C’è un meccanismo psicologico molto preciso che si attiva ogni volta che finisci una serie TV basata su una storia vera, e che chiunque abbia mai guardato qualcosa su Netflix conosce bene. Non appena scorrono i titoli di coda, apri Google, cerchi il nome del protagonista e inizi a scavare con un’urgenza che non riesci a spiegare neanche a te stesso. Devi sapere cosa è successo davvero. Devi capire quanto la serie abbia inventato e quanto invece sia reale. Devi, insomma, fare quella cosa che avresti potuto fare benissimo anche prima di iniziare a guardare, ma che in qualche modo ha molto più senso fare adesso, alle undici di sera, quando dovresti già dormire.
Ecco: questo articolo esiste per risparmiarti quella ricerca. Nel caso di La legge di Lidia Poët, la risposta breve è sì, la storia è vera. La risposta lunga è che la realtà è talmente più assurda della serie da far venire voglia di sedersi un momento e riflettere sul fatto che certi periodi storici sembrano scritti da qualcuno con pochissima fantasia ma una capacità illimitata di sfacciatezza istituzionale.
Partiamo dall’inizio.
Chi era davvero Lidia Poët?
Lidia Poët nasce il 26 agosto 1855 in una famiglia valdese benestante a Traverse di Perrero, un piccolo borgo montano della Val Germanasca, in Piemonte. Le valli valdesi, in quel periodo, erano un posto peculiare: comunità protestanti con una tradizione di istruzione e pensiero libero che mal si conciliava con il resto del panorama culturale italiano dell’epoca. Il che spiega, almeno in parte, perché una ragazza cresciuta lì avesse l’idea piuttosto originale di laurearsi in giurisprudenza in un’epoca in cui la maggior parte degli uomini considerava già problematico che le donne sapessero leggere.
Da adolescente si trasferisce a Pinerolo, dove il fratello maggiore Giovanni Enrico gestisce già uno studio legale avviato, poi studia in Svizzera in un collegio femminile e torna in Italia per completare il liceo. Nel 1881 si laurea con il massimo dei voti in giurisprudenza a Torino, completa due anni di pratica legale e nel 1883 supera brillantemente l’esame di abilitazione alla professione forense. Fin qui, tutto sommato, una storia di determinazione che potremmo raccontare al giorno d’oggi senza che nessuno batta ciglio. Il problema è che siamo nel 1883, e il 1883 aveva alcune idee molto specifiche su cosa le donne potessero e non potessero fare.
La vittoria durata novantaquattro giorni
Il 9 agosto 1883 il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino, non senza qualche spaccatura interna, vota a favore dell’iscrizione di Lidia Poët all’albo, rendendola la prima donna in Italia ad essere ammessa all’esercizio dell’avvocatura. Cinque consiglieri a favore, quattro contrari, due dimissioni per protesta da parte di chi non ne voleva sapere. La notizia scuote l’intero Regno d’Italia e i giornali dell’epoca la seguono con un’attenzione che oggi riserveremmo a qualcosa di molto più frivolo.
La gioia dura esattamente novantaquattro giorni.
Il Procuratore generale del Re, Giuseppe Moggi, decide di impugnare l’iscrizione davanti alla Corte d’Appello, sostenendo che le donne, pur potendo fare le insegnanti o i medici, non avevano le caratteristiche necessarie per esercitare il patrocinio legale, professione che richiedeva “robusto ingegno, ampiezza di dottrina, laboriosità indefessa.” Tieni presente che Lidia Poët aveva appena superato brillantemente ogni singolo esame previsto per dimostrare esattamente quelle qualità. Ma i dettagli, evidentemente, non erano il punto.
La sentenza che fa ancora arrabbiare
L’11 novembre 1883 la Corte d’Appello di Torino emette la sentenza che cancella Lidia Poët dall’albo. La motivazione vale la pena di riportarla nella sua interezza, perché rende bene il livello della discussione: “L’avvocheria è un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non devono punto immischiarsi le femmine.” La sentenza aggiungeva anche che sarebbe stato “disdicevole e brutto” vedere le donne nella “forense palestra”, dove avrebbero rischiato di trascendere oltre i limiti che al “sesso più gentile” si conveniva osservare.
Il “sesso più gentile.” Nel 1883. In una sentenza ufficiale di una corte di giustizia. Scritta da giudici che erano, com’è facile immaginare, tutti quanti uomini.
