La docuserie Trust Me: Il Falso Profeta tra le novità Netflix: Bateman aveva più di venti mogli, almeno dieci erano minorenni

La docuserie Trust Me Il Falso Profeta tra le novità Netflix Bateman aveva più di venti mogli, almeno dieci erano minorenni
Serie Tv

La docuserie Trust Me: Il Falso Profeta tra le novità Netflix: Bateman aveva più di venti mogli, almeno dieci erano minorenni

C'è una scena che apre la docuserie e che difficilmente si dimentica. Christine Marie, esperta di sette e culti, è seduta in macchina accanto a Samuel Bateman, l'uomo…

Wonder Channel Redazione Redazione Wonder Channel ▣ 10 Aprile 2026 ◷ 7 min di lettura
Partecipa al Wonder Club
💬 Pettegolezzi su questo articolo 0

Pettegolezzi su questo articolo

Vedi tutte →
Ancora nessun pettegolezzo collegato a questo articolo.
📄 Versioni su questo post 0

Versioni degli utenti su questo post

Vedi tutte →
Ancora nessuna versione alternativa collegata esattamente a questo post.

C’è una scena che apre la docuserie e che difficilmente si dimentica. Christine Marie, esperta di sette e culti, è seduta in macchina accanto a Samuel Bateman, l’uomo che si è autoproclamato profeta di una piccola comunità fondamentalista mormone al confine tra Arizona e Utah. Il telefono di Christine registra in silenzio. Bateman le sta descrivendo con una calma agghiacciante le cosiddette “cerimonie di espiazione” che impone ai suoi seguaci: rituali di abuso sessuale presentati come comandamenti divini, che coinvolgono donne adulte, adolescenti e bambine. Le vittime sono sedute sul sedile posteriore. Lui le sta guidando nelle risposte mentre parla.

Quando la conversazione finisce, Christine contatta il poliziotto locale che segue il caso. Gli dice che ha quello che serve per andare avanti. La polizia aspetta sette mesi prima di chiamare l’FBI. Nel frattempo, gli abusi continuano.

È attorno a questo intervallo di sette mesi che Trust Me: Il Falso Profeta costruisce buona parte della sua tensione narrativa. La docuserie in quattro episodi, disponibile su Netflix dall’8 aprile 2026, è una delle produzioni più disturbanti e necessarie che la piattaforma abbia proposto negli ultimi anni. Non perché cerchi lo scandalo, ma perché racconta una storia vera con una lucidità che non lascia scampo.

Chi era Samuel Bateman e come ha costruito il suo potere

Per capire Bateman bisogna partire da chi lo ha preceduto. La FLDS, ovvero la Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, è una setta poligama che si è separata dal mormonismo ufficiale nel Novecento per preservare la pratica del matrimonio plurale. Per decenni è stata guidata da Warren Jeffs, un uomo che aveva accumulato un potere assoluto sulla comunità, arrivando a prendere circa ottanta “mogli spirituali”, più di venti delle quali erano minorenni. Jeffs è stato arrestato nel 2006 e condannato nel 2011 per violenza sessuale su due ragazze minorenni. Ora sconta l’ergastolo.

La sua condanna lascia la comunità di Short Creek – il nome con cui i residenti chiamano le cittadine gemelle di Colorado City in Arizona e Hildale nello Utah – senza una guida riconosciuta e profondamente frammentata. È in questo vuoto che si inserisce Bateman, un uomo nato intorno al 1976 che fino ad allora era un membro di basso rango della stessa chiesa. Nel 2019, con Jeffs impossibilitato a officiare nuovi matrimoni dal carcere, Bateman comincia a proclamarsi suo erede e a raccogliere seguaci tra i più disorientati. Il gruppo che si forma attorno a lui viene chiamato informalmente i “Samueliti” e conta inizialmente una cinquantina di persone.

In pochi anni, Bateman prende oltre venti “mogli spirituali”. Almeno dieci di loro sono minorenni. La più giovane ha nove anni.

La coppia che si è infiltrata nella setta

Christine Marie e suo marito Tolga Katas, videomaker professionista, si trasferiscono a Short Creek con un’intenzione inizialmente diversa: supportare una comunità in crisi e documentarne le dinamiche dall’interno. Non cercano Bateman. È Bateman a presentarsi, con tutta la sicurezza di chi è convinto di avere dalla sua parte un mandato divino.

Quando i due cominciano a capire cosa sta succedendo davvero all’interno del gruppo, si trovano di fronte a una scelta difficile. Hanno accesso a una comunità normalmente chiusa a qualsiasi sguardo esterno. Hanno una telecamera. E hanno la fiducia di Bateman, che è convinto che Tolga stia girando un documentario per promuovere il suo messaggio al mondo. Non ha idea che quei filmati diventeranno le prove principali a suo carico.

Christine trascorre anni immersa nella comunità, mantenendo una doppia identità che le costa enormemente sul piano personale. In un passaggio della docuserie che rimane impresso, descrive la sua condizione con una frase secca: “Devo tradirli per salvarli. Devo fingere di essere d’accordo con quello che sta facendo per portare avanti il caso.” Non è un poliziotto, non ha un mandato ufficiale, non ha protezioni legali garantite. Agisce perché nessun altro lo sta facendo.

