Quando un critico cinematografico decide di mettersi dietro la macchina da presa, le aspettative salgono alle stelle. Chris Stuckmann, volto noto di YouTube per le sue recensioni horror, ha realizzato Shelby Oaks – Il covo del malegrazie a una campagna Kickstarter e alla produzione di Mike Flanagan (sì, proprio il genio di “The Haunting of Hill House”). Distribuito da Neon dopo il passaggio a Fantasia e Fantastic Fest, il film prometteva di essere un tributo d’amore al found footage. Invece si rivela un esercizio di stile che copia senza innovare.
Una premessa che inganna
L’incipit funziona alla grande: Riley Brennan (Sarah Dunn), giovane star di YouTube e leader dei “Paranormal Paranoids”, scompare insieme al suo gruppo durante le riprese in un carcere abbandonato. I loro video di caccia ai fantasmi spaccavano il web, dividendo gli utenti tra scettici e credenti. C’era davvero quella figura inquietante nella porta sullo sfondo? Stuckmann accenna a una riflessione metatestuale sulla credibilità delle immagini digitali, ma è un’occasione sprecata: l’idea viene abbandonata dopo pochi minuti.
Il gruppo aveva due telecamere. Ne viene ritrovata solo una, con filmati che mostrano qualcosa di terribile accaduto a Riley. Gli altri tre componenti vengono trovati morti e mutilati, ma di lei nessuna traccia. Dodici anni dopo, la sorella Mia (Camille Sullivan) riceve una videocassetta misteriosa da uno sconosciuto che si rivela essere un ex detenuto del carcere. Inizia così la sua ricerca tra location maledette e misteri irrisolti.
Il disastro del cambio di linguaggio
Ed è qui che Shelby Oaks crolla su se stesso. Stuckmann passa dal found footage iniziale a una regia tradizionale ultrapatinata che toglie ogni grammo di tensione. È come se qualcuno avesse aspirato via l’atmosfera: quella granulosità disturbante dei video amatoriali lascia spazio a una fotografia digitale troppo pulita, troppo professionale, completamente inadatta a trasmettere il senso di pericolo necessario.
Per gli appassionati hardcore del genere, è come passare da “Hell House LLC” al suo sequel “Lineage”: ciò che funzionava nel formato grezzo diventa piatto e prevedibile con la regia convenzionale. Il linguaggio visivo di Stuckmann fuori dai video di Riley è inesistente, privo di personalità o innovazione.
Un catalogo di clichés horror riciclati
Ma il vero problema è la ripetitività ossessiva. Questo film probabilmente stabilisce il record mondiale di inquadrature di personaggi che girano lentamente la testa per vedere cosa c’è dietro di loro. Il respiro visibile in una stanza inspiegabilmente fredda? Usato e riusato. La finestra che si crepa? Idem. Demoni sullo sfondo, cani infernali, figure nell’ombra: ogni singolo jump scare viene riciclato più volte.
Non è solo familiarità, è pigrizia narrativa. Gli horror fan adorano i riferimenti e gli omaggi, ma qui sembra di guardare una compilation di Greatest Hits del genere senza l’anima. Stuckmann saccheggia “The Blair Witch Project” e “Lake Mungo” senza capire perché quegli originali funzionavano: non basta copiare le tecniche, serve trasmettere il terrore viscerale.
Le uniche note positive
Va riconosciuto il merito a Keith David, character actor straordinario che ruba completamente la scena nel ruolo dell’ex direttore del carcere. Il suo monologo su come la struttura sia andata letteralmente all’inferno e su un detenuto possibilmente posseduto è l’unico momento in cui il film respira. Ironicamente, una storia su un tizio che gestisce una prigione infestata sarebbe stata più originale di tutto questo film.
Stuckmann è indubbiamente intelligente e l’impegno nel realizzare questo progetto è ammirevole. Con il supporto di Neon, probabilmente si riprenderà. Ma questo debutto è un’occasione mancata: troppa reverenza verso il genere, troppo poco coraggio nell’innovarlo.
Tu cosa ne pensi dei film che copiano troppo dai classici del genere? Preferisci un horror derivativo ma ben fatto o rischi più coraggiosi che potrebbero fallire? Scrivici nei commenti la tua opinione su Shelby Oaks!
La Recensione
Shelby Oaks - Il covo del male
Shelby Oaks - Il covo del male è un debutto deludente che dimostra come la passione per l'horror non basti. Stuckmann copia Blair Witch e Lake Mungo senza trasmettere terrore, abbandona il found footage per una regia troppo patinata e ricicla ossessivamente ogni cliché del genere. Unica nota positiva: Keith David. Un'occasione sprecata che si dimentica appena finisce.
PRO
- Keith David regala l'unica scena memorabile del film
- Premessa intrigante sui cacciatori di fantasmi YouTube
CONTRO
- Cliché ripetuti fino alla nausea ossessiva
- Cambio di registro dalla trovata footage toglie tensione
- Zero linguaggio visivo originale o innovativo


