Ci sono film che escono, fanno poco al botteghino e poi spariscono. E ci sono film che escono, fanno poco al botteghino e poi, col passare del tempo, diventano qualcosa di cui vale davvero la pena parlare. I fratelli Sisters appartiene alla seconda categoria, e se non lo avete ancora visto, questa è probabilmente la spinta che vi mancava.
Siamo nel 2018. Il regista francese Jacques Audiard – già autore di film come Il profeta e Dheepan, con cui ha vinto la Palma d’oro a Cannes – decide di cimentarsi con il western americano. Non con un western qualsiasi, però. Audiard prende il genere, lo smonta pezzo per pezzo e lo rimonta in modo leggermente storto, come se qualcuno avesse riassemblato una pistola Colt mettendo qualche ingranaggio nel posto sbagliato. Il risultato funziona, ma in modo del tutto inaspettato.
I fratelli Sisters racconta la storia di Eli e Charlie Sisters, due fratelli che lavorano come sicari nell’Oregon del 1851, durante la febbre dell’oro. Li interpreta John C. Reilly nel ruolo di Eli, il fratello pragmatico e riflessivo, e Joaquin Phoenix in quello di Charlie, il fratello sregolato, spesso ubriaco, sempre sull’orlo di qualche disastro. I due hanno un incarico: trovare e uccidere un chimico di nome Hermann Warm, interpretato da Riz Ahmed, che ha sviluppato un processo chimico rivoluzionario per individuare l’oro nei fiumi. A dargli la caccia, parallelamente, c’è anche un investigatore privato di nome John Morris, interpretato da Jake Gyllenhaal, che deve localizzare Hermann e consegnarlo al loro misterioso datore di lavoro, un personaggio conosciuto solo come il Commodoro, interpretato dal compianto Rutger Hauer.
Fin qui sembra un western abbastanza lineare. Un obiettivo, due cacciatori, una vittima. Ma I fratelli Sisters non funziona così, e questo è esattamente il motivo per cui il film è così difficile da descrivere e allo stesso tempo così difficile da dimenticare.
Le prime scene danno già un’indicazione precisa di quello che sta per succedere. Eli, durante una sosta in un piccolo emporio, si imbatte in un oggetto nuovo: uno spazzolino da denti. Il negoziante gli spiega come funziona, gli illustra i benefici, gli garantisce che usato regolarmente potrebbe aiutarlo a mantenere i denti più a lungo. La scena sembra banale, ma non lo è: in quel mondo, si dà quasi per scontato che i denti prima o poi vadano persi. È una piccola osservazione sarcastica sulla vita nel West, quel West romanticizzato dal cinema classico che nella realtà era fatto di disagi, malattie e una precarietà enorme. Audiard costruisce tutto il film attorno a questo tipo di dettaglio: il grande mito dell’America selvaggia visto attraverso gli occhi di persone che hanno il mal di schiena, che si svegliano con i postumi della sbornia e che non riescono a stare in sella a un cavallo senza qualcosa che vada storto.
E le cose vanno storte continuamente. Charlie ingoia accidentalmente un ragno e si ammala. Il cavallo di Eli viene attaccato da un orso. I due vengono aggrediti dagli abitanti di un bordello. A un certo punto, nel mezzo della caccia, i fratelli si fermano a discutere se valga davvero la pena continuare a fare questo mestiere. Eli ha già un piano in testa: smettere di uccidere, aprire un negozio con Charlie e vivere una vita normale. Charlie non vuole saperne. E così Eli si convince che quello con Hermann sarà l’ultimo lavoro, la classica frase che nei film di genere suona sempre come un presagio.
Ma anche qui il film si comporta in modo inaspettato. “L’ultimo lavoro” non porta dove ci si aspetta. L’azione c’è, ma non è catartica nel senso classico del termine. Le morti arrivano in modi sorprendenti, a volte quasi accidentali, e i fratelli Sisters risultano simpaticamente inadeguati rispetto all’immagine del pistolero infallibile che il cinema western ci ha abituato a vedere. Sono più vicini ai personaggi di un film dei fratelli Coen che a quelli di un qualsiasi spaghetti western: sconfitti dal caso, dall’alcol, dalla propria umanità e da una serie di circostanze che nessuno si era aspettato.
