Io sono leggenda funziona benissimo per gran parte della sua durata, ma proprio nel finale perde buona parte della forza dell’opera originale di Richard Matheson. Il film del 2007 con Will Smith costruisce solitudine, paura e tensione con grande efficacia, poi però sceglie di trasformare Robert Neville in un eroe classico. Il romanzo, invece, faceva qualcosa di molto più disturbante: obbligava il protagonista a capire di essere lui il mostro della storia.
Ed è proprio lì che sta la differenza più importante.
Nella prima parte, il film diretto da Francis Lawrence riesce a catturare molto bene il senso di isolamento del libro. Neville vive in una New York svuotata, si muove di giorno, evita il buio e combatte contro creature infette che sembrano appartenere a un mondo ormai completamente nuovo.
Will Smith riesce a rendere bene la fragilità di un uomo rimasto solo troppo a lungo.
Anche la scelta di dargli subito un cane, Sam, funziona benissimo.
Nel romanzo il rapporto con il cane arriva più avanti, mentre nel film Sam serve da subito a dare a Neville qualcuno con cui parlare e a rendere ancora più dolorosa la sua solitudine.
Il problema comincia altrove.
Nel libro, le creature non sono semplicemente bestie.
Sono vampiri capaci di parlare, pensare, organizzarsi e perfino costruire una nuova società.
Neville non lo capisce subito.
Per lui esiste una sola divisione possibile: umani da una parte, mostri dall’altra.
Ed è proprio questa convinzione a distruggerlo.
Nel romanzo compare Ruth, una donna che Neville incontra quando ormai vive da tempo in una condizione di totale isolamento.
Lui sospetta subito che sia infetta.
Lei parla, ragiona e sembra perfettamente umana, ma questo non basta a tranquillizzarlo.
Col tempo tra i due nasce un rapporto più vicino, quasi intimo.
Poi arriva la verità.
Ruth è effettivamente una vampira.
Ma non appartiene alla stessa categoria delle creature violente che Neville ha incontrato fino a quel momento.
Nel libro esistono infatti vampiri diversi.
Alcuni sono morti dopo l’infezione e sono tornati in una forma più feroce e irrazionale.
Altri, invece, sono rimasti vivi.
Sono intelligenti.
Hanno creato regole, relazioni e una comunità.
Ed è proprio qui che la storia cambia completamente significato.
Neville ha passato anni a ucciderli senza distinguere.
Tra le sue vittime c’è anche il marito di Ruth.
Dal punto di vista di Neville, lui ha sempre combattuto dei mostri.
Dal loro punto di vista, però, è lui il predatore.
È lui quello che arriva mentre loro dormono.
È lui quello che entra nelle case.
È lui quello che uccide.
Alla fine viene catturato, processato e condannato a morte dalla nuova società.
E prima di morire capisce finalmente cosa è diventato.
“Io sono leggenda”, pensa.
Non perché abbia salvato l’umanità.
Non perché sia diventato un eroe.
Ma perché per quella nuova specie lui è ormai una figura spaventosa, quasi mitologica.
Un mostro del vecchio mondo.
È un finale straordinario perché ribalta completamente ciò che il lettore ha creduto fino a quel momento.
Il protagonista non viene semplicemente sconfitto.
Viene costretto a guardarsi da fuori.
E capisce che l’umanità non è più il centro del mondo.
La nuova società non è necessariamente peggiore.
È semplicemente quella che è arrivata dopo.
Il film con Will Smith elimina quasi completamente questa ambiguità.
Nel finale cinematografico distribuito nelle sale, Neville scopre una cura e decide di sacrificarsi facendo esplodere il laboratorio insieme alle creature che stanno cercando di entrare.
Anna ed Ethan riescono a fuggire con il sangue necessario per salvare gli altri.
Il film termina quindi trasformando Neville in una figura eroica.
La sua morte ha un significato preciso.
Lui salva l’umanità.
Diventa una leggenda nel senso più classico del termine.
È un finale molto più semplice.
E anche molto meno interessante.
Il problema non è che un adattamento debba essere fedele per forza.
The Mist ha cambiato completamente il finale del racconto di Stephen King e proprio quella modifica è diventata una delle caratteristiche più ricordate del film.
Anche Shining si prende enormi libertà rispetto al romanzo.
Ma in entrambi i casi le modifiche servono a rafforzare il tono del film.
In Io sono leggenda, invece, la scelta cinematografica toglie complessità.
E la cosa più curiosa è che esiste un finale alternativo molto più vicino allo spirito del libro.
In quella versione, una delle creature traccia sul vetro il simbolo di una farfalla.
Neville capisce che quel segno è collegato alla donna infetta che tiene prigioniera nel laboratorio.
A quel punto comprende qualcosa che fino a quel momento non aveva voluto vedere.
La creatura non sta cercando semplicemente di attaccarlo.
Sta cercando lei.
Neville restituisce la donna al gruppo.
E loro, pur avendo ogni possibilità di ucciderlo, lo lasciano vivere.
È una scena molto più interessante perché ribalta di nuovo il rapporto tra uomo e mostro.
Neville capisce di aver rapito e ucciso esseri capaci di provare affetto, dolore e legami.
Capisce di essere stato lui, per loro, l’incubo.
Non è ancora il finale del romanzo.
Non ha la stessa brutalità.
Ma almeno conserva il tema principale.
E infatti quel finale alternativo è diventato molto importante anche per il futuro della saga, perché è stato scelto come base narrativa per il seguito annunciato con Will Smith.
Questo dice già molto.
Anche a distanza di anni, il finale alternativo continua a sembrare più coerente con ciò che il film aveva costruito.
Io sono leggenda resta un film molto efficace.
Ma il suo finale ufficiale rinuncia proprio all’idea più forte del romanzo.
E cioè che a volte il mostro dipende soltanto dal punto di vista.
Voi quale finale preferite? Quello cinematografico con il sacrificio di Neville, il finale alternativo oppure quello molto più duro del romanzo di Richard Matheson? Scrivetecelo nei commenti.


