Se A Perfect Getaway è finito nella tua lista Netflix in questi giorni, non sei solo. Il thriller del 2009 diretto da David Twohy sta vivendo una seconda vita sulla piattaforma, con migliaia di persone che lo scoprono per la prima volta e altrettante che lo riscoprono dopo anni. La storia è quella di tre coppie che si ritrovano a condividere un sentiero nelle Hawaii mentre circola la notizia di un duplice omicidio sull’isola: classico setup da whodunit, con un colpo di scena al centro che divide il film in due metà completamente diverse. Ma quello che molti non sanno è che attorno a A Perfect Getaway esiste tutta una serie di storie parallele, tra campagne di marketing ai limiti della truffa, location false, un cast che nasconde un futuro supereroe e un finale che la maggior parte degli spettatori non ha mai visto. Vale la pena raccontarle una per una.
Universal aprì un falso notiziario su YouTube per far credere che gli omicidi fossero veri
Partiamo dalla curiosità più assurda, quella che dà il titolo a questo articolo. Per promuovere il film, Universal non si limitò ai trailer e ai cartelloni pubblicitari: creò un canale YouTube che simulava una redazione giornalistica locale delle Hawaii, con notizie false di omicidi a danno di coppie di sposi in viaggio di nozze. I video erano costruiti per sembrare telegiornali locali autentici, con tanto di grafica da notiziario e tono da cronaca vera. L’obiettivo era far circolare questi contenuti sui social dell’epoca e generare una domanda spontanea sul web, facendo leva sulla curiosità e sul disagio di chi non capiva subito se si trattasse di finzione o realtà. Era il 2009, i confini tra contenuto promozionale e informazione erano già abbastanza porosi da permettere operazioni del genere senza troppa regolamentazione. Oggi probabilmente scatterebbe qualche segnalazione, ma all’epoca funzionò: il film partì con una copertura mediatica superiore a quella che il budget da 14 milioni avrebbe normalmente garantito.
Il film è ambientato alle Hawaii ma non ci è quasi mai stato
La prima cosa che colpisce visivamente in A Perfect Getaway è il paesaggio: vegetazione fitta, sentieri sospesi tra giungla e oceano, colori saturi che sembrano usciti da una cartolina. Tutto molto Hawaiian. Peccato che la maggior parte di quelle immagini siano state girate a Puerto Rico. La produzione scelse l’isola caraibica per ragioni puramente economiche, sfruttando i crediti fiscali che Porto Rico offriva alle produzioni cinematografiche straniere, una pratica molto diffusa negli anni Duemila tra le major americane. Solo alcune riprese aggiuntive furono effettuate realmente a Kauai, una delle isole hawaiane, per garantire autenticità ai materiali promozionali e ad alcune inquadrature specifiche. Il risultato sullo schermo è convincente, ma guardando il film sapendo questa cosa si inizia a notare qualcosa di artificioso nella saturazione cromatica, quasi che i colori stessero compensando una geografia di scena che non tornava del tutto.
Le cascate con il calcare sono fisicamente impossibili alle Hawaii
Puerto Rico non era l’unica destinazione alternativa. Alcune scene, in particolare quelle girate vicino alle cascate con formazioni rocciose calcaree, furono realizzate in Giamaica. Il dettaglio non è solo logistico: è anche geologicamente rilevante. Le Hawaii sono isole di origine vulcanica, e il calcare come roccia è praticamente assente dal loro territorio. Le formazioni che si vedono nel film sono caratteristiche del Caribe, non del Pacifico. Chi ha una qualche conoscenza di geologia o ha visitato le Hawaii può cogliere la discrepanza, ma per la stragrande maggioranza degli spettatori l’effetto è invisibile. La produzione aveva bisogno di un certo tipo di paesaggio, lo ha trovato nel posto sbagliato rispetto alla storia, e ha fatto finta di niente. Nel cinema succede più spesso di quanto si pensi, ma raramente con un errore così specifico e verificabile.
Chris Hemsworth era praticamente sconosciuto quando girò il film
Nel cast di A Perfect Getaway c’è un attore che oggi riconosci in tre secondi ma che nel 2009 era ancora un volto quasi anonimo per il pubblico internazionale. Chris Hemsworth interpreta Kale, uno degli autostoppisti inquietanti che la coppia protagonista incontra sul sentiero. È muscoloso, ha una presenza fisica notevole e manda segnali di pericolo da ogni scena in cui appare. Ma all’epoca della lavorazione era ancora molto lontano dal ruolo che l’avrebbe reso famoso a livello globale: Thor arrivò solo nel 2011, diretto da Kenneth Branagh. Tra A Perfect Getaway e il debutto nel Marvel Cinematic Universe c’è solo un altro film minore, Ca$h del 2010. Chi guarda il thriller di Twohy oggi con la consapevolezza di quello che Hemsworth sarebbe diventato ha una prospettiva completamente diversa sulle scene in cui appare, e capisce perché la regia di Twohy gli riservi una certa attenzione visiva.
