Alcune storie di sopravvivenza sembrano talmente incredibili da apparire inventate. Eppure la vicenda del Rose Noelle, il trimarano che nel 1989 si ribaltò nell’Oceano Pacifico con quattro uomini a bordo, è una di quelle storie vere che ti lasciano a bocca aperta. Il film “119 giorni alla deriva” (titolo originale “Abandoned”), disponibile su Prime Video, racconta proprio questa avventura straordinaria che tenne con il fiato sospeso la Nuova Zelanda per mesi.
L’onda che ruggiva come un treno merci
Era il 4 giugno 1989 quando il trimarano Rose Noelle salpò dal porto di Picton, in Nuova Zelanda, diretto verso l’arcipelago di Tonga. A bordo c’erano quattro uomini: John Glennie, lo skipper cinquantenne eccentrico e ottimista che aveva vissuto anni in mare, Jim Nalepka, pragmatico e calmo, Phil Hoffman, inizialmente fragile ma capace di evolversi, e Rick Hellriegel, impulsivo e pronto a sfidare ogni decisione. Erano praticamente degli sconosciuti, con poco in comune se non la passione per il mare.
Tre giorni dopo la partenza, alle 6 del mattino del 4 giugno, accadde l’impensabile. Un’onda anomala gigantesca – così grande che i sopravvissuti la descrissero come qualcosa che “ruggiva come un treno merci” – uscì dall’oscurità e colpì il trimarano di 6,5 tonnellate ribaltandolo completamente come se fosse un giocattolo da bagno. I quattro uomini si ritrovarono intrappolati nell’oscurità, con l’acqua del mare che entrava a fiotti attraverso il portello aperto.
In un istante, quello che doveva essere un tranquillo viaggio verso Tonga si trasformò in una lotta disperata per la sopravvivenza. Il Rose Noelle era capovolto e loro erano intrappolati in uno spazio ristretto grande quanto un letto matrimoniale, bagnati, al freddo, senza sapere se qualcuno li stava cercando.
Il segnale di soccorso che smise di funzionare nel giorno peggiore
Appena dopo il ribaltamento, i quattro uomini attivarono il segnalatore di emergenza EPIRB, l’unico strumento che poteva comunicare la loro posizione ai soccorsi. Ma il segnale non venne mai captato dagli aerei che stavano sorvolando la zona. Il 13 giugno, giorno del 48esimo compleanno di John Glennie, il dispositivo smise completamente di funzionare. Da quel momento erano completamente soli, alla deriva nell’Oceano Pacifico senza alcuna possibilità di comunicare con il mondo esterno.
La cosa ancora più tragica? Le autorità neozelandesi organizzarono una ricerca che durò due giorni, ma gli aerei dell’aeronautica cercarono in un’area completamente sbagliata, tra le isole Kermadec e Tonga, a miglia di distanza da dove il Rose Noelle stava realmente andando alla deriva. Con pochissime informazioni sulla rotta prevista della nave e nessun segnale dall’EPIRB, le ricerche furono abbandonate.
Nel bollettino del Consiglio neozelandese per la sicurezza in acqua di agosto-settembre 1989, i quattro membri dell’equipaggio del Rose Noelle furono ufficialmente dichiarati “annegati” nelle vicinanze delle isole Kermadec. Nel frattempo, loro erano ancora vivi, ammassati in quello spazio ristretto, bagnati e al freddo, senza nient’altro da fare che sognare cibo e acqua fresca.
La deriva impossibile che li salvò dalla morte
Secondo ogni previsione logica, il relitto avrebbe dovuto andare alla deriva verso il Sud America, dove i quattro uomini sarebbero morti lentamente di fame. In qualsiasi altro anno, con condizioni meteorologiche diverse, avrebbero trovato solo scheletri. Ma qualcosa di straordinario accadde.
I venti e le correnti spinsero il trimarano capovolto in un giro completo e impossibile. Invece di andare verso est come previsto, il Rose Noelle fece un grande anello, andando prima verso nord oltre le isole Kermadec, per poi girare e dirigersi verso l’Isola del Nord della Nuova Zelanda da nord-est. In totale, durante i 119 giorni, il relitto percorse circa 3.500 chilometri (1.890 miglia nautiche), muovendosi a una velocità stimata di mezzo nodo.
I quattro uomini sopravvissero pescando e mangiando pesce crudo, raccogliendo l’acqua piovana quando possibile, e razionando al minimo le poche provviste rimaste. Vivevano principalmente dentro lo scafo rovesciato, spesso rimanendo intrappolati lì dentro per giorni interi quando le condizioni del mare erano troppo pericolose per uscire. Lo spazio era così ristretto che dovevano dormire praticamente uno addosso all’altro.
L’arrivo che nessuno si aspettava
Il 30 settembre 1989, dopo 119 giorni alla deriva, il relitto del Rose Noelle si schiantò contro gli scogli e si arenò a Little Waterfall Bay, sulla costa sud-orientale remota di Great Barrier Island, in Nuova Zelanda. Incredibilmente, quella piccola spiaggia era l’unica parte di quella costa che non era fatta di rocce a strapiombo. Se il trimarano fosse finito pochi metri più in là, si sarebbe schiantato contro le rocce e i quattro uomini sarebbero morti sul colpo.
Indeboliti dalla disidratazione, dall’esposizione agli elementi e dalla malnutrizione, i quattro uomini riuscirono a raggiungere la riva attraverso la fitta vegetazione e il terreno roccioso. Percorsero circa 3 chilometri nonostante fossero estremamente deboli. Passarono una notte nella boscaglia, poi fecero qualcosa di assolutamente incredibile.
