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Il più grande errore giudiziario della storia italiana è ora una serie su HBO Max: sai davvero cosa è successo a Enzo Tortora?

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
21 Febbraio 2026
in Film & Serie TV, Serie Tv, True Crime
Tempo di lettura 7 minuti
Il più grande errore giudiziario della storia italiana è ora una serie su HBO Max sai davvero cosa è successo a Enzo Tortora

C’è una foto che l’Italia non ha mai dimenticato. Un uomo in pigiama, ammanettato, trascinato fuori da un hotel alle quattro di mattina mentre i fotografi urlano “i polsi, i polsi!” e dalla folla arrivano insulti. Quell’uomo è Enzo Tortora, il conduttore più amato d’Italia, il volto che ogni venerdì sera radunava 28 milioni di italiani davanti alla televisione. Quella mattina del 17 giugno 1983 comincia uno degli episodi più vergognosi della storia giudiziaria del nostro paese. Oggi, quella storia è diventata una serie televisiva firmata dal grande Marco Bellocchio e disponibile su HBO Max dal 20 febbraio 2026: si chiama Portobello, e merita di essere vista. Ma prima di guardarla, vale la pena sapere davvero cosa è accaduto.

Chi era Enzo Tortora

Enzo Tortora nasce a Genova nel 1928 e costruisce la sua carriera alla Rai con pazienza e talento. È un uomo colto, preciso, elegante. Ma è con il programma Portobello, in onda dal 1977, che diventa una vera e propria istituzione della televisione italiana. La trasmissione è un contenitore popolare e affettuoso: appelli per ritrovare persone scomparse, oggetti curiosi, invenzioni improbabili, storie di persone comuni. Ogni venerdì sera, l’Italia si ferma. Gli ascolti toccano 28 milioni di telespettatori a puntata, un numero che oggi sembra impossibile. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini lo nomina Commendatore della Repubblica. Tortora è talmente amato da essere considerato un simbolo di quel decennio.

E poi c’è il pappagallo. Per cinque anni, l’animale teneva l’Italia con il fiato sospeso: i concorrenti avevano 30 secondi per fargli pronunciare la parola “Portobello”. Per cinque anni, il pappagallo rimase in silenzio. Fu la grande attrice teatrale Paola Borboni, 82 anni, a rompere l’incantesimo il 1° gennaio 1982, durante la puntata di Capodanno. Quel momento diventò storia della televisione italiana. Nella serie di Bellocchio viene ricostruito fedelmente, con Francesca Benedetti nel ruolo della Borboni.

La sera prima dell’arresto: Tortora rise

La notizia dell’imminente retata contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo iniziò a circolare già il giorno prima tra alcuni giornalisti. Il direttore del giornale Il Giorno, Guglielmo Zucconi, mandò un cronista a chiamare Tortora per chiedergli del suo presunto coinvolgimento. Il presentatore rispose con ironia: “Ci metta pure Tognazzi e Vianello, e il cast è fatto.” Poi non fece niente. Non chiamò il suo avvocato, non contattò nessun politico che conosceva, non cercò protezioni. Era convinto che si trattasse di un equivoco che si sarebbe risolto in poche ore. Stava per commettere l’errore più ingenuo della sua vita: sottovalutare quello che stava per accadergli.

Alle 4:30 del mattino del 17 giugno 1983, i carabinieri bussarono alla sua stanza all’Hotel Plaza di Roma, in via del Corso. Le accuse erano gravissime: traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Tortora era stato inserito in una lista di presunti affiliati alla NCO, al numero 60, con la qualifica di “camorrista ad honorem“. Lo portarono fuori in pigiama e ammanettato, aspettando appositamente che si radunassero le troupe televisive. La foto di quell’arresto fu pubblicata il giorno dopo su tutti i giornali d’Italia.

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Il centrino e il nome sbagliato nell’agenda

Come fece il nome di Enzo Tortora a finire in quella lista? La risposta è insieme banale e agghiacciante. Il principale accusatore era Giovanni Pandico, soprannominato “‘o pazzo”, un uomo detenuto da oltre 13 anni, grande appassionato del programma Portobello. Anni prima, Pandico aveva inviato alla trasmissione alcuni centrini fatti in carcere per partecipare alle aste del programma. La redazione li aveva smarriti. Tortora aveva scritto una lettera di scuse a Pandico e gli aveva spedito un assegno di rimborso da 800.000 lire firmato dall’ufficio legale della Rai.

Pandico non prese bene quella lettera. Iniziò a spedire lettere minacciose a Tortora, quasi estorsive. Anni dopo, quando decise di collaborare con i magistrati per ottenere benefici carcerari, tirò fuori dal cappello il nome del conduttore. Quella corrispondenza fu usata come presunta prova di un legame tra Tortora e il mondo carcerario.

C’era poi un altro elemento, ancora più grottesco. I magistrati sostennero di aver trovato nell’agenda di un camorrista, tale Giuseppe Puca detto “‘o Giappone”, il nome “Tortora” alla lettera T con un numero di telefono. Nessuno si prese la briga di chiamare quel numero per verificare. Solo successivamente si scoprì che quel numero apparteneva a Vincenzo Tortona, commerciante di bibite di Salerno. Una consonante di differenza. Un errore di trascrizione. E una vita distrutta.

