“After the Hunt” rappresenta il primo vero passo falso nella carriera di Luca Guadagnino, il regista palermitano che aveva conquistato pubblico e critica internazionali con capolavori come “Chiamami col tuo nome” e il recente “Challengers“. Il thriller psicologico presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 ha diviso nettamente la critica internazionale, ottenendo un deludente 50% su Rotten Tomatoes e recensioni impietose dai principali media specializzati.
Ambientato nel campus elitario di Yale, il film vede Julia Roberts nei panni di Alma Olsson, professoressa senior di filosofia che si trova al centro di una tempesta accademica quando una studentessa brillante interpretata da Ayo Edebiri accusa un collega (Andrew Garfield) di molestie sessuali. La trama si complica quando emergono segreti dal passato della stessa Roberts, creando un groviglio narrativo che dovrebbe esplorare le dinamiche del potere, del consenso e della giustizia nell’era post-MeToo.
Il cast stellare include anche Michael Stuhlbarg e Chloë Sevigny, mentre la colonna sonora è affidata al duo Trent Reznor e Atticus Ross. Nonostante le premesse promettenti e un budget considerevole sostenuto da Amazon MGM Studios, l’operazione si è rivelata un esperimento fallimentare che ha lasciato insoddisfatti tanto la critica quanto il pubblico del Lido.
Per il cinema italiano, questa battuta d’arresto di Guadagnino rappresenta un campanello d’allarme sui rischi di affrontare tematiche socialmente sensibili senza la necessaria profondità autoriale, dimostrando come anche i registi più talentuosi possano inciampare quando si allontanano dalla propria comfort zone creativa.
Il naufragio critico di una strategia sbagliata
La strategia narrativa adottata da Guadagnino per affrontare il tema MeToo si è rivelata completamente inadeguata, come evidenziato dalle stroncature dei principali critici internazionali. David Rooney di The Hollywood Reporter ha definito il film “così cupo e soffocante” da risultare “quasi implausibile” per un regista che aveva appena regalato “la frizzante vivacità di Challengers e l’ebrezza inebriante di Queer”.
Owen Gleiberman di Variety ha sottolineato come “After the Hunt sia stato realizzato con una discreta quantità di mestiere e intrigo, ma sia anche un’esperienza stranamente confusa – una storia a tratti tesa e avvincente, ma punteggiata di espedienti e troppe domande vaghe senza risposta”. Una critica che colpisce al cuore il problema principale dell’opera: l’incapacità di mantenere coerenza tematica.
Il confronto impietoso con i lavori precedenti del regista emerge chiaramente dalle recensioni: se in Challengers aveva il tennis come distrazione narrativa, qui Guadagnino si trova nudo di fronte alla complessità del tema sociale scelto, senza gli strumenti stilistici necessari per padroneggiarlo efficacemente.
L’errore di valutazione di Amazon MGM Studios
Il fallimento commerciale e critico di “After the Hunt” rappresenta un problema serio per Amazon MGM Studios, che puntava sul film per la campagna Oscar 2025. L’investimento considerevole su un cast di primo livello e su un regista in ascesa si è trasformato in una scommessa perdente che potrebbe influenzare le future strategie produttive dello studio.
La distribuzione italiana affidata a Eagle Pictures, con uscita prevista per il 16 ottobre 2025, si trova ora a gestire un prodotto danneggiato dalle recensioni veneziane. Una situazione che potrebbe compromettere la performance italiana del film, già penalizzata dalla freddezza della critica internazionale.
Il cambio di strategia distributiva – “After the Hunt” è il primo film Amazon MGM Studios distribuito da Sony Pictures dopo la conclusione del contratto con Warner Bros – aggiunge ulteriori complicazioni a un progetto che doveva rappresentare una pietra miliare nella produzione dello studio.
Il problema dell’approccio autoriale inadeguato
La sceneggiatura di Nora Garrett, al suo debutto come sceneggiatrice dopo una carriera da attrice, si rivela il punto debole principale dell’intera operazione. L’inesperienza della Garrett nell’affrontare tematiche così complesse emerge chiaramente dalla struttura narrativa confusa e dalle dinamiche dei personaggi poco credibili.
Guadagnino, abituato a lavorare su soggetti che conosce intimamente – dal desiderio giovanile di “Chiamami col tuo nome” alle tensioni sportive di “Challengers” – si trova spiazzato davanti a un materiale che non padroneggia. Il tentativo di emulare lo stile di Woody Allen, evidente fin dai titoli di testa, tradisce una mancanza di visione autoriale originale.
La durata eccessiva di 139 minuti per una storia che non riesce a sostenere il proprio peso narrativo dimostra problemi strutturali in fase di montaggio. Marco Costa, montatore abituale del regista, non riesce a salvare un materiale intrinsecamente problematico.
Le performance del cast in un contesto inadeguato
Julia Roberts, pur mantenendo il proprio carisma professionale, appare smarrita in un ruolo che non le offre gli strumenti per esprimere il proprio talento. La costruzione del personaggio di Alma Olsson risulta monodimensionale nonostante i tentativi della Roberts di aggiungere profondità emotiva.
Andrew Garfield e Ayo Edebiri si trovano intrappolati in dinamiche che oscillano tra il prevedibile e l’inverosimile, senza mai trovare un equilibrio convincente. Le loro performance, seppur tecnicamente corrette, non riescono a compensare i problemi strutturali della sceneggiatura.
Il supporto tecnico fornito da Trent Reznor e Atticus Ross nella colonna sonora e da Malik Hassan Sayeed nella fotografia non riesce a mascherare i problemi fondamentali di un progetto concettualmente sbagliato fin dalle premesse.
L’impatto sul futuro creativo di Guadagnino
Questo fallimento critico potrebbe rappresentare una lezione importante per Guadagnino, costringendolo a riflettere sui propri limiti autoriali e sulla necessità di scegliere progetti più coerenti con la propria sensibilità artistica. Il regista ha dimostrato di eccellere quando affronta temi legati all’intimità, al desiderio e alle relazioni umane, ma di andare in difficoltà su questioni socio-politiche più ampie.
La reazione del pubblico veneziano e delle testate specializzate dovrebbe spingere il regista a riconsiderare le proprie strategie creative future, evitando di inseguire mode tematiche che non appartengono al suo DNA artistico. Una lezione preziosa per un autore ancora giovane e in evoluzione.
Il precedente di “Queer”, che aveva già mostrato alcune crepe nella solidità autoriale di Guadagnino, trova in “After the Hunt” una conferma preoccupante di una possibile crisi creativa che il regista dovrà affrontare nei prossimi progetti.
La speranza è che questa battuta d’arresto possa rappresentare un momento di riflessione costruttiva piuttosto che l’inizio di un declino prematuro per uno dei talenti più promettenti del cinema italiano contemporaneo.
E tu cosa ne pensi di questo fallimento di Guadagnino? Credi che il regista abbia sbagliato a cimentarsi con tematiche sociali così complesse, o pensi che sia normale attraversare momenti difficili in una carriera artistica? Raccontaci nei commenti se hai intenzione di vedere “After the Hunt” nonostante le recensioni negative.