Il mistero che divenne scandalo
Il giorno dopo essere arrivati sulla spiaggia, i quattro naufraghi trovarono una casa di villeggiatura vuota. Erano emaciati, con la barba lunga e completamente sporchi dopo quattro mesi in mare. Sapete cosa fecero? Entrarono nella casa, si fecero una doccia, si rasarono, si tagliarono i capelli, si vestirono con i vestiti che trovarono, si cucinarono un pasto caldo e dormirono tutta la notte.
Il giorno successivo, quando andarono alla casa vicina per chiedere aiuto, il loro ritorno scatenò una frenesia mediatica. Ma c’era un problema enorme: siccome apparivano puliti e ben rasati, nessuno credeva davvero che fossero stati in mare per 119 giorni. Iniziarono a circolare voci e accuse di traffico di droga verso il Sud America. Molti pensavano che stessero nascondendo un’operazione di contrabbando finita male.
L’ex poliziotto di Great Barrier, Shane Godinet, ricorda ancora oggi quella vicenda. Conserva album pieni di ritagli di giornale e foto del Rose Noelle, e dice che la storia di sopravvivenza non è mai lontana dai suoi pensieri. Ha la bandiera del Rose Noelle incorniciata a casa sua.
Le autorità aprirono un’inchiesta per capire cosa fosse realmente accaduto. Solo quando trovarono crescita marina sulla parte superiore della barca (quella che normalmente sarebbe stata sott’acqua), l’evidenza divenne convincente. La barca era davvero stata capovolta per mesi. Gli uomini dicevano la verità.
Le vite dopo il naufragio
La convivenza forzata in quello spazio minuscolo per 119 giorni aveva messo a dura prova i rapporti tra i quattro uomini. Una volta tornati a terra, persero i contatti tra loro.
Rick Hellriegel morì tragicamente di un tumore al cervello solo due anni dopo l’incidente della barca, nel 1991. Jim Nalepka tornò negli Stati Uniti dopo aver aiutato la moglie di Hellriegel, Heather, ad assistere Rick durante la malattia. Successivamente tornò in Nuova Zelanda, si qualificò come infermiere, lavorò all’ospedale di Nelson e sposò una neozelandese.
John Glennie si trasferì negli Stati Uniti. È diventato una figura leggendaria, tanto che riviste neozelandesi e australiane lo hanno definito “Spirito Libero del Pacifico”. Ha scritto un libro sull’esperienza intitolato “Spirit of Rose-Noëlle”.
Phil Hoffman continuò a vivere in Nuova Zelanda con la sua famiglia. Sua moglie Karen racconta che Phil ci mise 12 anni per elaborare completamente il trauma di quei 119 giorni. Solo dopo tutto quel tempo riuscì a parlarne liberamente. Karen aveva fatto un patto con Dio durante quei mesi terribili: aveva promesso che se Phil fosse tornato, lo avrebbe abbracciato e accettato anche se fosse stato un uomo completamente cambiato. E mantenne quella promessa.
Phil morì il 23 marzo 2014 per una malattia cardiaca. Karen dice che affrontare la sua morte è stato in qualche modo più difficile del periodo del Rose Noelle: “Ho già vissuto la sua mancanza durante quei 119 giorni. Ma questa volta è più duro, perché so che non tornerà mai più”. Al suo funerale fu suonata la canzone “Sailing” di Rod Stewart, e Karen dorme ancora con la sua maglia non lavata per sentire il suo profumo.
Il film e l’eredità della storia
La storia del Rose Noelle è diventata leggendaria in Nuova Zelanda. Nel 1996 fu realizzato un documentario intitolato “Back From the Dead – The Saga of the Rose-Noëlle”, diretto da Mark Beesley, che vinse il premio come Miglior Documentario ai New Zealand Television Awards del 1997. Il documentario include interviste crude con i sopravvissuti e ricostruzioni essenziali per trasmettere l’ordalia fisica ed emotiva.
Nel 2015 è arrivato il film per la TV “Abandoned” (in Italia “119 giorni alla deriva”), diretto da John Laing e interpretato da Dominic Purcell (Jim), Peter Feeney (John), Owen Black (Rick) e Greg Johnson (Phil). Il film è stato girato in Nuova Zelanda, principalmente a Wellington e nelle zone limitrofe.
La storia è stata raccontata anche in libri, opere teatrali e altri documentari. Nel 2013, John Glennie scrisse un articolo personale per la rivista Yachting and Boating World dettagliando il peso fisico e psicologico di quei 119 giorni.
Le lezioni che restano
La vicenda del Rose Noelle portò anche a cambiamenti concreti nel sistema di ricerca e soccorso della Nuova Zelanda. I segnali dal localizzatore di emergenza della nave non erano stati captati dagli aerei in cerca perché l’area di ricerca era troppo vasta. In risposta, fu istituita una stazione a Lower Hutt per captare i segnali via satellite. Le operazioni di salvataggio in mare sono ora conosciute come ricerche di Categoria II.
La storia del Rose Noelle ci insegna quanto può essere forte lo spirito umano quando viene messo alla prova estrema. Quattro sconosciuti, con personalità completamente diverse, riuscirono a sopravvivere in condizioni che avrebbero ucciso la maggior parte delle persone. Litigarono, si sostennero a vicenda, persero la speranza e la ritrovarono, il tutto in uno spazio non più grande di un letto matrimoniale, capovolti nell’oceano.
Hai visto “119 giorni alla deriva” su Prime Video? Cosa ne pensi di questa storia incredibile? Scrivilo nei commenti e raccontaci la tua opinione su questa avventura di sopravvivenza!