Il finale che hai visto al cinema non era quello originale
Questa è probabilmente la curiosità più rilevante per chi ha già visto il film. Il Blu-ray pubblicato nel dicembre 2009 contiene due versioni distinte: la versione cinematografica da 97 minuti e un Director’s Cut non classificato da 108 minuti, con undici minuti in più e, soprattutto, un finale originale descritto esplicitamente nei contenuti speciali come “shocking original scripted ending”. Il finale uscito nelle sale era quindi una versione modificata rispetto a quello che Twohy aveva scritto e probabilmente girato nella sua forma originale. Le differenze tra le due versioni non sono state mai descritte in dettaglio da Twohy in interviste pubbliche, il che alimenta la curiosità di chi ha visto solo la versione Netflix. Se stai guardando il film in streaming in questo momento, quasi certamente stai vedendo il theatrical cut, non il Director’s Cut.
Milla Jovovich lo girò nel pieno della saga Resident Evil
Milla Jovovich era nel 2009 l’interprete più riconoscibile del cast, grazie alla saga di Resident Evil che aveva iniziato nel 2002 e che in quel periodo era già al terzo capitolo. Scegliere A Perfect Getaway significò per lei lavorare in un genere diverso, un thriller paranoico con struttura da whodunit, lontano dall’azione fisica e dai mostri della saga di Paul W.S. Anderson. Il personaggio di Cydney richiede una performance più sottile rispetto a quello di Alice, costruita su strati di ambiguità che emergono solo nella seconda metà del film. I critici americani notarono che Jovovich si disimpegnava bene in un contesto diverso dal solito, e la sua presenza contribuì a dare al film una visibilità che probabilmente non avrebbe avuto con un nome meno conosciuto nel ruolo principale. La saga di Resident Evil andò avanti per altri tre capitoli dopo questo film, fino al 2016.
Twohy ha nascosto gli indizi del colpo di scena fin dalla prima scena
Chi guarda A Perfect Getaway per la prima volta è spesso concentrato sul tentativo di indovinare chi siano i veri killer, e in genere non li coglie prima della rivelazione. Chi lo rivede sapendo già come va a finire si trova davanti a un film completamente diverso. David Twohy ha costruito la sceneggiatura con una serie di segnali disseminati dall’inizio, alcuni visivi, altri nel dialogo, che acquistano senso solo in retrospettiva. Il personaggio di Cliff, per esempio, mostra fin dalle prime scene un interesse per la narrazione e per la costruzione di storie che diventa molto più significativo una volta che il film ha rivelato la sua mano. È il tipo di architettura narrativa che richiede almeno due visioni per essere apprezzata, e probabilmente spiega in parte perché il film stia godendo di una seconda vita su Netflix: molti lo stanno vedendo una seconda volta per controllare cosa si erano persi.
Costò 14 milioni e ne incassò quasi il doppio
A Perfect Getaway non era un blockbuster, e non era nemmeno pensato per esserlo. Con un budget di 14 milioni di dollari era un prodotto medio della distribuzione estiva americana, uscito il 7 agosto 2009 in circa 2.159 sale in concorrenza con G.I. Joe e Julie & Julia, entrambi film molto più attesi. Eppure chiuse la sua corsa al botteghino con 22,9 milioni di dollari di incasso globale, quasi il doppio del budget. Nel mercato dell’home video andò ancora meglio, grazie a un passaparola costante che continuò a generare noleggi e acquisti per mesi dopo l’uscita in sala. Il tipo di film che non domina il weekend di apertura ma che guadagna per inerzia, costruito su una reputazione che cresce lentamente. Sedici anni dopo, con Netflix a dargli nuova visibilità, quel processo si è riavviato.
Il regista era lo stesso autore di Pitch Black
Non è un nome che il grande pubblico conosce a memoria, ma David Twohy è uno di quei registi che sanno costruire tensione senza spendere cifre astronomiche. Prima di A Perfect Getaway aveva già girato Pitch Black (2000), il film che lanciò Vin Diesel come protagonista di un franchise di fantascienza e che ancora oggi viene citato come esempio di thriller sci-fi efficace a basso budget. Con A Perfect Getaway Twohy cambiò genere ma non metodo: scrisse la sceneggiatura da solo, costruì il film attorno a un meccanismo narrativo preciso e lasciò che fossero i personaggi a generare la tensione invece degli effetti speciali. Il risultato è un thriller che invecchia bene, come dimostra il fatto che stia circolando ancora su Netflix nel 2026 con numeri sufficienti a finire nelle tendenze della piattaforma.
Hai già visto A Perfect Getaway, o lo stai scoprendo adesso su Netflix per la prima volta?