Il momento in cui riesce a registrare Bateman che descrive gli abusi in macchina rappresenta la svolta dell’intera vicenda. Ma come detto, quella registrazione non basta a far muovere le autorità locali nell’immediato. Ci vogliono altri sette mesi, altri abusi e infine l’intervento dell’FBI per arrivare all’arresto.

L’arresto, il carcere e il rapimento orchestrato da dietro le sbarre

Nell’agosto del 2022, un controllo stradale a Flagstaff, in Arizona, porta all’arresto di Bateman. Gli agenti lo trovano mentre trasporta ragazze minorenni in un rimorchio privo di ventilazione. Viene rilasciato su cauzione, ma arrestato nuovamente il mese successivo per ostruzione alla giustizia.

Quello che succede dopo è forse la parte più inquietante dell’intera storia. Dal carcere, usando telefono e videochiamate quotidiane con i suoi seguaci, Bateman riesce a mantenere un controllo ferreo sul gruppo. Nel novembre del 2022 coordina dall’interno della cella il rapimento di otto bambine che erano state affidate a famiglie di accoglienza dallo stato. Le ragazze scompaiono nel nulla. Vengono ritrovate settimane dopo a Spokane, nello stato di Washington. Bateman aveva usato applicazioni di messaggistica cifrata per organizzare tutto, ordinando poi ai suoi seguaci di cancellare ogni traccia digitale.

Il fatto che sia riuscito a orchestrare un’operazione del genere mentre era già in stato di detenzione dice molto sul livello di controllo psicologico che aveva costruito negli anni sulla sua comunità. Non si trattava di obbedienza per convenienza: le persone che lo seguivano erano convinte, nel profondo, che stessero servendo la volontà di Dio.

Nell’aprile del 2024 Bateman si dichiara colpevole di cospirazione per il trasporto di una minorenne a fini sessuali e di cospirazione per sequestro di persona. Nel dicembre dello stesso anno la giudice federale Susan Brnovich lo condanna a cinquant’anni di reclusione, cui seguirà sorveglianza a vita. In aula dichiara: “Il danno che ha causato è semplicemente incommensurabile.” Con lui vengono condannati anche undici adulti della comunità per reati legati alla cospirazione di abusi sessuali su minori.

La regista che conosceva già quella comunità

A dirigere la docuserie è Rachel Dretzin, regista premiata con l’Emmy e il Peabody Award, che non è nuova a questo territorio. Nel 2022 aveva già firmato Keep Sweet: Prega e Obbedisci, la docuserie Netflix che raccontava i crimini di Warren Jeffs e il funzionamento della FLDS. Trust Me è a tutti gli effetti il suo ritorno su quella stessa comunità, con uno sguardo ancora più ravvicinato grazie ai filmati inediti girati dall’interno da Christine e Tolga.

La Dretzin ha costruito nel tempo un rapporto di fiducia con le donne della FLDS, e questo si sente nel modo in cui la docuserie tratta le testimonianze delle sopravvissute. Non c’è voyeurismo, non c’è ricerca del dettaglio più crudo per colpire lo spettatore. C’è invece una volontà precisa di mettere al centro le voci di chi ha trovato la forza di parlare, tra cui Naomi “Nomz” Bistline, una delle donne che era stata manipolata fino a diventare una delle mogli di Bateman e che ha poi scelto di collaborare con le autorità.

Un dettaglio che vale la pena conoscere riguarda il contesto legale in cui si muove tutta la storia. Dal 2020 la poligamia tra adulti consenzienti non è più un reato penale nello Utah, dove è stata declassata a semplice infrazione amministrativa. Diventa reato soltanto se accompagnata da frode, abusi o coercizione. La Dretzin lo sottolinea esplicitamente nella docuserie: “La maggior parte delle persone non lo sa.” È un dato che cambia la prospettiva su molte cose, perché significa che la comunità di Short Creek opera in un contesto in cui il confine tra lecito e illecito è molto più sottile di quanto si potrebbe pensare.

Una storia che non è finita

La condanna di Bateman chiude un capitolo, ma la Dretzin è la prima a mettere in guardia dall’idea che tutto sia risolto. Nel 2023 sono emersi segnali che membri della FLDS si stavano riorganizzando nel North Dakota, con Helaman Jeffs, figlio di Warren, che stava guadagnando autorità all’interno della setta. La struttura che aveva reso possibile Bateman non si è dissolta con la sua sentenza: si è adattata.

Christine e Tolga vivono ancora a Short Creek. Continuano a lavorare con la comunità. La docuserie non si chiude con un’immagine di redenzione definitiva, perché sarebbe disonesto farlo. Si chiude con una domanda aperta su cosa rimanga dopo un uomo come Bateman in un sistema che ha già dimostrato di saper aspettare.

È proprio questa mancanza di consolazione facile a rendere Trust Me: Il Falso Profeta una visione difficile ma necessaria. Non è intrattenimento nel senso ordinario del termine. È un documento su come il potere si radica nelle comunità chiuse, su come le istituzioni falliscano chi dovrebbero proteggere, e su cosa può fare una persona sola quando decide che non può più voltarsi dall’altra parte.


Voi avete già visto Trust Me: Il Falso Profeta su Netflix? Le storie di sette e culti vi affascinano o le trovate troppo pesanti da guardare? Scrivetelo nei commenti.