Men in Black: International è disponibile in Italia su Prime Video e, per chi ha un abbonamento Netflix senza pubblicità, può essere recuperato anche lì. E sì, parliamo proprio del capitolo con Chris Hemsworth e Tessa Thompson, quello che nel 2019 doveva rilanciare la saga dei Men in Black senza Will Smith e Tommy Lee Jones. Sulla carta sembrava una buona idea. Nella pratica, invece, il film si è preso critiche fredde, incassi sotto le aspettative e quella fastidiosa etichetta da “occasione sprecata”.
A distanza di qualche anno, però, lo streaming gli sta dando una seconda possibilità. Non perché sia diventato improvvisamente un capolavoro nascosto. Calma. Ma perché visto oggi, lontano dalle aspettative enormi legate al marchio Men in Black, può funzionare come film leggero da divano. Uno di quei titoli che metti su senza pretendere troppo, ti godi due volti simpatici, qualche alieno bizzarro, un po’ di azione e poi vai avanti con la serata senza sentirti tradito dalla vita.
Il problema è che il confronto con i primi Men in Black resta pesante. Il film del 1997 aveva una cosa che questo capitolo non riesce mai davvero a recuperare: una personalità immediata. Will Smith e Tommy Lee Jones erano una coppia perfetta. Uno energia pura, l’altro faccia di marmo e battute secche. Il mondo degli agenti in nero sembrava fresco, strano, ironico, pieno di creature assurde ma anche di ritmo. Men in Black: International prova ad allargare quell’universo, ma spesso sembra più interessato a replicare la formula che a trovare una voce propria.
Hemsworth e Tessa Thompson funzionano, ma il film non li aiuta abbastanza
La scelta di Chris Hemsworth e Tessa Thompson aveva senso. I due avevano già mostrato una bella chimica in Thor: Ragnarok, e portarli dentro una commedia fantascientifica sembrava naturale. Hemsworth interpreta l’agente H, affascinante, spavaldo, un po’ cialtrone. Tessa Thompson è Molly, poi agente M, una donna che ha passato la vita a cercare i Men in Black dopo un incontro alieno avuto da bambina.
La partenza non è male. L’idea di una protagonista che vuole entrare nell’organizzazione perché ha scoperto il segreto da sola poteva dare al film una direzione più personale. M non viene reclutata per caso. Si presenta quasi da sola alla porta. È curiosa, determinata, intelligente. Il suo sguardo doveva essere quello dello spettatore che entra di nuovo in quel mondo.
Il problema è che, dopo l’avvio, il film diventa abbastanza meccanico. Hemsworth e Thompson fanno il possibile, si scambiano battute, tengono insieme molte scene, ma la sceneggiatura non dà loro abbastanza materiale forte. La coppia è simpatica, però non diventa mai indispensabile. Non c’è quel contrasto brillante che rendeva speciali J e K. C’è più leggerezza, ma meno precisione.
Una produzione complicata si sente nel risultato
Men in Black: International è uno di quei film in cui si percepisce che dietro non è andato tutto liscio. Negli anni sono uscite ricostruzioni su una produzione difficile, con riscritture, tensioni creative e problemi di direzione. E il risultato finale sembra confermarlo: il film procede, ma spesso dà l’idea di essere stato aggiustato troppe volte.
Ci sono scene carine, certo. Alcuni alieni funzionano. L’ambientazione internazionale, tra Londra, Parigi, Marrakech e Napoli, prova a dare respiro al franchise. Il piccolo Pawny, doppiato in originale da Kumail Nanjiani, è probabilmente una delle aggiunte più riuscite. Però manca un vero centro. Manca una minaccia memorabile. Manca quella cattiveria comica che faceva sembrare i primi film più strani e più vivi.
La saga dei Men in Black ha sempre funzionato perché prendeva una premessa assurda e la trattava con grande normalità. Gli alieni vivono tra noi, gli agenti cancellano la memoria, il mondo è pieno di mostri travestiti da persone comuni. Tutto folle, ma raccontato con un tono molto preciso. International ha la follia visiva, ma non sempre trova il tono giusto.
Perché fu accolto così male?
Le critiche furono dure perché il film arrivava dopo una saga amata e non riusciva a giustificare davvero il rilancio. Non bastava dire: “Ecco nuovi agenti, nuove città, nuovi alieni”. Serviva una ragione forte per riaprire quel mondo. E quella ragione non si sente abbastanza.
Anche gli incassi non furono entusiasmanti. Il film portò a casa circa 253 milioni di dollari nel mondo, contro un budget intorno ai 100 milioni. Non un disastro assoluto, ma troppo poco per un franchise che in passato aveva fatto numeri molto più importanti. Il pubblico, semplicemente, non si è acceso.
C’è da dire una cosa: Hemsworth fuori dal Marvel Cinematic Universe ha spesso faticato con i franchise. Ghostbusters, Men in Black, Furiosa come film molto amato ma non premiato al box office. Non per forza per colpa sua, attenzione. Anzi, lui spesso porta presenza, ironia e disponibilità fisica. Però non sempre i progetti attorno a lui riescono a sfruttarlo bene.
In Men in Black: International sembra quasi che il film sappia di avere due star carismatiche, ma non sappia cosa farci oltre la superficie.
In streaming si guarda meglio?
Forse sì. Ed è questo il lato più curioso. Al cinema, con il peso del biglietto, del franchise e delle aspettative, Men in Black: International sembrava molto più deludente. In streaming, invece, può essere preso per quello che è: un’avventura sci-fi leggera, imperfetta, non memorabile, ma abbastanza scorrevole.
Visto da casa, senza l’idea di dover assistere al grande rilancio della saga, il film perde un po’ della sua pesantezza. Ti godi Hemsworth e Thompson, qualche gag, qualche scena d’azione, Emma Thompson che torna nei panni dell’agente O, Liam Neeson in modalità capo elegante e una confezione visiva comunque curata.
Non diventa un film migliore per magia. Però cambia il modo in cui lo guardi. E a volte lo streaming fa proprio questo: recupera titoli che al cinema erano stati schiacciati dalle aspettative e li rimette in circolo come intrattenimento senza troppe pretese.
Un capitolo debole, ma non inguardabile
Men in Black: International resta probabilmente il capitolo meno riuscito della saga. Non ha l’invenzione del primo film, non ha il fascino della coppia Smith-Jones, non ha abbastanza idee nuove per rendere davvero necessario il cambio di protagonisti. Però non è nemmeno il disastro totale che molti ricordano.
È un film medio, con buoni attori, una confezione costosa e una scrittura troppo pigra. Il tipo di blockbuster che non ti fa arrabbiare, ma ti lascia con la sensazione che si potesse fare molto di più. E forse questa è la cosa più frustrante: gli ingredienti c’erano. Il risultato, però, è rimasto a metà.
Recuperarlo oggi ha senso se si entra con lo spirito giusto. Non come grande sequel, non come nuovo inizio del franchise, non come erede dei primi Men in Black. Più semplicemente come film sci-fi da serata tranquilla, con due protagonisti piacevoli e un universo che, anche nei suoi momenti meno brillanti, conserva ancora un certo fascino.
Secondo voi Men in Black: International merita una seconda occasione in streaming o resta un rilancio sbagliato che non aveva davvero motivo di esistere? Scrivetelo nei commenti.
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