha conquistato il suo spazio o sta ripetendo gli stessi meccanismi che un tempo subiva?
Anne Hathaway, parlando del suo ritorno, ha raccontato una cosa molto bella: quando girò il primo film aveva 22 anni e si sentiva persa. Quella confusione si adattava perfettamente ad Andy. Oggi è in un’altra fase della vita, con un matrimonio lungo, due figli e una percezione diversa di sé. Questo cambia tutto. Perché Andy non può essere scritta come la ragazza spaesata di un tempo. Sarebbe falso. Deve avere addosso il peso delle scelte fatte, dei compromessi rifiutati o accettati, delle ambizioni che magari non sono più quelle dei vent’anni.
Meryl Streep, invece, ha spiegato che ritrovare Miranda è stato abbastanza naturale. Secondo lei certi personaggi si conservano bene. E in effetti Miranda è una figura che può funzionare ancora, se non viene trasformata in una macchietta. Il rischio è quello: prendere il personaggio iconico e ridurlo a frasi taglienti, occhiali, cappotti e silenzi gelidi. Ma Miranda non era solo quello. Era potere, controllo, solitudine, talento, crudeltà e una lucidità terribile sul modo in cui funziona il mondo.
Emily Blunt, dal canto suo, sembra ancora divertirsi moltissimo con Emily Charlton. L’ha definita una pazza da interpretare, e si capisce. Emily è uno di quei personaggi che sembrano secondari solo sulla carta, poi rubano spazio ogni volta che entrano in scena. Un terzo film avrebbe senso anche per lei, soprattutto se la mostrasse non più come assistente in tensione permanente, ma come donna di potere alle prese con le stesse pressioni che un tempo la schiacciavano.
Quindi sì, Il Diavolo veste Prada 3 è possibile. Ma la vera domanda non è se si possa fare. È se si debba fare. Perché il pubblico tornerebbe sicuramente a vedere Miranda, Andy ed Emily. Però il pubblico di oggi è anche meno paziente con i sequel costruiti solo sulla nostalgia. Vuole riconoscere ciò che ha amato, ma vuole anche una ragione vera per tornare lì.
Se la sceneggiatura sarà all’altezza, un terzo film potrebbe avere ancora molto da dire. Se invece l’idea sarà solo “rimettiamole insieme perché funziona”, meglio lasciar perdere. Miranda Priestly merita una storia affilata. Andy ed Emily pure. E forse è proprio questo il modo migliore per rispettare Il Diavolo veste Prada: non trattarlo come un guardaroba da riaprire a caso, ma come un mondo in cui tornare solo quando c’è davvero qualcosa da raccontare.
Tu che ne pensi: vorresti Il Diavolo veste Prada 3 o sarebbe meglio fermarsi prima di rovinare il mito? Scrivilo nei commenti.