C’è però un dettaglio che un giornalista dell’epoca raccolse il giorno dopo la sentenza, e che riassume involontariamente tutta l’assurdità della situazione: l’usciere incaricato di notificarle ufficialmente che non poteva più fare l’avvocata continuava, nel documento ufficiale, a chiamarla “avvocata.” Lidia, a quanto pare, ci rise su. È il tipo di ironia che o ti spezza o ti tempra, e nel suo caso fece chiaramente la seconda cosa.
Poët presentò ricorso alla Corte di Cassazione, che nel 1884 confermò la decisione della Corte d’Appello, stabilendo definitivamente che “la donna non può esercitare l’avvocatura.” A quel punto la situazione era chiara: nessun tribunale italiano le avrebbe dato ragione, perché il sistema era strutturato in modo tale che darle ragione sarebbe equivalso ad ammettere che il sistema stesso aveva torto. E i sistemi, come chiunque abbia mai avuto a che fare con la burocrazia sa perfettamente, non amano ammettere di avere torto.
Trentasette anni ad aspettare quello che le spettava
Quello che Lidia Poët fece a quel punto è la parte della storia che la serie Netflix rende con più fedeltà: continuò a lavorare nello studio legale del fratello Enrico, seguendo i casi, preparando le difese, consigliando i clienti, facendo tutto ciò che un avvocato fa, semplicemente senza poter firmare nulla e senza il riconoscimento ufficiale che le spettava. Per trentasette anni. Con una pazienza e una tenacia che vanno ben oltre quello che la maggior parte di noi riesce a mettere in campo anche solo per completare una serie lunga su Netflix.
Nel frattempo non stava semplicemente ad aspettare. Partecipò ai Congressi Penitenziari Internazionali per trent’anni ricoprendo ruoli di rilievo, tanto che il governo francese la nominò Officier d’Académie per i lavori svolti al Congresso Penitenziario di Parigi del 1895. Si adoperò per l’emancipazione femminile aderendo al Consiglio Nazionale delle Donne Italiane fin dalla sua fondazione nel 1903, rivendicando diritti come il voto, il divorzio e l’equiparazione tra figli naturali e legittimi – diritti che sarebbero stati riconosciuti decenni dopo, quando lei non ci sarebbe più stata a vederli tutti.
Solo nel 1920, all’età di sessantacinque anni, Lidia Poët entrò finalmente nell’Ordine degli Avvocati, diventando ufficialmente la prima avvocata d’Italia. Nel 1922 divenne presidente del Comitato pro voto donne di Torino. Morì a Diano Marina all’età di novantaquattro anni.
Novantaquattro anni. Ha aspettato trentasette anni per ottenere quello che le spettava di diritto nel 1883, e poi ha continuato ad andare avanti per altri trent’anni. C’è qualcosa in questa biografia che fa sembrare le nostre lamentele quotidiane piuttosto ridimensionate, ma questa è un’altra storia.
Quanto è fedele la serie Netflix?
La serie è diretta da Matteo Rovere e Letizia Lamartire, con Matilde De Angelis nei panni di Lidia, ed è ambientata nella Torino di fine Ottocento nel momento esatto della cancellazione dall’albo e del conseguente lavoro nello studio del fratello Enrico. Il punto di partenza storico è fedele: la vicenda legale, il fratello, l’esclusione dall’esercizio della professione, l’ambiente culturale dell’epoca sono tutti elementi reali.
Quello che la serie aggiunge di suo sono le trame gialle degli episodi, i casi che Lidia risolve quasi come una detective vittoriana con la toga: quelli sono invenzione pura, costruiti per dare alla storia un ritmo che la sola vicenda biografica, per quanto straordinaria, non avrebbe garantito nel formato di una serie televisiva moderna. Realtà e fantasia si mescolano, ma sapere dove finisce l’una e dove inizia l’altra rende tutto più interessante, non meno.
La storia vera di Lidia Poët non ha bisogno di troppi abbellimenti per essere straordinaria. Una donna che si laurea con lode, supera ogni esame, viene ammessa all’ordine e poi se ne vede annullare l’iscrizione con una sentenza che la definisce fondamentalmente inadatta per ragioni di genere, e che a quel punto decide semplicemente di continuare a fare il suo mestiere per trentasette anni finché il mondo non fa i conti con la realtà: questa è già una storia che non ha bisogno di molti aiuti narrativi per tenerti incollato allo schermo.
La prossima volta che ti lamenti di una burocrazia lenta o di un sistema che non ti riconosce quello che meriti, pensa a Lidia Poët. Poi torna a lamentarti pure, che ci sta lo stesso, ma fallo con un po’ più di prospettiva storica.
Hai già visto La legge di Lidia Poët su Netflix? Sapevi che la storia vera è anche più assurda di quella raccontata nella serie? Dimmelo nei commenti.