La critica ha capito tutto questo. Su Rotten Tomatoes, il film ha ottenuto un punteggio dell’87% basato su oltre 200 recensioni, con molti critici che hanno elogiato proprio quella capacità di muoversi senza una traiettoria prevedibile, di zigzagare tra i generi senza mai scegliere davvero uno solo. Justin Chang, uno dei critici cinematografici più rispettati degli Stati Uniti, ha scritto sul Los Angeles Times che uno dei piaceri del film stava proprio nella sua volontà di vagare, di arrivare a destinazione in modo obliquo, attraverso un percorso strano abbastanza da farti chiedere cosa stai guardando davvero.
Eppure il pubblico non è andato a vederlo. I fratelli Sisters è stato girato con un budget di circa 38 milioni di dollari e al botteghino ne ha incassati appena 14,6. Un flop netto, su carta. Come si spiega? Probabilmente con la difficoltà di vendere un film che non entra facilmente in nessuna categoria. Non è un western d’azione puro. Non è una commedia nel senso tradizionale. Non è un dramma cupo e violento come certi titoli che si aspettano da questo genere. È tutte queste cose insieme, e nessuna fino in fondo, e il pubblico di massa di solito preferisce sapere cosa sta per vedere prima di comprare il biglietto.
C’è anche da dire che il film porta avanti due linee narrative parallele – quella dei fratelli Sisters e quella di Morris e Hermann – che si intrecciano lentamente, con ritmo molto più contemplativo di quanto certi spettatori si aspettino da un film con pistole e cavalli. Audiard non ha fretta. Si ferma sui paesaggi, sulle facce, sulle conversazioni. E in un’epoca in cui l’attenzione media dello spettatore medio si misura in minuti, un western che si prende il suo tempo per respirare rischia di perdere una fetta importante del proprio potenziale pubblico prima ancora che arrivi al momento migliore.
Ma il momento migliore arriva, e quando arriva vale ogni secondo di attesa. La relazione tra i due fratelli, che all’inizio sembra un semplice rapporto funzionale tra due professionisti della violenza, si svela progressivamente come qualcosa di molto più fragile e commovente. Eli vuole proteggere Charlie. Charlie non vuole essere protetto. Entrambi portano addosso il peso di un’infanzia difficile e di scelte che non possono disfare. E in mezzo a tutto questo, il film trova lo spazio per essere anche genuinamente divertente, senza mai forzare la mano.
Il cast è straordinario da qualunque lato lo si guardi. John C. Reilly dimostra ancora una volta di essere uno degli attori americani più sottovalutati in assoluto, capace di passare dal drammatico al comico senza che si noti il confine. Joaquin Phoenix, in un ruolo che precede di un anno il suo acclamato Joker, porta nel personaggio di Charlie una complessità nervosa e instabile che lo rende affascinante anche quando si comporta in modo del tutto irresponsabile. Jake Gyllenhaal costruisce un Morris malinconico e ironico, mentre Riz Ahmed dà ad Hermann quella luminosità idealista che rende il suo destino particolarmente amaro da seguire.
Oggi I fratelli Sisters si può vedere su Kanopy, una piattaforma di streaming gratuita disponibile attraverso molte biblioteche pubbliche all’estero. Per il pubblico italiano, conviene cercare sulle principali piattaforme di noleggio digitale.
È uno di quei film che non vi farà urlare di entusiasmo durante la visione, ma che alle due di notte, quando ormai siete a letto e ci pensate, vi lascerà con la sensazione di aver visto qualcosa di vero. E questa, alla fine, è la definizione più onesta di un buon film.
Voi avete già visto I fratelli Sisters? Lo conoscevate oppure era un titolo che vi era completamente sfuggito? Lasciate un commento qui sotto e diteci la vostra.


