Quando ho saputo che Sarah Toscano avrebbe interpretato la protagonista ero scettico. Scettico non per cattiveria, ma per esperienza: i cantanti che debuttano al cinema portano spesso con sé un problema preciso – non troppo poco, ma troppo. Troppo palcoscenico, troppa posa, troppa consapevolezza di essere guardati. Una ragazza di vent’anni cresciuta sotto le luci di Amici sembrava esattamente il profilo più a rischio.
Ho dovuto ricredermi, almeno in parte. Sarah se la cava. Non è una prestazione attoriale nel senso pieno del termine, ma è una prestazione onesta, credibile nei momenti che contano, e quando canta – e canta spesso, giustamente – si capisce subito perché l’abbiano scelta. La voce regge il film nei suoi momenti migliori. Il problema è che il film che la circonda non merita quella voce.
Serena Rossi è di un altro pianeta rispetto al resto del cast. Ogni volta che entra in scena nei panni della professoressa di musica Giuliana, il film si alza di livello, e quando ne esce si sente immediatamente il calo. Non è colpa di nessuno – Rossi è una delle attrici più complete che il cinema italiano abbia in questo momento, e in un film come questo rischia persino di schiacciare chi le sta intorno. La chimica tra lei e la Toscano funziona, e sono i loro momenti insieme i più riusciti della pellicola. Peccato che quella chimica esista nonostante la sceneggiatura, non grazie a essa.
Perché qui arriviamo al nodo centrale di tutto. Non abbiam bisogno di parole è, senza giri di parole, una fotocopia di La famiglia Bélier – il film francese del 2014 diretto da Éric Lartigau che aveva fatto piangere mezza Europa con la storia di Paula, ragazza udente in una famiglia sorda, divisa tra il sogno del canto e la responsabilità verso i suoi cari. Stessa struttura narrativa, stesso arco emotivo, stesso percorso della protagonista, stessa risoluzione finale. La sceneggiatura cambia i nomi – qui la protagonista si chiama Eletta, i genitori vivono in una fattoria in Piemonte invece che in Normandia, e la figura del professore di musica diventa femminile – ma la sostanza è invariata. È un adattamento che non adatta quasi niente.
E qui sorge la domanda che ho fatto fatica a togliermi dalla testa per tutta la durata del film: perché? Perché produrre nel 2026 un remake italiano di un film francese del 2014 che era già stato rifatto nel 2021 dagli americani con CODA – I segni del cuore, che aveva vinto l’Oscar come Miglior Film? Cosa aggiunge questa versione italiana al panorama cinematografico che non fosse già stato detto, e detto meglio, da chi è venuto prima?
La risposta onesta è: poca roba. C’è qualche cartolina del Piemonte rurale che ha una sua grazia, c’è la presenza di attori sordi veri nel cast – Emilio Insolera e Carola Insolera nei panni dei genitori, Antonio Iorillo nel ruolo del padre – che conferisce autenticità a un film che altrimenti rischierebbe di sembrare posticcio, e c’è la voce di Sarah Toscano con il brano Atlantide, scritto appositamente per il film, che è probabilmente la cosa più originale dell’intera operazione.
Ma il film come film si muove su binari già percorsi, con personaggi che sono macchiette anziché persone, con una relazione tra Eletta e il suo compagno di scuola che sembra inserita per obbligo di copione più che per necessità narrativa, e con una gestione del climax emotivo che arriva puntuale esattamente dove ti aspetti, nel modo in cui ti aspetti. Non c’è una sorpresa, non c’è un momento in cui il film decide di essere qualcosa di suo.
Il cinema italiano ha dimostrato in molte occasioni di saper raccontare le storie delle famiglie, delle comunità, dei giovani che cercano la propria strada con una voce precisa e riconoscibile. Non abbiam bisogno di parole avrebbe potuto essere quel tipo di film. Ha scelto di non esserlo.
La Recensione
Non abbiam bisogno di parole
Un remake che non si prende il rischio di essere qualcosa di diverso dall'originale. Sarah Toscano supera l'esame del debutto con una prova dignitosa, Serena Rossi salva le scene migliori, e i tre attori sordi danno autenticità a una storia che altrimenti galleggerebbe nel generico. Ma il film è una fotocopia di La famiglia Bélier - stessa struttura, stessa curva emotiva, stesso finale - e nel 2026, dopo che CODA aveva già rifatto questa storia vincendo un Oscar, il cinema italiano avrebbe potuto permettersi di essere più coraggioso. Non lo è stato.
PRO
- Sarah Toscano supera le aspettative e quando canta il film trova la sua ragione di esistere
- La chimica tra Toscano e Serena Rossi è genuina e produce i momenti più caldi della pellicola
- La presenza di attori sordi veri nel cast - gli Insolera e Antonio Iorillo - dà credibilità e spessore alle dinamiche familiari
CONTRO
- La presenza di attori sordi veri nel cast - gli Insolera e Antonio Iorillo - dà credibilità e spessore alle dinamiche familiari
- La relazione sentimentale tra Eletta e il compagno di scuola sembra forzata e appiccicata alla storia per obbligo di genere
- I personaggi secondari sono macchiette più che persone, e questo toglie profondità a un racconto che avrebbe potuto essere più onesto
- Il cinema italiano aveva l'occasione di raccontare questa storia con una voce sua propria, e ha scelto di non farlo


