Se Monster: La storia di Lizzie Borden ti ha lasciato con la sensazione che Netflix avesse trasformato un caso già affascinante in qualcosa di troppo costruito, c’è una serie sulla stessa piattaforma che fa quasi l’opposto. Si chiama The Serpent, racconta la storia vera del criminale Charles Sobhraj e, pur essendo uscita nel 2021, oggi merita più che mai di essere recuperata.
In Italia è ancora disponibile su Netflix. Sono otto episodi e, se ami i true crime, il rischio è quello di finirla molto più velocemente del previsto.
Il confronto con la nuova stagione di Monster nasce spontaneo perché entrambe partono da persone realmente esistite e da casi criminali diventati famosi. Il modo in cui raccontano quelle storie, però, è molto diverso.
Nella nostra recensione di Monster: La storia di Lizzie Borden avevamo criticato soprattutto un aspetto: Netflix aveva già tra le mani una vicenda incredibile, ma ha sentito comunque il bisogno di riscriverne una parte enorme.
Lizzie Borden fu accusata dell’omicidio del padre Andrew e della matrigna Abby nel 1892, ma venne assolta. Nessuno venne poi condannato per quei delitti.
Monster, invece, sceglie apertamente la propria versione: Lizzie è colpevole. Non solo. La serie inventa o modifica relazioni, motivazioni e incontri, trasformando Bridget Sullivan nella sua amante e complice e costruendo attorno alla protagonista una spiegazione molto più netta di quanto permettano i fatti conosciuti.
Il risultato, almeno per noi, è una stagione che spesso sembra più interessata alla provocazione che al mistero.
The Serpent fa qualcosa di molto più intelligente.
Il protagonista è Charles Sobhraj, interpretato da un magnifico Tahar Rahim. Negli anni Settanta Sobhraj si muove tra Thailandia, Nepal e India fingendosi un commerciante di pietre preziose e avvicinando giovani viaggiatori occidentali lungo la cosiddetta Hippie Trail.
Li conquista.
Li manipola.
In diversi casi li droga, li deruba e utilizza i loro documenti.
La serie ricostruisce i crimini attribuiti a Sobhraj e soprattutto la lunga caccia all’uomo che nasce quasi per caso grazie a Herman Knippenberg, giovane diplomatico olandese interpretato da Billy Howle. Una coppia di turisti olandesi scompare e lui comincia a fare domande. Più cerca risposte, più capisce di essere davanti a qualcosa di enorme.
Ed è proprio questa parte a rendere The Serpent così coinvolgente.
Non ha bisogno di inventarsi continuamente un nuovo scandalo.
La tensione nasce dal fatto che noi vediamo Sobhraj muoversi, mentire e cambiare identità mentre dall’altra parte Knippenberg prova lentamente a mettere insieme i pezzi.
Ogni documento trovato conta.
Ogni fotografia può diventare una prova.
Ogni persona che decide di parlare può avvicinare gli investigatori a lui.
Tahar Rahim evita anche l’errore di trasformare Sobhraj nel classico serial killer televisivo costruito per essere affascinante a ogni costo. È carismatico perché doveva esserlo per riuscire a manipolare le persone, ma nello stesso tempo è freddo e inquietante.
Accanto a lui c’è una bravissima Jenna Coleman nei panni di Marie-Andrée Leclerc, la compagna che entra progressivamente nella sua vita criminale e che diventa uno dei personaggi più ambigui dell’intera storia.
Anche The Serpent si prende delle libertà.
I dialoghi sono ricostruiti, alcuni personaggi riuniscono caratteristiche di più persone reali e la cronologia in alcuni punti è stata adattata per funzionare meglio in televisione. Gli stessi autori non hanno mai presentato la serie come un documentario.
La differenza rispetto a Monster: La storia di Lizzie Borden è che la finzione non finisce per mangiarsi il caso reale.
Anzi, è la realtà a sembrare continuamente incredibile.
Gli autori di The Serpent hanno raccontato persino di aver dovuto ridimensionare alcuni episodi della vita di Sobhraj perché rischiavano di sembrare troppo assurdi per una serie televisiva.
Su Wonder Channel avevamo già indicato The Serpent come esempio positivo parlando di Las Muertas nella nostra recensione: una serie crime tratta da fatti reali funziona meglio se usa la storia per costruire personaggi e tensione, invece di affidarsi continuamente al sensazionalismo.
Ecco perché, se avete appena terminato la serie dedicata a Lizzie Borden e volete qualcosa di simile ma, secondo noi, molto più riuscito, il consiglio è semplice: cercate The Serpent su Netflix.
È più tesa, più elegante, racconta meglio l’indagine e soprattutto riesce a rendere appassionante una storia vera senza dare continuamente l’impressione di volerla riscrivere.
A cinque anni dall’uscita, rimane una delle miniserie crime che Netflix dovrebbe spingere nuovamente tra i suggerimenti.
Perché molti l’hanno dimenticata.
E parecchi, probabilmente, non l’hanno mai vista.
Voi avete già visto The Serpent? E se avete terminato anche Monster: La storia di Lizzie Borden, quale delle due vi è sembrata più riuscita? Scrivetecelo nei commenti.