I 19 pentiti che parlavano tra loro

La macchina delle accuse si allargò rapidamente. Alla legge sui pentiti, approvata nel 1982, mancava ancora una rodatura seria: i magistrati non sapevano bene come gestire le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, e questo lasciò spazio a enormi abusi. I detenuti che decidevano di collaborare venivano trasferiti in una caserma dei carabinieri dove le condizioni erano talmente migliori del carcere che, tra di loro, la chiamavano “l’hotel”.

Il problema principale era che questi pentiti non venivano tenuti separati durante il processo. In aula riuscivano a scambiarsi informazioni, a confrontare le storie, a coordinarsi. Nacque una sorta di gara: più il nome che si faceva era famoso, più si ottenevano vantaggi. Alla fine, i collaboratori di giustizia che puntarono il dito contro Tortora furono 19. Alcuni accusavano, poi ritrattavano, poi ci ripensavano. Le versioni erano spesso contraddittorie e piene di lacune. Ma nessuno sembrava volerlo notare.

Il secondo grande accusatore fu Pasquale Barra, detto “‘o animale”, portavoce di Raffaele Cutolo: anche lui si era pentito per salvarsi e aveva fatto il nome di Tortora al suo 18° interrogatorio. Un terzo, Giovanni Melluso, aggiunse la sua accusa 7 mesi dopo l’arresto. Il procuratore capo di Napoli in quel periodo aveva dichiarato alla stampa con sicurezza: “Non abbiamo l’abitudine di emettere ordini di cattura senza motivo.”

La condanna, il Parlamento europeo e la rinuncia all’immunità

Nonostante tutto, nel settembre 1985, dopo 67 udienze, Enzo Tortora fu condannato in primo grado a 10 anni di carcere. Il procuratore Diego Marmo lo aveva definito in aula “cinico mercante di morte“. Quando il suo avvocato chiese di moderare i termini, ricevette come risposta: “Il suo cliente è diventato deputato con i voti della camorra!”

Perché deputato? Perché nel 1984, mentre era ancora sotto processo, Tortora aveva accettato di candidarsi con il Partito Radicale al Parlamento europeo. Vinse raccogliendo 414.514 preferenze in due circoscrizioni. Per dare un’idea della portata di quel risultato, Alberto Moravia, candidato dal PCI nello stesso periodo, ne aveva prese 130.000. Tortora era diventato un simbolo della battaglia per la riforma della giustizia. Ma dopo la condanna in primo grado fece qualcosa che sorprese tutti: si dimise da eurodeputato, rinunciando all’immunità parlamentare, e tornò in Italia per affrontare il processo d’appello senza protezioni. Voleva dimostrare la sua innocenza nel modo più diretto possibile.

Il 15 settembre 1986 la Corte d’appello di Napoli lo assolse con formula piena da entrambe le accuse. I giudici smontarono le dichiarazioni dei pentiti, ritenendole false e costruite per ottenere benefici processuali. Il 13 giugno 1987 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione. I pentiti che avevano mentito furono poi rinviati a giudizio per calunnia.

“Heri dicebamus”: dove eravamo rimasti

Il 20 febbraio 1987, esattamente 39 anni prima dell’uscita della serie su HBO Max, Enzo Tortora tornò in televisione. Aprì la nuova puntata di Portobello con due parole latine: “Heri dicebamus”, la frase con cui il cardinale Bessarione riprese una lezione interrotta anni prima, e che il presidente Luigi Einaudi aveva usato tornando a scrivere sul Corriere della Sera dopo il fascismo. Significava semplicemente: dove eravamo rimasti?

Ma Tortora non aveva più il tempo per ricominciare. La lunga battaglia giudiziaria l’aveva consumato nel corpo e nell’anima. Morì di cancro il 18 maggio 1988, 59 anni, appena un anno e tre mesi dopo l’assoluzione. Nel suo testamento aveva lasciato un’ultima istruzione: le sue ceneri, custodite al Cimitero Monumentale di Milano, dovevano essere accompagnate da una copia de La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, il romanzo sugli untori ingiustamente torturati e giustiziati nella Milano del Seicento. Un messaggio silenzioso ma durissimo sull’errore giudiziario. Un uomo che, anche nella morte, non aveva smesso di denunciare.

La serie di Bellocchio: una prima volta importante

Portobello è la prima serie televisiva nella carriera di Marco Bellocchio, regista di 85 anni che fino ad ora aveva lavorato esclusivamente per il cinema. Sei episodi da circa 60 minuti, disponibili su HBO Max con un episodio a settimana. I primi due erano stati presentati in anteprima alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il 1° settembre 2025. A interpretare Tortora è Fabrizio Gifuni, attore di straordinaria intensità, affiancato da Lino Musella nel ruolo di Pandico, Romana Maggiora Vergano in quello di Francesca Scopelliti, compagna di Tortora, e Barbora Bobulova come Anna Tortora, la moglie. Nel cast anche Alessandro Preziosi, Valeria Marini nei panni di Moira Orfei e Tommaso Ragno in quelli di Marco Pannella. La serie è basata sul memoir Testa alta, e avanti scritto dalla figlia di Tortora, Gaia Tortora, oggi giornalista di La7.

Il giornalista Giorgio Bocca definì la vicenda Tortora “il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso nel nostro Paese“. Aveva ragione. E quella storia, a quasi 40 anni di distanza, parla ancora al presente.

Conoscevi già la storia di Enzo Tortora o l’hai scoperta grazie alla serie? Lascia un commento: pensi che casi simili possano succedere ancora oggi in Italia?

Tags: HBO Max
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